Tumore dell’ovaio, nuovo farmaco per guadagnare tempo prezioso

TERAPIE

Tumore dell’ovaio, nuovo farmaco
per guadagnare tempo prezioso

Un’indagine svela come vedono il futuro le donne dopo la diagnosi. Una cura può ritardare le ricadute

Dopo 15 anni senza novità di trattamento, è in arrivo anche in Italia una nuova arma terapeutica contro il carcinoma dell’ovaio, in grado di contrastare le recidive e prolungare la sopravvivenza senza che la malattia progredisca. Si tratta del primo farmaco biologico approvato in Europa per il trattamento delle donne affette da tumore ovarico in stadio avanzato non pretrattate. «Fino a oggi il trattamento di questo tumore ginecologico particolarmente aggressivo è stato limitato a chirurgia e chemioterapia e, a differenza della maggior parte degli altri tipi di cancro, non era disponibile alcun farmaco biologico – dice Sandro Pignata, Direttore dell’Oncologia Medica al Dipartimento Uro-Ginecologico dell’Istituto Tumori Pascale di Napoli -. Purtroppo ancora molto spesso la neoplasia viene scoperta tardi e la diagnosi precoce continua a rappresentare un vero e proprio ostacolo, perché il tumore spesso non dà sintomi evidenti fino alle fasi avanzate. Così, nonostante l’efficacia della chemioterapia, il tumore si ripresenta e avere un ulteriore trattamento a disposizione fa guadagnare tempo prezioso alle pazienti».

IL FUTURO? PIÙ PREZIOSO – Dopo la diagnosi di tumore ovarico il tempo assume un valore e un significato diversi, come rilevano i dati di una ricerca realizzata da Doxa Pharma con il supporto dell’associazione pazienti ACTO Onlus (Alleanza Contro il Tumore Ovarico). «I dati evidenziano che per le pazienti la diagnosi è un punto di non ritorno, che rivoluziona il modo in cui viene percepito e vissuto il proprio tempo di vita – dice Flavia Bideri, presidente Acto -. Ancora oggi la diagnosi precoce rappresenta un vero e proprio ostacolo e nel 70 per cento dei casi la neoplasia viene scoperta in fase avanzata. La malattia in molti casi non manifesta sintomi, tuttavia maggiore informazione e attenzione aiuterebbero le donne a riconoscere i primi campanelli d’allarme, anticipando il momento della diagnosi». Ad esempio, per quanto sintomi generici, è meglio non trascurare dolore e gonfiore addominali, persistenti oppure intermittenti o la necessità di urinare spesso, parlandone con il proprio medico. «Secondo il sondaggio il momento più complesso si presenta al termine dei trattamenti, quando le pazienti vivono la ricerca della normalità perduta, si interrogano sul futuro e riflettono sul percorso affrontato – commenta Gadi Schoenheit, vicepresidente di Doxa Pharma -. Per una donna su due il futuro è più prezioso di prima e si vive con maggiore attenzione a ogni momento. Negli anni vissuti senza recidive, poi, le donne ricominciano a pensare al futuro, persino a percepirlo come illimitato».

IL NUOVO FARMACO – In Italia si registrano circa 4.900 nuovi casi di tumore ovarico ogni anno e l’età media di comparsa della malattia è intorno ai 60 anni, ma è in crescita il numero di casi diagnosticati in età avanzata, oltre i 70 anni. Circa il 5-10 per cento dei casi è ereditario, legato cioè alla trasmissione genetica familiare della mutazione di due geni chiamati BRCA1 e BRCA2. «Il tumore ovarico ha un’elevata sensibilità alla chemioterapia, ma nonostante circa l’80 per cento delle pazienti risponda positivamente ai farmaci chemioterapici la malattia si ripresenta con una recidiva nella maggior parte dei casi – chiarisce Nicoletta Colombo, direttore della Divisione di Ginecologia Oncologica Medica all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. Per questo l’attenzione medico-scientifica negli ultimi anni è stata rivolta allo sviluppo di trattamenti in grado di ritardare e contrastare la recidiva del tumore, per permettere alle pazienti di vivere più a lungo senza malattia. Gli studi effettuati hanno dimostrato che il farmaco anti-angiogenetico bevacizumab, aggiunto alla chemioterapia e somministrato in fase di mantenimento, prolunga la sopravvivenza senza progressione di malattia. È cioè è in grado di ritardare la recidiva di alcuni mesi. Questo risultato ha importanti effetti sulla qualità di vita delle pazienti, perché la recidiva porta spesso con sé profondo sconforto e angoscia. È però importante sottolineare che non tutti i casi recidivano e oggi circa il 30-40 per cento delle pazienti guariscono, inoltre i trattamenti permettono di prolungare la vita di anni anche dopo la recidiva».

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