Archive for Salute

Come faccio a eseguire un’iniezione sottocutanea

Trauma cranico, quando bisogna andare in Pronto Soccorso

Tumore rene: migliora sopravvivenza con l’immuno-oncologia, ma oltre un terzo dei casi viene scoperto tardi

Il 70 per cento dei pazienti italiani è vivo cinque anni dopo la diagnosi di un tumore al rene e può sperare di essere guarito, grazie all’efficienza del nostro sistema sanitario e ai progressi compiuti negli ultimi decenni con l’arrivo di nuove cure, sempre più precise e mirate, ma resta un importante passo da fare: migliorare la diagnosi precoce, perché ancora troppi casi vengono scoperti in ritardo. Il 35% delle neoplasie renali nel nostro Paese viene infatti individuata in fase avanzata o metastatica. Come emerge da diversi studi presentati nel corso dei lavori del congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), però, per questi pazienti l’immuno-oncologia, che potenzia il sistema immunitario per combattere con più forza la malattia, sta cambiando lo standard di cura e migliorando le prospettive di sopravvivenza.

Così si allunga la sopravvivenza dei malati

Dai risultati principali degli studi di fase 3, CheckMate -2141 e CheckMate -9ER2, condotti su pazienti mai trattati in precedenza, oltre il 50% dei pazienti trattati con la combinazione di due molecole immuno-oncologiche (nivolumab e ipilimumab) è vivo a 4 anni e la combinazione di nivolumab con una terapia mirata, cabozantinib, ha notevolmente accresciuto la sopravvivenza globale, riducendo del 40% il rischio di morte e ha raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione e il tasso di risposta oggettiva. «Il tumore del rene è caratterizzato da elementi in comune con il melanoma, la prima neoplasia in cui è stata dimostrata l’efficacia dell’immuno-oncologia — dice Sergio Bracarda, direttore dell’Oncologia medica e traslazionale dell’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni —. Non a caso, in passato, le due neoplasie sono state studiate insieme per verificare l’efficacia di diversi approcci terapeutici di tipo immuno-oncologico. Nei tumori renali la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci. Il trattamento principale per la malattia localizzata è rappresentato dalla chirurgia, conservativa quando possibile. Ma soltanto circa il 30% dei casi guarisce grazie all’intervento. Il 35% dei pazienti arriva alla diagnosi già in stadio avanzato e, in un terzo dei malati, la neoplasia può recidivare in forma metastatica dopo l’intervento chirurgico. Nivolumab è stato il primo inibitore di checkpoint immunitario approvato in seconda linea, cioè in pazienti già trattati. L’immuno-oncologia sta aprendo prospettive importanti anche in prima linea, grazie alle diverse opzioni di combinazione con farmaci immunologici o antiangiogenici oggi disponibili».

Covid, l’«altra» strada che utilizza il virus per entrare nelle cellule umane

Professor Balistreri, ci parli dello studio di cui è co-autore.
«Gli esperimenti sono stati condotti in quattro laboratori, tra Finlandia, Germania, Inghilterra e Australia. Tutto è partito da un’osservazione: quando il nuovo coronavirus è stato isolato e descritto nella sua sequenza genetica ci si è resi conto che qualcosa non tornava. Sars-CoV-2 contiene nel suo genoma un “pezzo” in più, una sequenza di amminoacidi in realtà ben nota ai virologi perché comune ad alcuni tra i più devastanti virus che colpiscono l’uomo, anche se per il resto sono parassiti completamente diversi tra loro: Ebola, HIV, ceppi altamente patogeni di influenza aviaria, Zika e persino un altro coronavirus, MERS, che non usa il recettore ACE2. MERS è molto piu letale di Sars-CoV-2 ma per fortuna, per il momento, non si è diffuso nel mondo».

La quarantena non fa bene al cervello «sociale»: l’empatia va in tilt

La quarantena non fa bene al cervello: a dirlo non sono solo gli psicologi o gli psichiatri, ma anche gli studi di imaging dell’attività cerebrale. Il forzato isolamento ha fatto calare il vento della nota canzone di Modugno sulla lontananza che spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi e che, in sostanza, alimenta il fuoco della nostra affettività sociale la cui brace cova perennemente in un’area cerebrale sita poco sopra la fronte: la corteccia prefrontale mediale, in sigla mPFC, dall’inglese medial prefrontal cortex, spesso definita «cervello sociale». È proprio lì che situiamo i veri amici e i grandi amori: l’hanno scoperto tramite risonanza magnetica funzionale i ricercatori della Stanford University diretti da Andrea Courtney e Meghan Meyer, che hanno pubblicato sul Journal of Neuroscience uno studio intitolato La rappresentazione di noi stessi nel cervello sociale riflette i nostri rapporti con gli altri, nel quale indicano come nei solitari inveterati, che magari vivono isolati in montagna o nei depressi cronici, questa brace sociale sia quasi spenta tant’è che riferiscono di sentire la gente intorno a loro, ma non insieme a loro perché hanno perso o non hanno sviluppato la capacità di riaccendere il fuoco dell’empatia che ci lega alle persone a cui teniamo.

Distacco sociale

Per questo tipo di persone si parla di «self-other gap», un fenomeno che si potrebbe definire distacco sociale e che nella parola gap, cioè buco, breccia, indica proprio il vuoto che sentono fra loro e gli altri. I risultati dello studio assumono anche una connotazione «biblica» perché ricalcano il comandamento «Ama il prossimo tuo come te stesso»: più forte è per noi la valenza affettiva di qualcuno a cui teniamo (fidanzata/o, coniuge, genitori, figli, parenti o un caro amico/a), più la sua rappresentazione nella mPFC osservata tramite risonanza magnetica funzionale somiglia a quella che abbiamo di noi stessi.

Come faccio a eseguire un’iniezione intramuscolare

Nuovi passi avanti contro i tumori al seno più difficili da curare

Quello al seno è il tumore più diffuso in Italia ed ha, fortunatamente, anche tassi di guarigione fra i più elevati, ma nonostante i molti progressi fatti resta la prima causa di morte per cancro fra le italiane. Esistono infatti tantit tipi diversi di carcinoma mammario, alcuni molto più aggressivi di altri ed è proprio su questi ultimi che la ricerca scientifica si è concentrata in modo particolare, come dimostrano alcuni studi presentati durante il Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo), in corso questi giorni in modalità virtuale.


Italia, 53.500 nuove diagnosi nel 2019

Sono 53.500 i nuovi casi di tumore al seno diagnosticati nel 2019

nel nostro Paese e l’89 per cento delle pazienti è vivo a 5 anni dalla scoperta della malattia: anche quando si presentano metastasi, infatti, esistono oggi molte terapie differenti (spesso mirate sulle varie alterazioni genetiche che caratterizzano i vari sottotipi di neoplasia) che consentono di proseguire le cure per anni, con una buona qualità di vita delle pazienti. «Circa due terzi delle italiane sono colpite dalla forma HR+/HER2 negativa – spiega Pierfranco Conte, direttore della Divisione di Oncologia Medica 2 all’Istituto Oncologico Veneto di Padova -. PIK3CA è il gene mutato più comune nel carcinoma mammario, presente in circa il 40% delle pazienti con tumore HR+/HER2 negativo. La proteina, codificata dal gene PIK3CA, è importante perché regola il metabolismo cellulare. Quando il gene PIK3CA è mutato produce una proteina anomala, che viene bloccata da alpelisib, terapia a bersaglio molecolare. Il farmaco interviene su questa via metabolica, contribuendo in maniera decisiva al controllo della crescita della malattia e riducendo le dimensioni complessive del tumore. Un’altra caratteristica della mutazione di PIK3CA è la sua alta stabilità, perché caratterizza tutta la storia della malattia».

Coronavirus, i Cdc: «La via principale di contagio è quella aerea». Il metro di distanza può non bastare

I Cdc (Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie) hanno aggiornato venerdì le loro linee guida su come si diffonde il coronavirus, ritenendo che la via trasmissione principale del virus sia quella per via aerea, finora solo supposta. Cambia così tutto. Sars-CoV-2 può comunemente diffondersi «attraverso goccioline respiratorie o piccole particelle, come quelle degli aerosol» che vengono prodotte quando una persona respira. Dopo tre giorni però, quando il cambio radicale è stato notato dagli esperti dell’aerosol e scritto da testate del tutto il mondo i Cdc ci hanno ripensato e hanno ritirato tutto. La versione ufficiale dell’Agenzia è che per errore è stata pubblicata una bozza non ancora rivista delle nuove linee guida che nel giro di 72 ore sono tornate a come erano in precedenza, senza più enfasi sul ruolo cruciale e primario dell’aerosol nella trasmissione del virus. Scrivevano i Cdc: «Vi sono prove crescenti che le goccioline e le particelle possono rimanere sospese nell’aria ed essere respirate da altre persone diffondendosi a distanze superiori a 1,80 metri (ad esempio durante le prove del coro, nei ristoranti, nel corso di lezioni di fitness). In generale gli ambienti interni, senza una buona ventilazione aumentano questo rischio». I Cdc riportavano l’esempio di virus aereodispersi: «Il virus che causa il Covid-19 sembra diffondersi in modo più efficiente dell’influenza, ma non in modo efficiente come il morbillo, che è altamente contagioso»

Prevenzione

Indossare la mascherina, distanziarsi di almeno 1,80 metri quando possibile (in Italia le linee guida parlano di un metro), lavarsi spesso le mani sono le misure preventive suggerite. A queste è stato aggiunto il consiglio di «utilizzare purificatori d’aria per ridurre i germi presenti nell’aria degli spazi interni».

Robbie Williams e la discalculia: «Non riesco a fare calcoli banali o a ricordare il mio indirizzo di casa»

I numeri sono da sempre un problema per Robbie Williams, che non riesce nemmeno a ricordare le cifre che compongono il suo indirizzo di Los Angeles, come pure le date importanti della sua vita, compresi i compleanni dei figli e della moglie Ayda. Questo perché il cantante britannico soffre fin da bambino di discalculia, disturbo specifico d’apprendimento spesso associato alla dislessia che può portare a difficoltà nell’apprendimento dei numeri e dei calcoli. «Sono discalculico – ha rivelato infatti Williams al podcast “Three Little Words”, ripreso dal Sun – e non sono in grado di fare operazioni anche banali, come addizioni o sottrazioni. E questa cosa mi mette sempre nei pasticci, perché non conosco le date di nascita dei miei figli e di mia moglie e neppure quella del nostro anniversario di matrimonio. Non bastasse, ho anche dei problemi con l’indirizzo della nostra casa di Los Angeles, perché prima della via ci sono quattro cifre iniziali che non riesco mai a ricordare».


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Mio figlio è dislessico? I campanelli d’allarme cui prestare attenzione

I numeri


Il paragone

Com’è nel suo carattere, l’ex Take That ha tentato di sdrammatizzare la situazione, paragonandosi al protagonista del film «Memento», che soffriva di amnesia a breve termine e quindi perdeva la memoria ogni 15 minuti, ma è indubbio che la discalculia possa rappresentare una limitazione. «Ho intenzione di farmi tatuare tutte le date importanti della mia vita – ha continuato Williams – così le avrò sempre con me e non me le dimenticherò più, perché ogni giorno è come quello di “Memento” per me». Non è la prima volta che la popstar parla così apertamente dei suoi problemi di salute: in passato Williams aveva infatti confessato le dipendenze da alcool e droghe e di aver sofferto di ansia e depressione.

Autismo: appartamenti domotici dove s’impara a gestire i disturbi

Sono appartamenti «didattici», Blu Home, pensati e strutturati come una normale abitazione ma dispongono di avanzati strumenti di domotica e sono arredati con particolari accorgimenti per rendere gli ambienti accoglienti per ragazzi con diagnosi di autismo. Qui bambini e giovani affetti da questo disturbo pervasivo dello sviluppo che colpisce la sfera comportamentale, relazionale, cognitiva, sensoriale rendendo problematica l’integrazione sociale, potranno trascorrere una decina di giorni insieme alle loro famiglie al fine di acquisire, con l’aiuto di esperti del comportamento, abilità, competenze e nuove abitudini positive da mettere poi in pratica nella vita quotidiana, una volta tornati nelle proprie case. I quattro appartamenti trilocali, realizzati a Varese dalla Fondazione Sacra Famiglia, col sostegno di Fondazione Vodafone, Fondazione Pasquinelli, Spazio Blu e Harmonie Care, accoglieranno i primi ospiti, a partire da settembre, e potranno ospitare ogni anno fino a 160 ragazzi e loro famiglie, provenienti da tutta Italia.

Come sono concepiti

Tutte le stanze degli appartamenti sono dotate di un sistema di videoregistrazione che permette a educatore e psicologo, collegati da remoto nella stanza di controllo, di monitorare ciò che avviene nella casa attraverso telecamere nascoste. Con l’impianto domotico, poi, è possibile controllare la movimentazione di alcuni elettrodomestici, per esempio l’apertura del frigorifero, o abbassare o alzare le tapparelle, oppure regolare l’illuminazione artificiale delle stanze diversificando i colori e l’intensità della luce grazie a un particolare pannello led a soffitto. In questo modo si può personalizzare ogni intervento in relazione ai disturbi di comportamento che manifesta il ragazzo. Il progetto blu home si basa sul metodo Superability che mira a promuovere l’autonomia e l’indipendenza nella persona con autismo: i bambini e giovani seguiti dall’equipe della Fondazione Sacra Famiglia con questo tipo di interventi hanno sviluppato maggiori abilità cognitive (pari al 44%), migliori capacità di socializzazione (più 36%) e di comunicazione (più 30%).

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