Coronavirus, AstraZeneca riprende i test sul vaccino: nessun problema di sicurezza

AstraZeneca ha annunciato di aver ripreso i test clinici sul vaccino contro il coronavirus in Gran Bretagna che erano stati interrotti dopo che un volontario aveva avuto una grave reazione avversa. Il gigante farmaceutico ha spiegato di aver avuto l’autorizzazione a riprendere la sperimentazione da tutti gli enti regolatori britannici.

L’indagine

Per valutare a sicurezza del vaccino è stato nominato un comitato di esperti indipendenti con l’obiettivo di determinare se la reazione avversa di uno dei partecipanti, una donna che ha sviluppato la mielite trasversa, era stata causata dal vaccino o se invece era da considerare un evento casuale. Il processo di valutazione, che deve stabilire che cosa ha provocato i sintomi al volontario, può richiedere anche sei mesi nelle procedure standard, molto dipende dalla complessità del caso. L’indagine del Comitato indipendente si invece conclusa a tempi record e di conseguenza gli esperti e della Medicines Health Regulatory Authority (Mhra), l’ente regolatorio britannico ha dato l’ok per proseguire la sperimentazione i trial clinici ricominceranno in tutto il Paese. Finora sono circa 18 mila i volontari che hanno ricevuto la somministrazione del vaccino nella sola Gran Bretagna.

Coronavirus, come funziona in contagio: parte dai giovani ma poi arriva ai deboli (gli anziani)

Il monitoraggio settimanale dell’andamento del coronavirus in Italia, la cui relazione, come ogni venerdì, è stata appena pubblicata da Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Ministero della Salute, ha evidenziato un aumento dell’età media dei nuovi positivi.

In Italia sale l’età media

Si tratta sempre di soggetti “giovani” e infatti l’età media attuale è di circa 35 anni: «In particolare – si legge nel report -, le persone con una età maggiore di 50 anni sono nel periodo 24/8-­6/9 circa il 28% dei casi; queste erano poco più del 20% nelle due settimane precedenti. Sebbene la circolazione nel periodo estivo sia avvenuta con maggiore frequenza nelle fasce di età più giovani, in un contesto di avanzata riapertura delle attività commerciali (inclusi luoghi di aggregazione) e di aumentata mobilità, ci sono ora segnali di una maggiore trasmissione sul territorio nazionale in ambito domiciliare/familiare con circolazione anche in persone con età più avanzata».

Le vaccinazioni allenano il sistema immunitario (anche contro il Covid)

Vaccinarsi allena il nostro sistema immunitario a combattere contro tutte le infezioni e questo vale per diversi vaccini, tanto che sarebbe uno dei motivi per cui i bambini sono più protetti contro il Covid-19. Per rinforzare le nostre difese, quindi, non servono integratori, ma «fare le vaccinazioni raccomandate e seguire la formula 0-5-30». Lo dice il Professor Alberto Mantovani, Direttore scientifico di Humanitas e professore emerito di Humanitas University, sul New England Journal of Medicine, nell’articolo appena uscito firmato insieme al collega olandese Mihai Netea. Mantovani, il ricercatore italiano più citato nella letteratura scientifica internazionale, è il primo ad aver osservato come «vaccinarsi può aumentare il tono di base dell’immunità innata, come in un allenamento».

Per capire come potrebbe funzionare anche contro il coronavirus questo meccanismo, che ha trovato riscontro in ricerche di base e osservazioni cliniche (di cui si parla nell’articolo), abbiamo chiesto al Professore di spiegarci che cos’è l’immunità innata.
«È la prima linea di difesa del sistema immunitario – spiega Mantovani – . Si stima che in più del 90% dei casi in cui combattiamo contro un potenziale patogeno, il problema sia gestito dai meccanismi complessi di questa linea di difesa, che viene chiamata “innata”, perché non ha bisogno di aver incontrato un microbo specifico prima. Sono le cellule che danno il segnale di allarme ai direttori dell’orchestra immunologica che chiamiamo linfociti T».

Come è possibile allenare l’immunità innata e come lo fanno i vaccini?
«La seconda linea di difesa, cioè il sistema immunitario che si manifesta con gli anticorpi, è dotato di “memoria”, mentre si credeva che l’immunità innata non lo fosse. Le osservazioni che abbiamo fatto hanno mostrato che c’è una qualche forma di memoria anche nell’immunità innata, una memoria che preferiamo chiamare “allenamento”, una protezione che non riguarda solamente un virus, ma è più ampia».

I vaccini in sostanza aiutano la prima linea di difesa a reagire meglio anche contro malattie contro cui non offrono protezione?
«Ci sono molti dati di ricerche e osservazioni cliniche che mostrano che alcuni vaccini danno una protezione (che nel gergo medico viene chiamata “agnostica”) contro altre malattie. Il vaccino per il quale i dati sono più forti, è quello contro la tubercolosi (BCG), che viene somministrato, ad esempio, anche in alcune aree di Londra: i dati dicono che le persone vaccinate sono protette da altre malattie infettive polmonari, ma non solo da queste. Non vuol dire che ci si debba vaccinare con il vaccino anti-tubercolotico da ora per proteggersi contro il Covid, perché attualmente mancano i risultati completi delle sperimentazioni in corso».

Succede anche per il vaccino contro l’influenza?
«Succede nel caso di quello contro il morbillo, che offre protezione contro altre infezioni, non in modo totale ma significativo. Sull’antiinfluenzale i dati sono ancora incerti, ma in generale possiamo dire che c’è un motivo in più per vaccinarsi, cioè che molti vaccini (forse tutti) costituiscono un buon allenamento generale per la prima linea di difesa del sistema immunitario. Fare i vaccini raccomandati è una delle forme di allenamento del nostro sistema immunitario. E, anche se non ne abbiamo la prova, sospettiamo che sia questo uno dei motivi per cui bambini sono relativamente protetti contro il Covid-19, perché loro sistema immunitario è sottoposto a un allenamento ripetuto dal calendario vaccinale che va avanti fino all’età della pubertà».

Avere l’influenza favorisce il contagio da Covid?
«Abbiamo dati certi che suggeriscono che quando contraggo malattie infettive che si sovrappongono, le cose vanno peggio, poi sappiamo che quando abbiamo l’influenza le difese del sistema immunitario si abbassano».

Ci sono altri modi per rinforzare il sistema immunitario?
«Oltre ai vaccini ho indicato la formula “0-5-30”. “0 sigarette”, perché il fumo è un pessimo alleato, aumenta lo stato infiammatorio e disorienta il sistema immunitario. “5 porzioni di frutta e verdura al giorno”, perché il loro consumo è associato a protezione nei confronti di molte malattie legate al sistema immunitario e poi “30 minuti di moderata attività fisica”, perché molti dati mostrano che aiuta le nostre difese. Ultima cosa è il peso: l’eccesso di grasso e l’obesità in particolare disorientano il nostro sistema immunitario e sono un fattore di rischio morte dimostrato anche nel caso del Covid-19».

Che cosa pensa dello stop al vaccino di Oxford?
«Sono cose che succedono quando la sperimentazione arriva a decine di migliaia di persone. Mi auguro che nel giro di una settimana o dieci giorni possano continuare. È anche rassicurante da un lato, perché non dobbiamo dimenticare che i vaccini che arriveranno al traguardo devono offrire il massimo di sicurezza ed efficacia. Le mie parole d’ordine sono “speranza”, perché i dati suggeriscono che questi vaccini possono attivare una risposta immunitaria, e “cautela”, perché bisogna ricordarsi che potrebbero essere somministrati a centinaia di milioni di persone. Gli stessi grandi produttori hanno rivolto un invito formale alle autorità regolatorie per non abbassare la guardia».

Una previsione su una data plausibile di arrivo del primo candidato vaccino?
«Dall’inizio dell’epidemia avevo parlato di 19-20 mesi, se fossimo stati fortunati. Sono stati fatti degli annunci che avremmo avuto un vaccino a settembre da somministrare al personale sanitario: sono sempre stato un po’ scettico su questi annunci».

C’è un modo per contrastare le idee degli anti-vaccinisti?
«Io cerco di attenermi alla regola delle “tre R”: il rispetto dei dati, il rispetto delle competenze (ad esempio io non commento le curve e i dati epidemiologici) e poi la responsabilità, quando faccio un’affermazione che non è basata sui dati, ad esempio che “il virus si è attenuato”, c’è un tema di responsabilità collettiva».

Covid e assenze a scuola, quando serve il certificato medico? Le regole e l’allarme dei pediatri

Lunedì si torna a scuola, genitori e insegnanti ripassano a memoria le regole di comportamento e incrociano le dita perché tutto vada bene. Anche i pediatri hanno un ruolo di primo piano nella buona riuscita dell’impresa. «La riapertura delle scuole è una sfida che possiamo vincere solo se ognuno farà la sua parte, senza rifiutare le proprie responsabilità, a partire dai genitori che dovrebbero insegnare ai figli le buone pratiche di igiene e sicurezza (mascherina, distanziamento, lavaggio delle mani) e misurare loro la temperatura corporea ogni mattina prima di uscire di casa — afferma Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) —. Il primo giorno di scuola (il 14 o 24 a seconda delle Regioni, ndr) non serviranno certificati di alcun tipo, anche se sappiamo di istituti privati che li richiedono. Per ogni dubbio o chiarimento dobbiamo fare riferimento alle linee guida pubblicate il 21 agosto (leggi il testo completo – pdf), “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia”». «Se verranno rispettate le norme, il rischio di essere contagiati nelle scuole è molto, molto basso» rassicura Alberto Villani, componente del Comitato tecnico-scientifico e presidente della Società italiana di pediatria.

Isolare il gruppo classe

La preoccupazione non manca, anche dopo la notizia di una scuole materna di Crema, dove un sospetto positivo ha significato la quarantena per l’intera classe. Riassumiamo le regole: se il bambino ha più di 37,5° di temperatura va tenuto a casa, idem se presenta sintomi come raffreddore, tosse, mal di testa, perdita di gusto/olfatto, diarrea (riconducibili a Covid). I genitori contattano il pediatra di famiglia, che probabilmente richiederà all’Asl un tampone. I risultati arrivano generalmente dopo 24-48 ore. In caso di negatività il bambino, una volta guarito, torna a scuola; altrimenti scatta il protocollo di sicurezza con il tracciamento dei contatti. Nelle scuole si cerca comunque di isolare il gruppo classe evitando contatti al di fuori, in modo da limitare eventuali piccoli focolai. Ogni Istituto deve dotarsi di un responsabile Covid (non serve che sia un operatore sanitario).

Gisele Bündchen ammette: «L’ansia può essere devastante, ma ho imparato che niente è per sempre»

Gisele Bündchen ha iniziato a sfilare all’età di 17 anni e per quasi due decenni è stata una delle modelle più famose (e pagate) al mondo. Ma già quand’era poco più che ventenne il fatto di dover mantenere determinati standard e, soprattutto, di sottostare alle regole ferree di un mondo come quello della moda, dove non è consentito il minimo errore o quasi, le provocava frequenti attacchi di panico e un’ansia crescente. La brasiliana ha raccontato di recente a Vogue Australia di essere riuscita a farcela grazie alla meditazione (si alza ogni mattina alle 5.30), alla respirazione e, soprattutto, abbandonando alcune pessime abitudini (vedi il fumo). Nei giorni scorsi la 40enne Gisele ha voluto condividere i suoi tormenti anche con i suoi 16,3 milioni di follower su Instagram, dove ha postato una foto senza trucco, mentre abbraccia teneramente il suo cane Lua.

Cercare delle alternative

«In base alla mia esperienza ho imparato che niente è permanente — ha scritto la Bündchen in un post in inglese e portoghese che accompagna lo scatto — e ricordarsi che alla fine i sentimenti negativi vanno via può funzionare come un segnale di speranza. L’ansia può essere devastante e talvolta ci serve una spinta di supporto per aiutarci a rompere questo circolo vizioso di preoccupazione». Dalle parole della modella, appare chiaro come l’aiuto le sia arrivato anche dall’esterno: lei non si vergogna di ammetterlo. «I miei attacchi di panico erano difficili da gestire per me — ha scritto nel messaggio social —, così ho cercato aiuto. In momenti come questi la famiglia, gli amici e gli specialisti possono aiutare, come pure la respirazione e la meditazione». Sposata con il campione di football americano Tom Brady, da cui ha avuto i figli Benjamin (10 anni) e Vivian (7), la top model brasiliana ha messo in guardia i fan su uno dei rischi che si corrono quando ci si lascia sopraffare dall’ansia. «La cosa più importante è allontanarsi dall’inerzia e cercare delle alternative — conclude Gisele —, perché la vita è il nostro regalo più grande e ogni giorno vale la pena viverla».

Vaccino coronavirus, lo stop avrà conseguenze sugli altri «finalisti»?


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Vaccino per il coronavirus, a che punto siamo: i candidati più promettenti e quelli più avanti

I vaccini in corsa


Vaccini a vettore virale

Il punto ora è capire quale sia la causa della patologia che ha colpito un volontario (la mielite trasversa): se fosse legata alla risposta immunitaria indotta dal vaccino, questo potrebbe rappresentare un colpo per molti dei gruppi di ricerca impegnati nel mondo. Un’altra ipotesi è che il problema riguardi il vettore virale utilizzato dal team di Oxford: altri vaccini basati sulla stessa strategia (CanSino, Gamaleya, Janssen) e arrivati alle battute finali potrebbero essere «salvi», perché utilizzano vettori diversi (di origine animale o umana). La sfida a chi taglierà per primo il traguardo è avvincente, anche se la sospensione da parte di Astrazeneca ha dimostrato che le sperimentazioni non si possono fare puntando il cronometro. Tra i nove vaccini in fase 3 ce ne sono due basati su Rna (Moderna e BioNTech/Pfizer), tre contenenti virus inattivato (tutti cinesi) e i quattro che utilizzano vettori virali citati sopra, tra cui quello russo dell’Istituto Gamaleya.

Vaccino Oxford, Gismondo: «Normale intoppo, servono anni. E potrebbe non arrivare mai»

Abbiamo chiesto alla Professoressa Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, come valuta la sospensione dei test.
«Devo riconoscere che l’azienda ha mostrato tanta serietà nell’indagine e purtroppo devo sottolineare “l’avevo detto”, anche se è molto triste quando si parla delle speranze di salute della gente. Il vaccino probabilmente ci sarà (anche se non siamo sicuri se ci sarà), ma ha bisogno dei suoi tempi. Il fatto che sia intervenuto in Fase 3 un caso così importante rispetto agli effetti collaterali, vuol dire che abbiamo bisogno di seguire le strade tradizionali della ricerca clinica. Affinché un vaccino possa essere non solo efficace ma anche sicuro devono passare 3-4 anni. Possiamo anche avere un vaccino fra un anno un anno e mezzo, ma non saremo mai sicuri dell’assoluta assenza di effetti collaterali e nemmeno della sua efficacia».

Che cosa succede ora?
«A questo punto ci si ferma, si analizzano gli effetti provocati e quale può essere la relazione tra l’effetto indesiderato e la composizione del vaccino, quindi o si muta qualcosa, oppure si amplia il numero di volontari in modo tale da essere più sicuri sugli effetti collaterali, oppure ancora, come succede per i farmaci, si decide di chiudere la ricerca e concentrarsi su un’altra formulazione».

Significa ripartire dalla Fase 3?
«Se si dovesse scegliere di cambiare formulazione si riparte da zero perché si tratta di un nuovo vaccino, se invece si dovesse decidere di approfondire questo effetto collaterale, magari si tenterà di cambiare qualcosa nella formula e procedere con una Fase 2-3 avanzata».

Quanti mesi si sono persi?
«L’ho detto mesi fa: un vaccino serio, nel senso di completezza di conoscenza rispetto a efficacia ed effetti collaterali, non può essere proposto prima di 3-4 anni. Non escludo che fra 3-4 anni, quando si potrà avere e se si avrà, potremmo non averne più bisogno. Voglio sottolineare che a parte un vaccino nei confronti di Ebola (che peraltro è stato testato solo parzialmente), non esistono vaccini basati su acidi nucleici (Rna o Dna) e per HIV o alcuni coronavirus non ne abbiamo. Non lo dico per demoralizzare, ma per non illudere le persone e non delegare solamente al vaccino la soluzione dei nostri problemi perché potrebbe non arrivare. Io credo che dovremmo puntare molto sulla convivenza con questo virus, adottando le misure che anche i governi hanno indicato».

Nella «corsa al vaccino» arriveranno prima i Paesi che hanno accelerato i tempi, come Russia e Cina?

«Non posso dirlo. Molti Paesi scavalcano questo concetto base, ma la scienza attuale è concepita in modo che si mettano a disposizione i risultati alla comunità scientifica mondiale proprio per evitare che altri facciano gli stessi errori e per andare avanti in maniera sinergica. Purtroppo sperare che tutti adottino le medesime regole nel mondo attuale è un’utopia, specie per alcune nazioni che sono pronte a mentire e nascondere i dati».

Che cosa pensa dei cosiddetti «negazionisti» del virus?

«Sono completamente avversa a coloro che sono stati chiamati “negazionisti” (peraltro un termine poco appropriato). A chi dice che il virus non esiste ho detto: “Venga laboratorio e vi farò vedere il virus nelle colture cellulari, così avrete la prova tangibile”. Il virus esiste, il virus ha ucciso, il virus continua a circolare e a contagiare. Un’altra cosa è la mia posizione contro l’allarmismo: mi baso su un’obiettiva analisi dei dati e non mi faccio influenzare né dai minimizzatori né dai vari catastrofisti».

Ci sarà la seconda ondata?
«Non possiamo saperlo. Sicuramente non avremo mai un’ondata come a marzo-aprile: non tanto perché il virus è cambiato, ma perché siamo cambiati noi. Abbiamo un’organizzazione sanitaria che è stata molto migliorata, abbiamo raddoppiato i posti letto in terapia intensiva, abbiamo imparato a conoscere il virus e a gestire la terapia nelle varie fasi della malattia. È questa la motivazione più importante per cui adesso non stiamo avendo i morti che abbiamo avuto».

È d’accordo rispetto all’idea di accorciare la quarantena a sette giorni come faranno in Francia?
«Sono perfettamente d’accordo: perché si è visto che quello è il periodo di sicurezza, non abbiamo bisogno di stare bloccati per 14 giorni, cosa che ha diverse ripercussioni sulla vita sociale e lavorativa. Per altro io inviterei a una discussione scienziati e Comitato Tecnico Scientifico (CTS) sull’utilità della quarantena per gli asintomatici che hanno una bassa carica virale: i “debolmente positivi” che vediamo da qualche mese. Sono persone che hanno una quantità di virus molto bassa ed è stato dimostrato che non sono in grado di contagiare (anche noi abbiamo dei dati su questo): sono persone che stanno benissimo e in maniera occasionale scoprono di avere una lieve positività».

Le scuole e gli ambienti chiusi favoriranno il contagio?
«Le scuole vanno riaperte perché la chiusura è stata un “effetto collaterale” indesiderato ma necessario: adesso si devono riaprire perché i ragazzi devono colmare il divario culturale ma anche quello psicologico. Che poi si riesca, malgrado lo sforzo degli insegnanti, a mantenere distanze e mascherine indossate nella maniera corretta, dubito. Si cercherà di fare il meglio possibile e alcune scuole verranno chiuse, ma con questo non potremo dire che il piano di riapertura sarà stato un insuccesso. Certo se continuiamo con queste misure così restrittive (bloccare tutta la classe per un bambino con la febbre, fermare la famiglia, tamponare tutti i contatti) tutti gli ambiti lavorativi diventeranno difficoltosi: in questa situazione, con un aumento dei contagi contenuto, penso che potremmo un po’ allargare le maglie, pur rimanendo attenti. Certo a ottobre-novembre la situazione potrebbe peggiorare dato che sappiamo che gli ambienti chiusi e i mezzi di trasporto affollati non giocano contro il virus e quindi sarà necessario una raccomandazione maggiore a rispettare le misure».

Siamo pronti per i prossimi mesi a livello di gestione sanitaria ?
«Se mi chiede se siamo pronti ad affrontare la stagione influenzale in concomitanza con un virus che circola ancora, io le rispondo “ni”, anzi forse qualche perplessità ce l’ho. Non dipende solo dall’organizzazione sanitaria, ma anche dalla rispondenza del cittadino perché l’unico aiuto che ci può venire per alleggerire quelli che sono gli accessi ai pronto soccorsi e ai servizi sanitari è quello che la popolazione si vaccini ampiamente contro l’influenza. Bisogna approvvigionarsi (e siamo già in ritardo) dei testi rapidi che ci possono permettere una risposta veloce e siamo in ritardo sulla fornitura del numero di vaccini disponibili. Dobbiamo anche fare immediatamente campagne di informazione per far capire alla gente quanto quest’anno sia importante vaccinarsi contro l’influenza».

Affanno e svenimenti, quando la causa è l’ipertensione (polmonare)

Sono circa tremila in tutta Italia, per lo più donne. Convivono anche per due anni con sintomi come spossatezza, affanno, svenimenti prima di arrivare alla diagnosi: ipertensione arteriosa polmonare, una malattia rara ma non troppo (i casi sono 60 per milione di abitanti, con una prevalenza circa doppia nel sesso femminile) su cui è importante fare informazione, come sottolinea l’Associazione Ipertensione Polmonare Italiana (AIPI,), per arrivare alla diagnosi e alle cure prima possibile.

Malattia poco conosciuta

«Diciannove anni fa, quando ho ricevuto la diagnosi, la sopravvivenza media dei pazienti era di appena tre anni e le terapie possibili pochissime. Oggi non è più così, per questo è fondamentale riconoscere presto la malattia», spiega Leonardo Radicchi, presidente AIPI. «Il problema principale è che si tratta di una patologia poco nota, oltre che rara: le diagnosi arrivano tardi e spesso i pazienti stessi si rivolgono al medico quando il problema è già in fase avanzata». L’ipertensione arteriosa polmonare può essere idiopatica, ovvero non avere una causa specifica se non la predisposizione genetica (sono una decina le mutazioni correlate), e in questo caso colpisce soprattutto persone giovani fra i trenta e i cinquant’anni; oppure può essere secondaria ad altre malattie, per esempio cardiopatie congenite, malattie autoimmuni come la sclerodermia o il lupus eritematoso sistemico, HIV, la cirrosi epatica. «In caso di ipertensione arteriosa polmonare aumenta la pressione sanguigna nel circolo polmonare e questo porta a un progressivo sovraccarico di lavoro per il ventricolo destro del cuore; in assenza di trattamenti adeguati, la malattia può culminare nello scompenso cardiaco e nella morte prematura», specifica Nazzareno Galiè, direttore della Cardiologia al Policlinico S. Orsola dell’Università Bologna, coordinatore delle Linee Guida Internazionali sull’Ipertensione Polmonare e responsabile del Comitato scientifico AIPI.

Vaccino coronavirus: chi potrà averlo in Italia, e quando?

Due-tre milioni di dosi entro fine anno, precedenza a medici e anziani con patologie, in particolare nelle Rsa. Le previsioni del ministro della Salute Roberto Speranza riguardano il vaccino sviluppato dall’Università di Oxford e prodotto da AstraZeneca.

Oltre a quello inglese, ci sono altri studi avanzati?
«Sono 8 (su 176 in tutto il mondo) i candidati vaccini che hanno raggiunto la fase 3 e quindi potrebbero essere disponibili nei prossimi mesi: tre basati su vettori virali (AstraZeneca, CanSino e Gamaleya), tre su virus inattivati (tutti cinesi) e due su Rna (Moderna e BioNTech/Pfizer). La fase 3 può durare da 6 mesi a diversi anni e consiste nel somministrare il vaccino a 30-40mila persone, che vengono poi confrontate con un gruppo di controllo non vaccinato. Il numero di infezioni con malattia nel gruppo vaccinato deve essere notevolmente minore rispetto a quello registrato tra i altri volontari non immunizzati».

Uso di cannabis e depressione: una «relazione pericolosa»

Tanti credono che la cannabis faccia bene all’umore, favorisca il relax, sia utile in generale per il benessere mentale. È falso e per esempio può peggiorare i sintomi della depressione, che invece è una fra le condizioni più spesso associate alla scelta di consumarla. Al punto che oggi c’è una gran quantità di depressi che non disdegnano uno spinello, almeno negli Stati Uniti: lo segnala una ricerca pubblicata su JAMA Network Open secondo cui fra i pazienti con depressione il tasso di utilizzo di prodotti derivati dalla cannabis negli ultimi anni si è letteralmente impennato.

Effetti collaterali

Stando agli autori, la prevalenza dell’utilizzo della cannabis è costantemente aumentata negli ultimi due decenni, del 98 per cento nel caso dell’uso sporadico almeno una volta al mese e del 40 per cento quello quotidiano: un dato che preoccupa perché questa sostanza può avere effetti collaterali consistenti e, per esempio, peggiorare i sintomi della depressione. Proprio questi pazienti però sono i più attratti dal consumo: «Il 50 per cento pensa che sia utile contro i disturbi dell’umore e l’ansia, appena il 15 per cento ha idea dei possibili rischi», dice Deborah Hasin, la psichiatra della Columbia University di New York che ha coordinato l’indagine. «Così, circa un paziente su quattro riferisce di averla provata come auto-medicazione».

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