Coronavirus: «Con un test è possibile capire se la bassa carica è infettiva»

In Lombardia ormai da giorni la metà dei tamponi positivi ha bassa carica virale. Sono persone che stanno bene, conducono una vita normale, di fatto asintomatiche, ma che devono comunque sottostare alle regole dell’isolamento fino a quando il doppio tampone negativo non accerterà che sono davvero guarite, anche dal punto di vista virologico.Ai nuovi contagi si uniscono i «vecchi», molti dei quali asintomatici, ma con tampone che non si negativizza : persone che da settimane sono barricate in casa, in isolamento . Ma non c’è un modo per gestire questi «pazienti», e verificare se sono davvero contagiosi? Il dibattito sul tema , rilanciato dallo studio del Mario Negri è molto discusso. Giuseppe Remuzzi è convinto che «i nuovi positivi non sono contagiosi perché la carica virale è diventata molto bassa». Non tutti gli esperti la pensano così, dal punto di vista scientifico non c’è una certezza assoluta che non possa esserci contagio da cariche virali basse anche se è abbastanza probabile. Un nuovo studio del San Matteo di Pavia va in questa direzione: su 280 pazienti clinicamente guariti con cariche virali basse, meno del 3% aveva la possibilità di infettare. In pratica 8 persone. Insomma quasi tutti i soggetti con bassa carica virale non sembrano pericolosi, ma la certezza al 100% non c’è. Sappiamo però che basta una sola persona contagiosa in giro per fare ripartire i focolai.

La cultura cellulare

Ma è possibile distinguere tra tamponi positivi, quelli che provengono da veri casi clinici acuti o convalescenti che ancora non hanno depurato il virus (e che corrispondono a soggetti contagianti) dai tamponi che per lo più derivano dai test sierologici (dopo il test sierologico positivo è infatti obbligatorio effettuare il tampone) e che molto spesso corrispondono invece a persone non contagiose? Non tutti i tamponi, abbiamo visto, sono positivi allo stesso modo ma le conseguenze sì: tutti i soggetti vanno quarantenati, spesso per periodi lunghi e imprecisati. La soluzione sembra esistere e non pare troppo costosa. E non si tratta di adeguarsi alle nuove linee guida Oms che suggeriscono di «liberare» i pazienti Covid su criteri clinici, dopo tre giorni senza sintomi (soluzione che agli esperti italiani non piace molto).Piuttosto, come suggerisce Francesco Milazzo, già primario di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, si tratta di eseguire un esame di laboratorio supplementare: mettere in coltura di cellule epiteliali (provenienti da bronchi umani) il materiale proveniente dal tampone di un sospetto positivo. In sintesi quello che hanno fatto a Pavia per dimostrare che quasi la totalità de i «debolmente positivi non infettano». «Se le tracce di RNA da Covid-19 sono espressione di un virus ancora vivo e vitale nell’arco di 2-3 giorni assisteremo alla morte delle cellule al cui interno il virus si è replicato. Se invece a quella debole positività al tampone non corrisponde un virus vivo e vitale, la nostra cultura cellulare si manterrà sana e vitale».

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