Test Hiv: la Chiesa può aiutare a controllare l’epidemia in Africa




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La chiesa è per tutti il luogo in cui pregare. In alcune zone rurali dell’Africa, dove è difficile fare arrivare campagne di informazione e prevenzione nei confronti dell’infezione da virus Hiv, le parrocchie possono rappresentare un formidabile strumento di controllo dell’epidemia e proteggere sia le donne in gravidanza sia i futuri bebè, riducendo il rischio di trasmissione materno-fetale del virus che causa l’Aids.

La chiesa importante veicolo di informazione

A provarlo è una ricerca originale, condotta in Nigeria nelle zone più difficili da raggiungere, da un’equipe coordinata da Echezona Ezeanolue dell’Università del Nevada. Secondo lo studio, pubblicato su Lancet Global Health, il luogo di culto potrebbe rivelarsi una vera e pietra miliare nel tentativo di frenare la diffusione del virus Hiv nelle aree rurali del continente nero. L’obiettivo è ambizioso e, nonostante la disponibilità delle terapie anche a costi ridotti, un terzo delle donne incinte non inizia la terapia antiretrovirale durante la gravidanza, e il risultato di questo mancato trattamento è che ci sono circa 210.000 nuove infezioni pediatriche l’anno. Ovviamente, un accesso complesso al test di sieropositività rappresenta una delle cause di questa situazione, specie in Africa: i dati dell’Unaids, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’infezione dicono che l’87 per cento circa delle donne in gravidanza con Hiv e più del 90 per cento dei bimbi sieropositivi vivono infatti nell’area sub-sahariana. La ricerca ha preso in esame 3000 donne che vivevano in zone difficili da raggiungere della Nigeria del Sud, raccolte in 40 chiese, con un gruppo di controllo che vedeva proposto il test di sieropositività nelle strutture tipicamente dedicate a questa funzione. Al termine dell’indagine, svolta nell’ambito di un’iniziativa che viene svolta propria in Chiesa per favorire la diffusione dell’igiene soprattutto in età pediatrica, i risultati sono stati sicuramente di grande interesse: le gestanti che hanno effettuato il programma di riconoscimento di un’eventuale infezione in chiesa hanno accolto la realizzazione del test undici volte di più rispetto a quanto avviene normalmente nelle strutture dedicate a sensibilizzare sull’importanza dell’esame.

Un risultato importante

«Si tratta di un’iniziativa sicuramente significativa e di un’idea ottima – commenta Claudio Viscoli, Direttore dell’Istituto di Malattie Infettive dell’Università di Genova, che ha coordinato per quattro anni un programma dedicato all’Hiv ed altre malattie a Pointe Noire, in Congo, dove le donne in gravidanza vengono accolte da personale che spiega loro i rischi della patologia e della trasmissione al feto – . La Chiesa, pur considerando le differenze religiose che esistono, può davvero diventare un punto di riferimento anche sotto l’aspetto sanitario per proporre l’esecuzione del test per l’Hiv e frenare la diffusione del virus». Non bisogna però sottovalutare un aspetto: l’esecuzione del test rappresenta solo la prima tappa di un percorso che spesso è difficile per le donne, soprattutto nelle aree rurali. In caso di risultato positivo, tuttavia, occorre fare in modo che le donne riescano a iniziare e soprattutto proseguire la terapia per evitare la trasmissione materno-fetale. «Questo obiettivo è molto difficile da raggiungere, perché dal punto di vista sociale la donna può non accettare l’eventuale sieropositività, condizione che potrebbe creare una sorta di “esclusione” sociale – precisa Viscoli. Superato questo ostacolo, poi, occorre fare in modo che inizi il trattamento e che continui poi a farsi seguire nel monitoraggio delle cure e che prosegua con la regolare assunzione dei farmaci prescritti. Ed è a questo punto che si rischia di perdere ulteriormente il vantaggio dell’esecuzione del test. Occorre fare molto perché lo sforzo iniziale, fondamentale per ridurre il rischio di trasmissione, venga corroborato anche da iniziative e attività di sostegno per far sì che la terapia venga assunta regolarmente, altrimenti la semplice scoperta di un’eventuale sieropositività, di per sé importante, rischia di avere poco impatto sul rischio di contagio del nascituro».

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