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Vaccino influenzale: dove richiederlo e chi ha diritto a riceverlo gratis

Le priorità

Da chi si partirà con le iniezioni? Il Ministero della Salute indica le categorie da tutelare per prime, a cui il vaccino è offerto gratuitamente: chi ha più di 65 anni, chi ha malattie croniche, tumori, basse difese immunitarie, le donne incinte, i lavoratori dei servizi pubblici, chi è a contatto con gli animali, i donatori di sangue. Per questa stagione influenzale il Ministero dà la possibilità di allargare le maglie della gratuità anche ai 60-64enni. Lo faranno varie Regioni, come il Piemonte, la Lombardia, la Liguria, l’Abruzzo, l’Emilia-Romagna. La raccomandazione è estesa anche ai bambini tra i 6 mesi e i 6 anni ed è tradotta diversamente dalle autorità sanitarie. Il Piemonte, per esempio, suggerisce la vaccinazione solo per i fragili, la Lombardia la offre gratuitamente ai piccoli dai 2 ai 5 anni, l’Emilia la prevede a pagamento. C’è poi chi ha alzato l’asticella per spingere i cittadini a proteggersi. È il caso del Lazio, che aveva reso obbligatoria l’antinfluenzalee l’antipneumococcica per gli over 65 e il personale sanitario. Ai trasgressori sarebbe stato vietato l’accesso a luoghi come centri d’incontro e Rsa (nel caso degli anziani) o continuare a lavorare (per medici e infermieri). Una decisione contro cui sono stati presentati diversi ricorsi: il Tar ne ha accolto uno, annullando di fatto l’ordinanza. In Sicilia invece l’obbligo riguarda soltanto il personale sanitario.

Rischio di cancro: le tinture per i capelli fatte a casa sono sicure

Tornate in grande spolvero in tutto il mondo durante il lockdown, le tinture per capelli «casalinghe» vengono utilizzate ogni giorno da milioni di persone che possono continuare a optare per il colore che preferiscono in sicurezza perché non c’è pericolo di cancro, come confermano i risultati di un nuovo studio americano da poco pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal.Dopo aver analizzato i dati relativi a oltre 117mila donne raccolti al Brigham and Women’s Hospital and Harvard Medical School di Boston, seguite per oltre 36 anni, i ricercatori hanno concluso che non sussistono evidenze di un possibile legame fra l’uso di tinture permanenti e la maggior parte dei tumori.


Lo studio su 117.200 infermiere

Indagini precedenti avevano sollevato dubbi sui possibili rischi cancerogeni

di alcune sostanze chimiche contenute nei prodotti e ipotizzato che le tinture permanenti per capelli e i prodotti liscianti potessero aumentare le probabilità di sviluppare in particolare un tumore al seno, ma gli esiti non sono mai stati considerati definitivi e in grado di dimostrare con chiarezza un legame fra colorazione della capigliatura e neoplasie. I ricercatori hanno studiato per anni senza arrivare a prove conclusive sul fronte dei «consumatori», mentre già nel 2010 l’esposizione lavorativa per i parrucchieri ad alcuni composti è stata catalogata fra i «probabili cancerogeni» dagli esperti dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC).Ora i ricercatori statunitensi hanno esaminato le informazioni su 117.200 infermiere reclutate per una vasta indagine al Brigham and Women’s Hospital e, nello specifico, non è emerso alcun nesso causale fra i prodotti per capelli comunemente utilizzati a casa e il cancro a vescica, cervello, colon, rene, polmone, sangue, pelle e seno.«Per la maggior parte delle neoplasie non abbiamo rilevato differenze fra le donne che abitualmente, per anni, si tingevano i capelli e quelle che non lo facevano» hanno sottolineato gli autori. Un lieve aumento del pericolo è stato registrato per il carcinoma cutaneo a cellule basali (specie per le donne con chioma naturalmente chiara); per il tumore dell’ovaio; per tre tipi di cancro al seno (con i recettori per gli estrogeni negativi, recettori ormonali negativi e recettori di progesterone negativi) soprattutto in colore che hanno dichiarato d’aver fatto largo uso di tinture; per il linfoma di Hodgkin, ma soltanto nelle donne con capelli scuri (per cui si ipotizza una maggiore concentrazione di ingredienti).

Come si può curare un’emicrania che compare durante il ciclo?

Ho 42 anni e un ciclo mestruale abbastanza regolare; una volta al mese ho un episodio di attacco di emicrania prima o durante il ciclo, al lato sinistro della nuca che si risolve dopo due giorni ma che talvolta colpisce anche al lato di destra. Durante gli attacchi dolorosi, che mi costringono a stare a letto, assumo ibuprofene. Riesco a risolvere il problema temporaneamente ma so già che il mese successivo tornerà a presentarsi. Devo rivolgermi a qualche centro specializzato? E quando andrò in menopausa gli attacchi di emicrania potranno peggiorare?

Risponde Florindo D’Onofrio, Centro Cefalee Ospedale San G. Moscati, Avellino

Alti livelli di colesterolo da giovani possono causare seri problemi cardiovascolari nella mezza età

Avere il colesterolo alto durante l’adolescenza o da ventenni aumenta il rischio di subire infarto, ictus, eventi cardiovascolari durante la mezza età. Il rischio persiste anche in chi è riuscito ad abbassare il livello di colesterolo prima di raggiungere i trent’anni. Lo studio è stato condotto da scienziati dell’Università di Medicina del Maryland (Stati Uniti) e pubblicato sul Journal of American College of Cardiology. Secondo gli autori la ricerca è un valido motivo per i medici a intervenire precocemente per trattare i livelli di lipoproteine, il cosiddetto «colesterolo cattivo» (LDL).

Lo studio

La ricerca si è basata sui dati del Coronary Artery Risk Development in Young Adults Study (CARDIA). Lo studio è iniziato 35 anni fa con il reclutamento di 5.000 giovani adulti di età compresa tra i 18 e i 30 anni. I partecipanti sono stati seguiti per tutti questi anni per capire come le caratteristiche individuali, lo stile di vita e i fattori ambientali contribuiscono a rallentare lo sviluppo di malattie cardiovascolari. «Abbiamo scoperto che avere un elevato livello di colesterolo LDL in giovane età aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiache e purtroppo questo rischio persiste anche in chi è riuscito in un secondo momento ad abbassare il livello di colesterolo cattivo» ha commentato l’autore principale, il professor Michael Domanski. Ad esempio due persone con lo stesso livello di colesterolo a 40 anni hanno un rischio molto diverso di subire un infarto o un ictus: a rischiare di più è chi aveva livelli elevati da adolescente. «Il danno alle arterie all’inizio della vita può essere difficilmente reversibile – avverte il dottor Domanski – per questo i medici dovrebbero insistere nel convincere i più giovani a cambiare stile di vita ed eventualmente prescrivere farmaci per abbassare i livelli di colesterolo LDL con l’obiettivo di prevenire problemi nel corso della vita». Per portare avanti lo studio i ricercatori hanno utilizzato complessi modelli matematici per capire come il rischio cardiovascolare (infarto, ictus, ischemie e morte per malattie cardiovascolari) aumenta con il crescere dell’«esposizione cumulativa» al colesterolo LDL per una media di 22 anni scoprendo che maggiore era il tempo di esposizione e il livello di colesterolo cattivo nel corso del degli anni più era probabile che i partecipanti sperimentassero un evento cardiovascolare più serio.

Coronavirus, il potente ruolo dei superdiffusori provato su Science

Il ruolo dei bambini

Lo studio di tracciamento dei contatti ha anche scoperto che i bambini di tutte le età possono essere infettati dal coronavirus e diffonderlo ad altri, anche fra coetanei. «Il ruolo sulla trasmissione da parte dei bambini è stato molto dibattuto, ma nel nostro studio abbiamo visto un’elevata prevalenza di infezione tra i bambini che sono venuti a contatto con altri ragazzini infetti della loro età. E questo anche se le scuole erano state chiuse a marzo» ha commentato l’autore principale dello studio, Ramanan Laxminarayan del Center for Disease Dynamics, Economics and Policy di New Delhi. Bambini e giovani adulti hanno costituito un terzo dei casi di Covid, ma è da sottolineare che questo è avvenuto popolazioni con risorse limitate. «I bambini sono trasmettitori molto efficienti in questo ambiente, che è qualcosa che non è stato stabilito con fermezza in studi precedenti» hanno dichiarato gli autori. Poiché però i ricercatori non sono stati in grado di ottenere informazioni per tutti i contatti, non sono stati in grado di valutare la capacità di trasmissione dei bambini rispetto agli adulti.

Gli anziani di oggi sono più in forma rispetto a quelli di 30 anni fa

Più forti, spediti nel camminare e rapidi nelle reazioni: gli anziani di oggi si dimostrano «giovani» se paragonati ai coetanei di 30 anni fa. I 75-80enni hanno migliori risultati non solo a livello fisico, ma anche cognitivo. Lo spiega uno studio della Facoltà di scienze dello sport e della salute dell’Università di Jyväskylä in Finlandia pubblicato su The Journals of gerontology series A. I ricercatori hanno confrontato i dati di 500 persone raccolti tra il 1989 e il 1990 e di altre 726 acquisiti tra il 2017 e il 2018. Con una serie di test sono state misurate alcune prestazioni sul primo campione: forza muscolare, velocità del cammino e di reazione, fluidità verbale, memoria. Le stesse prove ripetute a distanza di un trentennio su un campione di popolazione della stessa età hanno dato esiti migliori.

I risultati e le possibili spiegazioni

Le persone prese in esame camminavano in media 0,2/0,4 metri al secondo più rapidamente e dimostravano forza di presa superiore del 5-25 per cento. Numeri che traducono l’accresciuta capacità degli anziani di gestire la quotidianità e segnano il disallineamento tra età funzionale e anagrafica. Come mai queste differenze? Secondo i ricercatori, l’aumento dell’attività fisica e delle dimensioni del corpo sono alla base dei migliori risultati in forza e velocità. Le più ampie possibilità di istruzione della seconda coorte invece è il principale fattore che determina i punteggi più alti nei test cognitivi. Influiscono sicuramente i tanti cambiamenti avvenuti nell’arco di tempo considerato, dall’alimentazione all’accesso alle cure sanitarie. Non tutti i parametri analizzati hanno fatto registrare un miglioramento: nelle prove di funzionalità polmonare non sono state osservate differenze.

Leucemia linfoblastica acuta, nuova cura per adulti e bambini che non rispondono alle altre terapie

La leucemia linfoblastica acuta è una patologia rara, che progredisce rapidamente e se non viene trattata può portare al decesso nel giro di giorni o settimane. Esistono diverse terapie efficaci che consentono ai malati di guarire, ma quando si presentano delle ricadute la situazione è molto più complicata. Ora è però disponibile anche in Italia un nuovo farmaco immunoterapico che combatte in modo molto efficace la «malattia minima residua», ovvero quelle cellule cancerose «invisibili» ai controlli al microscopio ottico che, dopo le cure, possono rimanere anche quando la malattia non da più sintomi e i parametri del paziente sono rientrati nella norma, aumentando così il rischio di ricadute. L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha infatti approvato due estensioni delle indicazioni di blinatumomab che da questo momento in poi verrà utilizzato anche nei pazienti italiani con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B, una forma particolarmente aggressiva che colpisce bambini e adulti.

Fondamentale eliminare la malattia minima residua

«Questo tumore coinvolge il sangue e il midollo osseo, il tessuto che si trova all’interno delle ossa, da cui hanno origine le cellule del sangue periferico — spiega Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia, Terapia Cellulare e Genica all’IRCCS Ospedale Bambino Gesù di Roma —. Colpisce i precursori dei linfociti, un particolare tipo di globuli bianchi deputati a combattere le infezioni e altri tipi di malattia. È il tipo di cancro più frequente in età pediatrica, colpisce soprattutto fra 3 e i 5 anni, e sono 350-400 i nuovi casi diagnosticati ogni anno nel nostro Paese. Con le molte terapie a disposizione (esistono diversi schemi di protocollo a seconda delle caratteristiche della malattia) circa l’80-85% dei piccoli guarisce, ma resta comunque un 15-20% che va incontro a delle ricadute ed è per loro che stiamo cercando nuove soluzioni, come l’immunoterapia». Quanto più è precoce la ricaduta, infatti, tanto minori sono le probabilità di recupero e che un nuovo ciclo di trattamenti abbia successo. Ad avere un ruolo chiave è anche la cosiddetta «malattia minima residua», un piccolo numero di cellule leucemiche rilevabili solo con tecniche di citofluorimetria o di biologia molecolare e potenzialmente in grado di dar vita a una ripresa di malattia: in pratica, se dopo il primo ciclo di trattamenti non c’è davvero più traccia del tumore (e quindi non c’è alcun residuo), le speranze di guarigione definitiva sono maggiori, così come più elevate sono le chance di essere candidati al trapianto per i pazienti che lo necessitano. 

Come si cura oggi il Covid? Ecco le terapie più efficaci

Sono passati 7 mesi da quando si è scoperto che Sars-CoV-2 era arrivato anche in Italia. Lo sforzo per trovare una cura è enorme in tutto il mondo, ma, tra tutti i farmaci testati, attualmente solo tre si sono dimostrati realmente efficaci e sicuri: remdesivir, desametasone (con parere favorevole dell’Agenzia europea dei medicinali) ed enoxaparina. In Italia l’Agenzia del farmaco (Aifa) ha autorizzato 45 studi clinici, la maggior parte tuttora in corso, ma che in molti casi hanno dato risultati preliminari deludenti. «L’ottimismo dei mesi scorsi si è un po’ attenuato — afferma Filippo Drago, professore ordinario di Farmacologia e direttore dell’Unità operativa di Farmacologia clinica al Policlinico di Catania —. Le sperimentazioni vanno comunque portate a termine, ma purtroppo non ci hanno fatto fare grandi passi avanti. Penso al tocilizumab, anticorpo monoclonale che inibisce l’interleuchina 6, una citochina coinvolta nel processo infiammatorio associato all’artrite reumatoide: su questo farmaco si erano concentrate grandi speranze, ma due studi sono già stati chiusi in assenza di dati positivi».

L’unico farmaco approvato (contingentato)


Filippo Drago
Filippo Drago

L’unica terapia approvata per Covid (coronavirus disease) è rappresentata dal remdesivir, un antivirale nato in chiave anti-Ebola che negli studi ha mostrato un’interessante attività contro Sars-CoV-2. Il farmaco, di fascia H (solo per uso ospedaliero), è in commercio da circa un mese con il nome Veklury, dopo l’approvazione dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Il farmaco può essere fornito al momento esclusivamente nell’ambito dell’Emergency support instrument (Esi), strumento con il quale la Commissione Europea ha messo a disposizione degli Stati membri e del Regno Unito un quantitativo contingentato di confezioni, al fine di coprire il fabbisogno clinico in attesa della disponibilità commerciale del farmaco.

Covid, a scuola arrivano i tamponi rapidi: il via libera dal ministero della salute

Il Comitato tecnico scientifico (Cts) ha dato il via libera, nella riunione di oggi, alle indicazioni contenute nella circolare del ministero della Salute sull’uso dei tamponi rapidi anche nelle scuole «per la sola attività di screening». Si tratta dei “test antigenici” rapidi usati finora negli aeroporti sempre per monitoraggio sui grandi numeri di persone. Il ministero della salute, con una circolare diffusa in serata, ha dato il definitivo via libera: «L’utilizzo di tali test antigenici rapidi è in grado di assicurare una diagnosi accelerata di casi di Covid-19, consentendo una tempestiva diagnosi differenziale nei casi sospetti tra sindrome influenzale e malattia da Sars-CoV2».

Come funzionano

Tecnicamente si tratta di un diverso tipo di tampone diagnostico “rapido” che rileva la presenza del virus negli individui infetti. Si chiamano “rapidi”, “antigene” o “saponette”. Funzionano in modo diverso dai tamponi tradizionali: sono basati sulla rilevazione di proteine virali (antigeni) presenti nelle secrezioni respiratorie. Anche in questo caso il prelievo avviene con dei bastoncini infilati nelle narici e nella faringe. La risposta è “del tipo sì/no” come per i kit di gravidanza e arriva in media entro 20 minuti. Per la lettura non occorre un addestramento particolare e l’esito non richiede strumenti di laboratorio. La risposta (ma dipende dai modelli) arriva in minuti. Hanno una sensibilità dell’80-85%, sicuramente inferiore ai tamponi “classici”, cioè riconoscono circa 80-85 infetti su 100. Se una persona ha una bassa quantità di virus nel proprio corpo, il test potrebbe dare un risultato falso negativo. A volte hanno l’aspetto di “saponette” o “carte di credito” con barre colorate. Sono già utilizzati in Italia negli aeroporti o quando servono screening di massa (come successo in occasione di ritorno dai Paesi considerati “a rischio” come Croazia, Spagna, Malta e Grecia).

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