Coronavirus in Europa, cosa succede e che cosa dovrebbe fare l’Italia

Qual è la situazione epidemiologica in Europa con i nuovi incrementi dei casi?
«È abbastanza variegata e negli ultimi quattordici giorni ci sono stati aumenti notevoli (soprattutto se rapportati alla popolazione residente) come quelli di Romania, Spagna, Bulgaria. La crescita dei casi potrebbe essere dovuta da un lato alla maggior capacità di accertare le infezioni con un aumentato numero di tamponi effettuati, dall’altro al virus che continua a circolare e coglie le occasioni per trasmettersi tra le persone», risponde Stefania Salmaso, epidemiologa in precedenza a capo del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).

Siamo di fronte alla «seconda ondata» europea?
«Giusto ieri (martedì, ndr) l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha specificato “non vi aspettate ondate”: questo virus non è come l’influenza, legato alla stagionalità, e, vedendo come si diffonde nel mondo, è assolutamente verosimile. È un’infezione con cui dovremo convivere ancora a lungo: la circolazione virale continua in modo più o meno silente, il numero di infezioni rilevate è direttamente proporzionale alla capacità di fare test, ma il virus non è meno pericoloso, se non per il fatto che al primo impatto parecchi soggetti suscettibili e fragili hanno pagato il conto più elevato in termini di casi severi e decessi».

È giusto limitare gli ingressi e gli spostamenti tra Stati?
«Sono misure che non arrestano la circolazione del virus: è un tentativo di rallentarne lo spostamento da zone ad alta incidenza a zone meno toccate. Provvedimenti simili raramente sono stati efficaci sul lungo periodo: all’inizio della pandemia guardavamo alla Cina e non ci siamo accorti che il virus era già in Lombardia. Certo con Paesi come la Romania (con cui abbiamo un scambio continuo di lavoratori) quantomeno vanno rispettate norme di quarantena per chi rientra al lavoro in Italia».

Quali sono gli errori che andrebbero evitati?
«In questo momento l’errore più grosso che possiamo fare è non potenziare la capacità di risposta della sanità pubblica imparando da quello che è successo: incremento della capacità diagnostica, tracciamento dei contatti, indagini e analisi delle modalità di contagio e calcolo dei rischi associati alle diverse esposizioni. Le misure di prevenzione devono arrivare dove servono».

Quali sono i comportamenti collettivi su cui puntare il dito?
«Sicuramente gli assembramenti in contesti chiusi sono una possibile fonte di rischio aumentato. Bisogna poi mantenere le precauzioni ormai conosciute (lavaggio delle mani, mascherine e distanza di sicurezza) perché sappiamo che il rischio zero non esiste».

Come evitare che anche in Italia i contagi superino la soglia di guardia?
«Adesso non abbiamo più scuse e non ci possiamo più far cogliere impreparati: dobbiamo capire quali sono i contesti più suscettibili al rischio maggiore di trasmissione e intervenire con la prevenzione mirata».

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