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Coronavirus, la mascherina potrebbe essere un «vaccino rudimentale»?

La mascherina, già vista da molti scienziati come la protezione più efficace contro Covid-19 potrebbe nascondere anche un altro vantaggio? Un team di ricercatori alcuni giorni fa ha presentato una singolare teoria: le mascherine potrebbero contribuire a immunizzare in modo grossolano alcune persone contro il coronavirus. La teoria è provocatoria e non ancora dimostrata ma secondo alcuni scienziati, in attesa di un vaccino solido sicuro ed efficace, la mascherina potrebbe diventare un «vaccino» rudimentale contro il coronavirus perché, schermando l’ingresso del virus in grandi quantità potrebbe però comunque permettere a poche particelle virali di passare e penetrare nelle vie respiratorie di chi la indossa, attivando quindi un processo di immunizzazione contro il Sars-CoV-2, pur con un’infezione senza sintomi.

Non può sostituire il vaccino

Naturalmente portare la mascherina non può sostituire un vaccino. Tuttavia portare la mascherina a livello universale potrebbe aiutare a ridurre la gravità della malattia garantendo che una percentuale sempre maggiore di nuove infezioni sia asintomatica. Se questa teoria venisse confermata indossare la mascherina potrebbe diventare una forma di «variolizzazione» generando immunità e rallentando la diffusione nel mondo. A sostenerlo è Monica Gandhi, infettivologa della University of California di San Francisco con un commento sulle pagine del New England Journal of Medicine. «Puoi avere il virus ma essere asintomatico, quindi con le mascherine puoi aumentare il tasso di infezioni asintomatiche, e magari questo potrebbe diventare un modo per inoculare in maniera sicura il virus nella popolazione» scrive l’infettivologa.

Covid in Italia, il professor Galli: il lockdown ci sta ancora proteggendo, ma l’equilibrio è fragile

Sta arrivando una grande seconda ondata in Italia?
«Confido nel fatto che possa non verificarsi. Dobbiamo però essere in grado di contenere i nuovi focolai».

Ieri la Francia ha contato 15.800 casi, la Spagna 12mila, l’ Italia duemila. Perché queste differenze?
«La situazione nei Paesi attorno a noi è allarmante. Non è chiaro perché, ma ho una mia opinione».

Massimo Galli, primario di Malattie infettive all’ ospedale Sacco di Milano, ci aiuta a interpretare numeri e andamenti relativi all’ epidemia di coronavirus.

Professore, cosa diceva a proposito delle differenze con gli altri Stati?
«La mia personale impressione è che il lockdown per come lo abbiamo vissuto e sofferto, più rigoroso che altrove, abbia limitato la circolazione del virus in alcune parti d’ Italia. Parecchie regioni non hanno avuto nuovi casi per un determinato lasso di tempo. Quell’ intervento radicale ci ha dato una sorta di onda lunga di protezione, ma l’ equilibrio è fragile».

Il report di ieri dell’ Istituto superiore di sanità spiega che oggi il virus circola in tutto il Paese e i casi aumentano per l’ottava settimana.
«Dopo un’ estate condotta in maniera non prudente in molte parti del Paese, c’ è stata una ripresa dei contagi. Il virus non se ne è mai andato. Il rialzo dell’ età media dei casi suggerisce che l’ infezione si sia diffusa nel contesto familiare. I numeri finora sono sostenibili. Tuttavia la medicina territoriale ha bisogno di essere irrobustita, per contenere i focolai».

La riapertura delle scuole peggiorerà la situazione?
«L’ impatto si vedrà nelle prossime due-tre settimane. Ora è presto: una parte degli istituti ha ripreso le lezioni il 14 settembre, altri dopo le votazioni. La Francia ha riapertura le scuole con 15 giorni di anticipo. Ma non ritengo che la loro situazione sia determinata da questo elemento».

Per gli alunni con sintomi sospetti è previsto il tampone. Alcune famiglie lamentano attese eccessive per l’ esito.
«Il meccanismo è complicato, rischia di bloccare tutto. I genitori di fatto sono “quarantenati” in attesa dei risultati. Abbiamo bisogno di test rapidi. Penso a quelli in grado di trovare l’ antigene del virus nel secreto nasale: danno risposte in un quarto d’ora».

Insieme ai contagi salgono anche i ricoveri…
«Il numero dei posti letto occupati in generale e di quelli in terapia intensiva è come la punta di un iceberg. Una piccola minoranza degli infetti ha bisogno del ricovero. Ma se i contagi crescono di molto, anche questa percentuale sale».

Usa, uomo di 54 anni muore per aver mangiato troppa liquirizia

Un uomo di 54 anni è morto negli Stati Uniti per aver mangiato troppa liquirizia. Ogni giorno mangiava un sacchetto e mezzo di liquirizia nera e questa sua abitudine gli è stata fatale. Il caso è stato descritto sul New England Journal of Medicine dai medici del Brigham and Women’s Hospital, del Massachusetts General Hospital, e dell’Harvard Medical School di Boston. Secondo i ricercatori l’uomo è stato ucciso da un «eccesso di acido glicirrizico contenuto nella radice della liquirizia».

L’acido glicirrizico e le conseguenze quando si esagera

Numerosi studi hanno dimostrato che l’acido glicirrizico può causare «ipertensione, ipopotassiemia (quando i livelli di potassio diventano pericolosamente bassi) alcalosi metabolica, aritmie fatali e insufficienza renale». Tutti questi sintomi sono stati registrati nella cartella clinica del paziente e sommati tra loro hanno causato la sua morte

Coronavirus, lo studio che rivela perché alcuni pazienti sviluppano forme più gravi della malattia

Anticorpi che non si comportano come dovrebbero, mutazioni genetiche. Sarebbero queste le cause delle forme gravi di Covid-19 rispettivamente nel 10 e nel 3,5 per cento dei pazienti in precedenza sani. In entrambe le situazioni ci sarebbe una ridotta funzionalità dell’interferone di tipo I, che fa parte di una grande famiglia di proteine chiamate citochine e ha grande importanza per il sistema immunitario. Lo ha scoperto una ricerca condotta dal Covid Human Genetic Effort (CovidHGE), un consorzio internazionale che coinvolge più di 50 centri di sequenziamento genetico e centinaia di ospedali. Allo studio hanno partecipato tra gli altri il Laboratorio di Genetica Medica dell’Università di Roma Tor Vergata, l’Istituto San Raffaele di Milano, l’ospedale Bambino Gesù di Roma, l’Istituto di genetica e biofisica «A. Buzzati-Traverso» del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Cnr-Igb).

I risultati

La ricerca è stata pubblicata in due articoli sulla rivista Science e nasce dall’analisi dei tessuti biologici di 987 pazienti gravi. La prima pubblicazione spiega che più del 10 per cento delle persone sane che sviluppano forme serie della malattia ha anticorpi disfunzionali: attaccano il sistema immunitario invece del virus, impedendogli di agire efficacemente contro l’infezione. L’interferone in questo caso viene neutralizzato dagli auto-anticorpi. Il secondo articolo individua nel 3,5 per cento di pazienti in condizioni gravi una mutazione genetica predisponente, che causa una minor produzione della proteina-chiave per la risposta immunitaria ai virus.

Sul Corriere Salute: l’herpes zoster, la cui causa è il virus della varicella che si riattiva

In gergo medico si chiama Herpes zoster, ma in Italia la maggior parte delle persone lo conosce come «fuoco di Sant’Antonio», malattia infettiva, talvolta molto insidiosa, che ha come bersaglio i nervi e la pelle ed è causata dalla riattivazione del virus della varicella.

Come si sviluppa?
«Dopo la guarigione dalla varicella, malattia infettiva che la maggior parte delle persone supera durante l’infanzia, il virus varicella-zoster (come tutti i virus erpetici) non viene eliminato del tutto, ma rimane confinato, inattivo, nei gangli nervosi dei nervi sensitivi», spiega il professor Carlo Gelmetti, direttore della Dermatologia pediatrica dell’Irccs Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. «Può tuttavia succedere che a distanza di tempo, il virus si risvegli a causa di un indebolimento del sistema immunitario, come può capitare con l’avanzare dell’età, o per l’impiego di alcuni farmaci immunosoppressori o, ancora, in seguito a uno stress ambientale (troppo caldo, troppo freddo, troppo sole) o emozionale. Il virus riattivato si moltiplica e risale lungo il fascio nervoso periferico fino a raggiungere la cute innervata da questo nervo, area chiamata in termini tecnici dermatomero».

Da che cosa si riconosce questa condizione?
«Nel momento in cui si riattiva il virus, il paziente avverte un fastidio nella sede corrispondente a quella innervata dal ganglio nervoso interessato. La forma statisticamente più comune è quella toracica, ma possono essere interessati anche i nervi sensitivi del volto oppure quelli sacrali. Il fastidio iniziale, avvertito come pizzicore, bruciore, formicolio o persino dolore, può essere più o meno intenso a seconda dell’età, in genere è maggiore negli anziani o, invece, addirittura assente nei bambini. Compare poi un tipico arrossamento con vescicole a contenuto liquido che si rompono con facilità. Si formano così delle croste che si staccano nell’arco di una o due settimane. Di solito i disturbi sono localizzati solo a un lato del corpo, nell’area innervata da un nervo sensitivo».

Covid e tamponi, cosa c’è da sapere: rapidi o classici, a pagamento o gratis, tempi di risposta e affidabilità

Risultato

Il tampone può essere “positivo” e indica che una persona ha contratto il virus ed era infetta al momento del prelievo, o “negativo” e indica che la persona non risulta avere contratto il virus ed essere infetta al momento del prelievo. Come spesso si è detto è la “fotografia di un istante” perché un soggetto può essere negativo oggi e positivo domani. Non solo. “Positivo” non necessariamente significa “sintomatico”, visto che ci sono persone che hanno il virus ma restano senza sintomi (i cosiddetti “asintomatici”) e non significa necessariamente “contagioso”. Sappiamo che la contagiosità è massima nelle 48 ore precedenti l’esordio dei sintomi e per circa 7 giorni dopo (anche se ci sono casi fino a un massimo di 14 giorni). Ci sono situazioni in cui una persona resta “positiva” per mesi, ma dopo un certo lasso di tempo non è più contagiosa: il tampone è così sensibile da trovare tracce di Rna virale lo stesso, ma sono frammenti di virus “inoffensivi”, incapaci di replicarsi. L’esito “positivo” in Italia viene obbligatoriamente segnalato alle autorità sanitarie competenti.

Quando va eseguito

Ogni volta che qualcuno pensi di aver avuto la possibilità di infettarsi con il Sars-CoV-2 e come screening (a scuola, sul lavoro) o per accertare la positività di categorie a maggiore rischio di contagio (come medici e infermieri). Il tampone viene deciso e prescritto dal medico-pediatra-ATS. Se eseguito troppo precocemente rispetto alla data in cui si suppone un contagio (esposizione), può risultare negativo (si parla quindi di “falso negativo”). Il tasso di falsi negativi è al minimo 8 giorni dopo l’esposizione, ovvero 3 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi (in media e se ci sono). Per questo gli scienziati consigliano di effettuare il tampone non prima di 72 ore dopo il presunto contagio, per ridurre al minimo i risultati falsi negativi.

Privatamente

Posso decidere di eseguirlo privatamente (anche se dovrebbe essere un medico a valutare quando è più consigliabile eseguirlo, vedi sopra il problema dei “falsi negativi”, ndr). In caso di “positività”, l’esito verrà comunicato alle autorità sanitarie competenti.

Quanto costa

Privatamente costa in media tra gli 80 e i 150 euro.

Che cosa succede quando faccio il tampone (a me e alla mia famiglia)

Dopo l’esecuzione di un tampone si attende l’esito in isolamento. In caso di positività, l’ATS prende in carico la persona e dispone lo screening dei contatti stretti: subentra l’obbligo di isolamento per la persona che ha fatto il test e di quarantena per i contatti stretti (siano famigliari o compagni di scuola o colleghi). Isolamento e quarantena terminano per se stessi o per un contatto stretto quando due tamponi successivi sono negativi o dopo 14 giorni nel caso non si sia fatto il tampone. La necessità di avere negatività in due tamponi è peraltro contestata da molti scienziati che indicano come un singolo tempone negativo potrebbe essere sufficiente a indicare la avvenuta risoluzione dell’infezione. Alcuni Paesi (come la Francia) hanno dimezzato anche la durata della quarantena. In Italia c’era l’ipotesi di portarla a 10 giorni, ma per ora il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) ha confermato i 14 giorni.

Tampone salivare/test salivare

È possibile fare la diagnosi anche prelevando col tampone una quantità ridotta di saliva. Anche in questo caso si tratta di test di biologia molecolare (tampone “classico”) eseguiti con tecniche differenti. Possono dare un risultato in laboratorio entro 5-10 minuti. I tamponi salivari sono utilizzati in alcuni Paesi del mondo (come Usa e Giappone) soprattutto quando sono necessari screening di massa, per cui serve conoscere in poco tempo la positività di gruppi di soggetti considerati a rischio. La sensibilità è alta, ma, anche in questo caso, dipende dai kit utilizzati. In Italia sono in corso sperimentazioni su questa tipologia di test, ma nono sono ancora stati validati dal Ministero della Salute.

Tamponi “rapidi” o “test antigene” o “saponette”

Sono stati sviluppati altri tamponi diagnostici rapidi che rilevano la presenza del virus negli individui infetti. Sono già utilizzati in Italia negli aeroporti o quando servono screening di massa (come successo in occasione di ritorno dai Paesi considerati “a rischio” come Croazia, Spagna, Malta e Grecia). Funzionano in modo diverso dai tamponi tradizionali: sono basati sulla rilevazione di proteine virali (antigeni) presenti nelle secrezioni respiratorie. Anche in questo caso il prelievo avviene con dei bastoncini infilati nelle narici e nella faringe, oppure può essere prelevata la saliva. La risposta è “del tipo sì/no” come per i kit di gravidanza e arriva in media entro 30 minuti. Per la lettura non occorre un addestramento particolare e l’esito non richiede strumenti di laboratorio. La risposta (ma dipende dai modelli) arriva in minuti. Hanno una sensibilità dell’80-85%, inferiore ai tamponi “classici”: riconoscono circa 80-85 infetti su 100. Se una persona ha una bassa quantità di virus nel proprio corpo, il test potrebbe dare un risultato falso negativo. A volte hanno l’aspetto di “saponette” o “carte di credito” con barre colorate.

Vedo le immagini sdoppiate, soprattutto di sera, cosa mi succede?

Ho 28 anni e 4 diottrie di miopia, da un po’ vedo le immagini sdoppiate, specie in lontananza e, in particolare, la sera, guidando. Non è stato rilevato alcun problema ai nervi cranici e la risonanza ha dato esito negativo.

Risponde Paolo Nucci, Direttore Clinica oculistica Ospedale.San Giuseppe, Milano.

Tutto nel suo racconto fa pensare a una forma di diplopia tipica di soggetti giovani, sani e miopi. Patologia descritta alcuni decenni fa e che si manifesta in maniera sfumata agli esordi per poi divenire francamente invalidante. Si tratta di una tipologia di strabismo che negli ultimi anni si osserva con grande frequenza e interessa, in particolare, i giovani miopi particolarmente impegnati in lavori che richiedono una visione ravvicinata. La causa più probabile è una «prevalenza» dell’attività dei muscoli che regolano la convergenza degli assi visivi che, appunto, «prevalgono» su quelli che mantengono allineati gli occhi a distanza.

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