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Coronavirus in Africa: i timori della comunità scientifica e le criticità sanitarie del continente

Il nuovo coronavirus è arrivato in Africa, questo desta una serie di timori nella comunità scientifica, derivanti principalmente da alcune criticità presenti nel sistema sanitario in diversi Paesi del continente e dall’ingente numero di persone che potrebbero esserne coinvolte. Capiamo quali possono essere i nodi legati alla notizia del primo caso.

Egitto Paese a rischio ma meglio attrezzato

Il primo caso confermato viene dall’Egitto: lo ha annunciato lo stesso ministro della Salute del Paese, specificando che si tratta di un paziente straniero (un cittadino cinese in viaggio in Egitto). È stato dichiarato che la persona si trova ricoverata in isolamento in ospedale. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è stata allertata subito. La buona notizia è che l’Egitto è uno dei Paesi africani con «la maggiore capacità di rispondere a un’eventuale emergenza», lo sostiene anche Vittoria Colizza, ricercatore dell’Inserm, l’Istituto nazionale francese di salute e ricerca medica, che nei giorni scorsi, per conto del governo francese, ha stilato uno studio per valutare la preparazione del continente a far fronte a un’eventuale epidemia da COVID-19. Lo studio aveva individuato nell’Egitto il Paese a più alto rischio di importazione del virus, ma con un’alta capacità e preparazione a rispondere da un punto di vista sanitario.

Bambini e adolescenti malati di tumore: tanti progressi, ma si può (e si deve) fare di più

Oggi un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi sopravvive al cancro rispetto al passato e in media in Italia otto su dieci riescono a guarire. Merito dei progressi nella ricerca di nuove terapie, ma anche di un miglioramento nell’organizzazione delle cure. Per quanto riguarda gli adolescenti, ad esempio, i limiti di età, prima considerati una barriera insormontabile, sembrano essere oggi un problema in gran parte superato.Fino a pochi anni fa, infatti, nonostante il fatto che due terzi dei tumori nella fascia 15-19 anni siano in realtà tipici dell’età infantile (tumori del sistema nervoso centrale, sarcomi, leucemie e linfomi), solo una minoranza di pazienti veniva inviata ai centri di oncologia pediatrica, mentre ora l’accesso ai reparti e ai trattamenti più idonei è sensibilmente migliorato. A fare il punto sulla situazione, sono gli esperti dell’Associazione Italiana Ematologia ed Oncologia Pediatrica (Aieop) e la Federazione Italiana Associazioni Genitori Oncoematologia Pediatrica (Fiagop) in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile che si celebra il 15 febbraio.

Il ricovero dei teenager in pediatria

Ogni anno nel mondo oltre 300mila bambini e adolescenti ricevono una diagnosi di cancro (sono circa 60 i sottotipi diversi che colpiscono i più giovani) e, nonostante l’incremento dei tassi di guarigione negli ultimi anni, la mortalità è ancora troppo elevata. In Italia abbiamo circa 1.500 diagnosi annue nella fascia di età 0-14 e 900 in quella adolescenziale. La percentuale di adolescenti malati di cancro curati nei centri Aieop (la società scientifica che dal 1975 si occupa, attraverso una rete collaborativa nazionale, della ricerca e della cura dei tumori pediatrici) rispetto ai casi attesi in Italia è passata dal 10 per cento nel periodo 1989-2006 al 28 per cento nel periodo 2007-2012 per arrivare infine al 37per cento negli anni compresi tra il 2013 e il 2017. È quanto emerge da uno studio italiano pubblicato di recente dalla rivista americana Journal of Adolescent and Young Adult Oncology, che evidenzia anche come attualmente solo una minoranza di centri Aieop ponga restrizioni all’ammissione di minori di 18 anni nei reparti idonei a curarli.  

Coronavirus: la Cina si adegua all’Oms sul conteggio dei casi

La Cina ha aggiunto 254 nuovi decessi e altri 15.152 casi di contagio al bollettino dell’epidemia di Covid-19. A rendere note le nuove cifre, che tengono conto del cambio dei parametri diagnostici nella provincia epicentro del focolaio, lo Hubei, sono state le autorità sanitarie. Con l’aggiornamento ufficiale, in Cina salgono così a 1.367 i decessi e a 59.804 i contagi totali.

Problema di numeri

La Chinese National Health Commission avrebbe deciso il 7 febbraio di cambiare il modo di conteggiare i casi di COVID-19 positivi, in disaccordo con quanto prevedono le linee guida dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e poi avrebbe fatto marcia indietro dopo le critiche ricevute. Ecco che cosa è successo nel giro di pochi giorni.

Coronavirus e contagi, quanto può vivere sulle superfici contaminate?

Il coronavirus può rimanere infettivo sulle superfici degli oggetti a temperatura ambiente fino a 9 giorni. In compenso non è molto resistente e bastano detergenti a base di candeggina o disinfettanti a base di alcol o acqua ossigenata per ucciderlo. A fare chiarezza è una revisione di studi, pubblicata sul Journal of Hospital Infection. I ricercatori della University Medicine Greifswald, in Germania, hanno rivisto la letteratura su tutte le informazioni disponibili sulla persistenza dei coronavirus umani e animali su superfici inanimate e sulle strategie di inattivazione con agenti utilizzati normalmente per la disinfezione chimica nelle strutture sanitarie.

Alcol etilico e candeggina

L’analisi di 22 studi rivela che i coronavirus umani, come quello della sindrome respiratoria acuta grave (Sars), della sindrome respiratoria del Medio Oriente (Mers) o i coronavirus umani endemici (HCoV), possono persistere su superfici inanimate come metallo, vetro o plastica fino a 9 giorni, ma possono essere inattivati in modo efficiente nel giro di un minuto attraverso procedure di disinfezione delle superfici con alcol etilico (etanolo al 62-71%), acqua ossigenata (perossido di idrogeno allo 0,5%) o candeggina (ipoclorito di sodio allo 0,1%). «Poiché non sono disponibili terapie specifiche per 2019-nCoV – concludono i ricercatori, guidati da Gunter Kampf -, il contenimento precoce e la prevenzione di un’ulteriore diffusione saranno cruciali per fermare l’epidemia in corso».

I sintomi del nuovo coronavirus Come distinguerlo dall’influenza

I sintomi dell’infezione da parte del nuovo coronavirus assomigliano a quelli dell’influenza e delle sindromi parainfluenzali che circolano in questa stagione e questo è il motivo per cui si creano molti falsi allarmi prima che le analisi di laboratorio consentano di arrivare a una diagnosi certa. Febbre, tosse, dolori muscolari, difficoltà respiratorie e più raramente disturbi gastrointestinali e diarrea sono i sintomi più diffusi. Segnalati anche mal di testa e confusione mentale. Nei casi più gravi, se l’infezione si diffonde nel basso tratto respiratorio, è possibile che compaiano gravi polmoniti (secondo le stime nel 15% dei casi) che possono portare a insufficienza respiratoria acuta. Il virus può diffondersi fino ai reni e causare così insufficienza renale.

Come si cura

Non esiste un trattamento specifico per la malattia ma gli studi su potenziali terapie si moltiplicano. In una manciata di casi pazienti gravi sono stati trattati con successo con farmaci antivirali usati contro l’Hiv ed Ebola. In altre situazioni sono stati somministrati farmaci antimalarici, ma i ricercatori sono per ora cauti perché non esistono dati su larga scala. Quando la malattia provoca polmoniti virali particolarmente gravi si può prendere in considerazione l’uso dell’Ecmo, l’ossigenazione extracorporea, una tecnica di rianimazione che supporta le funzioni vitali attraverso l’ossigenazione del sangue (in Italia esistono 14 strutture ospedaliere che dispongono di questi dispositivi).

Luke Evans: «Così aiuto nonna Enid ad affrontare l’Alzheimer»

I nostri nonni «ci possono insegnare tanto. Riempiteli d’amore, alzate il telefono, mandate loro una cartolina o videochiamateli su FaceTime come faccio io».
Questo è solo uno dei moltissimi messaggi che su Instagram l’attore e cantante gallese 40enne Luke Evans indirizza ai genitori della madre, in particolare a nonna Enid – che lui chiama «nana» -, 84 anni a marzo, l’unica «donna della sua vita». Le ha regalato un cuscino con la faccia del suo personaggio nel film Lo Hobbit (Bard l’arciere) e l’ha ritratta con una camelia rossa dietro l’orecchio. I quasi due milioni e mezzo di follower sul social network la conoscono bene perché lui ne parla spesso. Da anni la signora Enid soffre di Alzheimer e il nipote, ogni volta che gli impegni sul set glielo permettono, se ne occupa come caregiver. Di recente Evans ha raccontato come l’ascolto del suo album di debutto le abbia fatto ricordare il nipote in maniera meno confusa. «Mi alza il pollice, sorride, sembra quella di una volta – dice Evans – e ho scoperto che davvero una melodia può aiutare le persone affette da demenza a ritornare in contatto con emozioni o ricordi e al tempo stesso essere maggiormente presenti».

Quali ricordi condivide con sua nonna?
«Si è sempre presa cura di me, in particolare perché sono il primo nipote, mi ha sempre protetto, coccolato e accudito e ora è il mio turno di prendermi cura di lei».

Virus Cina, il rientro degli italiani «Quarantena di 14 giorni»

È tutto pronto per il ritorno dei connazionali da Wuhan, la città cinese epicentro dell’epidemia da coronavirus. Mancano però ancora «alcuni passaggi» per il via libera definitivo del governo di Pechino, spiegano fonti della Farnesina, assicurando che si lavora senza sosta per organizzare il rientro prima possibile. I connazionali saranno messi in quarantena per poter escludere con certezza eventuali contagi. Ci sono invece problemi per i cittadini sudcoreani e britannici che da Wuhan vorrebbero rientrare in patria; i voli attesi per oggi sono stati rinviati.

Quarantena di due settimane

Lo ha confermato il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri: «I rimpatri degli italiani sono previsti nell’arco delle prossime 72 ore e avverranno verosimilmente a bordo di un aereo civile con personale del Ministero della Difesa. Sono circa una quarantina mentre circa 10 hanno deciso per ora di restare Wuhan. I controlli verranno fatti prima di partire, una volta a bordo, e al rientro in Italia. Al loro arrivo verranno accolti con una quarantena la cui durata presumibilmente sarà di 14 giorni, ovvero quanto il periodo di incubazione massimo previsto. Avrebbe senso che questa quarantena fosse gestita in un unico posto per tutti, è da vedere poi se ti tratterà di un ospedale o meno». Una correzione di tiro rispetto a quanto annunciato poche ore prima dal direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, che aveva escluso la «quarantena automatica», ipotizzando una valutazione caso per caso. Quanto all’elevato numero di casi sospetti di coronavirus rilevati in Italia e poi rivelatisi negativi, ha aggiunto Sileri, «è dovuto alla coincidenza con il picco di contagi di influenza stagionale, che ha sintomi simili e che, al momento, ha conseguenze concrete per gli italiani molto più pesanti, visti gli elevati numeri di contagio registrati e i decessi collegati».

Virus in Cina, lo studio su «Lancet»: possibili casi di pazienti asintomatici

Un bambino senza sintomi

Gli studiosi di Hong Kong hanno preso in esame una famiglia cinese di sei persone che ha fatto un viaggio a Wuhan tra fine dicembre e inizio gennaio, per poi rientrare a Shenzhen (provincia di Guangdong): cinque (tra i 36 e i 66 anni) sono risultati infetti – con febbre, sintomi respiratori, diarrea – e hanno contagiato un altro membro della famiglia che non era stato a Wuhan. Nessuno ha frequentato mercati o avuto contatti con animali. Un bambino di 10 anni dello stesso gruppo familiare, pur non presentando febbre, è risultato positivo al coronavirus. Va precisato comunque che non si può escludere che il test per il virus sia stato eseguito prima che lo stesso avesse completato il periodo di incubazione, durante il quale i sintomi sono assenti.

Lo stress fa venire i capelli bianchi (adesso lo conferma anche la scienza)

Lo stress fa venire i capelli bianchi: a dirlo non sono più solo le leggende popolari (si pensi a Maria Antonietta, i cui capelli diventarono bianchi in una sola notte quando venne catturata durante la Rivoluzione francese, oppure la trasformazione del presidente Barack Obama prima e dopo l’ingresso alla Casa Bianca), ma anche la scienza. Una ricerca condotta tra Stati Uniti e Brasile sotto la guida di Ya-Chieh Hsu dell’Università di Harvard e pubblicata sulla rivista Nature ha stabilito un nesso fra il sistema nervoso e le cellule staminali che rigenerano i pigmenti (nei topi di laboratorio). La scoperta è avvenuta per caso: gli scienziati stavano conducendo uno studio sul dolore sui topi dal pelo scuro e hanno quindi somministrato alle cavie una tossina per indurre il dolore. Meno di un mese dopo il pelo degli animali era diventato completamente bianco. A quel punto il team di studiosi ha voluto indagare più a fondo, per capire se il fenomeno dipendesse dallo stress indotto dal dolore e quindi dall’attivazione delle fibre del sistema nervoso simpatico. Ha quindi messo a punto un esperimento molto semplice: dopo aver iniettato la tossina nei topi, i ricercatori hanno trattato gli animali con un farmaco in grado di inibire la trasmissione alle fibre nervose simpatiche.

Cellule staminali

«Il processo di perdita del colore del pelo è stato bloccato dal trattamento» ha spiegato Thiago Mattar Cunha dell’Università di San Paolo in Brasile. «Sotto stress, il sistema nervoso simpatico è molto più attivo e questa dovrebbe essere in genere una buona cosa – ha sottolineato in una nota Ya-Chieh Hsu -, ma la sua attivazione rilascia grandi quantità di un neurotrasmettitore chiamato noradrenalina che, per quanto ci consenta di agire rapidamente di fronte a una situazione di pericolo, viene però assorbito dalle cellule staminali che rigenerano il pigmento responsabile del colore dei capelli e che si trovano nel bulbo pilifero, favorendone così la rapida riduzione. Gli esperimenti sui topi hanno quindi mostrato come tutte le cellule staminali che rigenerano i pigmenti vengano perse in pochi giorni: una volta sparite, non è più possibile rigenerarle. Questi risultati potrebbero aiutare a fare luce su come lo stress influisca su altri tessuti e organi e aprire quindi la strada per nuovi studi, volti a indagare come modificare o bloccare gli effetti dannosi dell’affaticamento eccessivo».

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