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Come faccio a eseguire un’iniezione sottocutanea

Trauma cranico, quando bisogna andare in Pronto Soccorso

Covid, l’«altra» strada che utilizza il virus per entrare nelle cellule umane

Professor Balistreri, ci parli dello studio di cui è co-autore.
«Gli esperimenti sono stati condotti in quattro laboratori, tra Finlandia, Germania, Inghilterra e Australia. Tutto è partito da un’osservazione: quando il nuovo coronavirus è stato isolato e descritto nella sua sequenza genetica ci si è resi conto che qualcosa non tornava. Sars-CoV-2 contiene nel suo genoma un “pezzo” in più, una sequenza di amminoacidi in realtà ben nota ai virologi perché comune ad alcuni tra i più devastanti virus che colpiscono l’uomo, anche se per il resto sono parassiti completamente diversi tra loro: Ebola, HIV, ceppi altamente patogeni di influenza aviaria, Zika e persino un altro coronavirus, MERS, che non usa il recettore ACE2. MERS è molto piu letale di Sars-CoV-2 ma per fortuna, per il momento, non si è diffuso nel mondo».

Tumore rene: migliora sopravvivenza con l’immuno-oncologia, ma oltre un terzo dei casi viene scoperto tardi

Il 70 per cento dei pazienti italiani è vivo cinque anni dopo la diagnosi di un tumore al rene e può sperare di essere guarito, grazie all’efficienza del nostro sistema sanitario e ai progressi compiuti negli ultimi decenni con l’arrivo di nuove cure, sempre più precise e mirate, ma resta un importante passo da fare: migliorare la diagnosi precoce, perché ancora troppi casi vengono scoperti in ritardo. Il 35% delle neoplasie renali nel nostro Paese viene infatti individuata in fase avanzata o metastatica. Come emerge da diversi studi presentati nel corso dei lavori del congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), però, per questi pazienti l’immuno-oncologia, che potenzia il sistema immunitario per combattere con più forza la malattia, sta cambiando lo standard di cura e migliorando le prospettive di sopravvivenza.

Così si allunga la sopravvivenza dei malati

Dai risultati principali degli studi di fase 3, CheckMate -2141 e CheckMate -9ER2, condotti su pazienti mai trattati in precedenza, oltre il 50% dei pazienti trattati con la combinazione di due molecole immuno-oncologiche (nivolumab e ipilimumab) è vivo a 4 anni e la combinazione di nivolumab con una terapia mirata, cabozantinib, ha notevolmente accresciuto la sopravvivenza globale, riducendo del 40% il rischio di morte e ha raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione e il tasso di risposta oggettiva. «Il tumore del rene è caratterizzato da elementi in comune con il melanoma, la prima neoplasia in cui è stata dimostrata l’efficacia dell’immuno-oncologia — dice Sergio Bracarda, direttore dell’Oncologia medica e traslazionale dell’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni —. Non a caso, in passato, le due neoplasie sono state studiate insieme per verificare l’efficacia di diversi approcci terapeutici di tipo immuno-oncologico. Nei tumori renali la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci. Il trattamento principale per la malattia localizzata è rappresentato dalla chirurgia, conservativa quando possibile. Ma soltanto circa il 30% dei casi guarisce grazie all’intervento. Il 35% dei pazienti arriva alla diagnosi già in stadio avanzato e, in un terzo dei malati, la neoplasia può recidivare in forma metastatica dopo l’intervento chirurgico. Nivolumab è stato il primo inibitore di checkpoint immunitario approvato in seconda linea, cioè in pazienti già trattati. L’immuno-oncologia sta aprendo prospettive importanti anche in prima linea, grazie alle diverse opzioni di combinazione con farmaci immunologici o antiangiogenici oggi disponibili».

La quarantena non fa bene al cervello «sociale»: l’empatia va in tilt

La quarantena non fa bene al cervello: a dirlo non sono solo gli psicologi o gli psichiatri, ma anche gli studi di imaging dell’attività cerebrale. Il forzato isolamento ha fatto calare il vento della nota canzone di Modugno sulla lontananza che spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi e che, in sostanza, alimenta il fuoco della nostra affettività sociale la cui brace cova perennemente in un’area cerebrale sita poco sopra la fronte: la corteccia prefrontale mediale, in sigla mPFC, dall’inglese medial prefrontal cortex, spesso definita «cervello sociale». È proprio lì che situiamo i veri amici e i grandi amori: l’hanno scoperto tramite risonanza magnetica funzionale i ricercatori della Stanford University diretti da Andrea Courtney e Meghan Meyer, che hanno pubblicato sul Journal of Neuroscience uno studio intitolato La rappresentazione di noi stessi nel cervello sociale riflette i nostri rapporti con gli altri, nel quale indicano come nei solitari inveterati, che magari vivono isolati in montagna o nei depressi cronici, questa brace sociale sia quasi spenta tant’è che riferiscono di sentire la gente intorno a loro, ma non insieme a loro perché hanno perso o non hanno sviluppato la capacità di riaccendere il fuoco dell’empatia che ci lega alle persone a cui teniamo.

Distacco sociale

Per questo tipo di persone si parla di «self-other gap», un fenomeno che si potrebbe definire distacco sociale e che nella parola gap, cioè buco, breccia, indica proprio il vuoto che sentono fra loro e gli altri. I risultati dello studio assumono anche una connotazione «biblica» perché ricalcano il comandamento «Ama il prossimo tuo come te stesso»: più forte è per noi la valenza affettiva di qualcuno a cui teniamo (fidanzata/o, coniuge, genitori, figli, parenti o un caro amico/a), più la sua rappresentazione nella mPFC osservata tramite risonanza magnetica funzionale somiglia a quella che abbiamo di noi stessi.

Come faccio a eseguire un’iniezione intramuscolare

Coronavirus, i Cdc: «La via principale di contagio è quella aerea». Il metro di distanza può non bastare

I Cdc (Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie) hanno aggiornato venerdì le loro linee guida su come si diffonde il coronavirus, ritenendo che la via trasmissione principale del virus sia quella per via aerea, finora solo supposta. Cambia così tutto. Sars-CoV-2 può comunemente diffondersi «attraverso goccioline respiratorie o piccole particelle, come quelle degli aerosol» che vengono prodotte quando una persona respira. Dopo tre giorni però, quando il cambio radicale è stato notato dagli esperti dell’aerosol e scritto da testate del tutto il mondo i Cdc ci hanno ripensato e hanno ritirato tutto. La versione ufficiale dell’Agenzia è che per errore è stata pubblicata una bozza non ancora rivista delle nuove linee guida che nel giro di 72 ore sono tornate a come erano in precedenza, senza più enfasi sul ruolo cruciale e primario dell’aerosol nella trasmissione del virus. Scrivevano i Cdc: «Vi sono prove crescenti che le goccioline e le particelle possono rimanere sospese nell’aria ed essere respirate da altre persone diffondendosi a distanze superiori a 1,80 metri (ad esempio durante le prove del coro, nei ristoranti, nel corso di lezioni di fitness). In generale gli ambienti interni, senza una buona ventilazione aumentano questo rischio». I Cdc riportavano l’esempio di virus aereodispersi: «Il virus che causa il Covid-19 sembra diffondersi in modo più efficiente dell’influenza, ma non in modo efficiente come il morbillo, che è altamente contagioso»

Prevenzione

Indossare la mascherina, distanziarsi di almeno 1,80 metri quando possibile (in Italia le linee guida parlano di un metro), lavarsi spesso le mani sono le misure preventive suggerite. A queste è stato aggiunto il consiglio di «utilizzare purificatori d’aria per ridurre i germi presenti nell’aria degli spazi interni».

Nuovi passi avanti contro i tumori al seno più difficili da curare

Quello al seno è il tumore più diffuso in Italia ed ha, fortunatamente, anche tassi di guarigione fra i più elevati, ma nonostante i molti progressi fatti resta la prima causa di morte per cancro fra le italiane. Esistono infatti tantit tipi diversi di carcinoma mammario, alcuni molto più aggressivi di altri ed è proprio su questi ultimi che la ricerca scientifica si è concentrata in modo particolare, come dimostrano alcuni studi presentati durante il Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo), in corso questi giorni in modalità virtuale.


Italia, 53.500 nuove diagnosi nel 2019

Sono 53.500 i nuovi casi di tumore al seno diagnosticati nel 2019

nel nostro Paese e l’89 per cento delle pazienti è vivo a 5 anni dalla scoperta della malattia: anche quando si presentano metastasi, infatti, esistono oggi molte terapie differenti (spesso mirate sulle varie alterazioni genetiche che caratterizzano i vari sottotipi di neoplasia) che consentono di proseguire le cure per anni, con una buona qualità di vita delle pazienti. «Circa due terzi delle italiane sono colpite dalla forma HR+/HER2 negativa – spiega Pierfranco Conte, direttore della Divisione di Oncologia Medica 2 all’Istituto Oncologico Veneto di Padova -. PIK3CA è il gene mutato più comune nel carcinoma mammario, presente in circa il 40% delle pazienti con tumore HR+/HER2 negativo. La proteina, codificata dal gene PIK3CA, è importante perché regola il metabolismo cellulare. Quando il gene PIK3CA è mutato produce una proteina anomala, che viene bloccata da alpelisib, terapia a bersaglio molecolare. Il farmaco interviene su questa via metabolica, contribuendo in maniera decisiva al controllo della crescita della malattia e riducendo le dimensioni complessive del tumore. Un’altra caratteristica della mutazione di PIK3CA è la sua alta stabilità, perché caratterizza tutta la storia della malattia».

Robbie Williams e la discalculia: «Non riesco a fare calcoli banali o a ricordare il mio indirizzo di casa»

I numeri sono da sempre un problema per Robbie Williams, che non riesce nemmeno a ricordare le cifre che compongono il suo indirizzo di Los Angeles, come pure le date importanti della sua vita, compresi i compleanni dei figli e della moglie Ayda. Questo perché il cantante britannico soffre fin da bambino di discalculia, disturbo specifico d’apprendimento spesso associato alla dislessia che può portare a difficoltà nell’apprendimento dei numeri e dei calcoli. «Sono discalculico – ha rivelato infatti Williams al podcast “Three Little Words”, ripreso dal Sun – e non sono in grado di fare operazioni anche banali, come addizioni o sottrazioni. E questa cosa mi mette sempre nei pasticci, perché non conosco le date di nascita dei miei figli e di mia moglie e neppure quella del nostro anniversario di matrimonio. Non bastasse, ho anche dei problemi con l’indirizzo della nostra casa di Los Angeles, perché prima della via ci sono quattro cifre iniziali che non riesco mai a ricordare».


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Mio figlio è dislessico? I campanelli d’allarme cui prestare attenzione

I numeri


Il paragone

Com’è nel suo carattere, l’ex Take That ha tentato di sdrammatizzare la situazione, paragonandosi al protagonista del film «Memento», che soffriva di amnesia a breve termine e quindi perdeva la memoria ogni 15 minuti, ma è indubbio che la discalculia possa rappresentare una limitazione. «Ho intenzione di farmi tatuare tutte le date importanti della mia vita – ha continuato Williams – così le avrò sempre con me e non me le dimenticherò più, perché ogni giorno è come quello di “Memento” per me». Non è la prima volta che la popstar parla così apertamente dei suoi problemi di salute: in passato Williams aveva infatti confessato le dipendenze da alcool e droghe e di aver sofferto di ansia e depressione.

Covid e mascherine: tutti gli errori che facciamo (e le regole per gestirle correttamente)

Durante la forzata convivenza con il Covid-19 ci siamo ormai abituati (o rassegnati) all’uso delle mascherine, che sono diventate quasi un accessorio d’abbigliamento. Ma l’abitudine può ingenerare svogliatezza e trascuratezza che, nel caso di quello che deve essere considerato a tutti gli effetti un presidio salvavita, ci portano a commettere troppi errori e troppo spesso. Ricordiamolo: la mascherina chirurgica (ma non solo) nasce a lato di un tavolo operatorio per tutelare il paziente debole da pericolose infezioni. Per le sue caratteristiche, se calzata male non è meno efficace: non lo è affatto.

Ecco una lista dei comportamenti maggiormente scorretti che notiamo a ogni angolo di strada.

Indossare la mascherina sotto il naso

La mascherina deve aderire perfettamente ai lati del volto e coprire interamente naso e bocca, che sono le fonti principali di contagio e diffusione del Covid. Non dovrebbe permettere uscita d’aria dai lati o intorno al naso. Per questo alcuni modelli hanno una leggera anima di metallo nella parte superiore che può essere modellata per farla aderire meglio. Per lo stesso motivo (l’aderenza) non è consigliabile indossare la mascherina con la barba lunga. I bambini non dovrebbero avere mascherine troppo grandi, ma fatte su misura per i loro visini. Se mal posizionata, la mascherina perde qualsiasi utilità.

Calarla sotto il mento o lasciarla penzolare da un orecchio

Queste posizioni, come tenere la mascherina sulla fronte o sulla nuca sono altrettanti errori. Il “sottogola” è la cosa peggiore: i virologi sottolineano come il rischio è che diventi umida di sudore e l’umidità favorisce l’ingresso dei virus e il contagio. Ecco perché quando l’interno diventa umido la mascherina andrebbe subito gettata via o lavata.
Anche la pratica di tenerla appesa da un solo orecchio è sconsigliabile: espone la parte interna della mascherina a un maggior rischio di contaminazioni e un movimento improvviso o una folata di vento potrebbero farla cadere al suolo, rendendola inutilizzabile.

Tenerla sul gomito/braccio/polso o in tasca (o in borsa)

Non va meglio la “moda” di tenerla sul gomito/polso o in tasca: sul gomito l’interno entra a contatto con parti della pelle che sono comunque esposte (magari abbiamo appena starnutito contro il gomito) e che sfiorano diverse superfici e c’è il rischio di rompere i cordini o di maneggiare troppo e con le mani sporche la parte della mascherina che rimane a contatto con labbra e naso.
È fortemente sconsigliato anche indossare una mascherina chirurgica dopo averla tenuta in tasca, perché in questo modo si rischia di rovinare il filtro, sgualcirla o renderla del tutto inefficace. Tra l’altro se non siamo positivi la parte più contaminata è l’esterno e così si può contaminare anche la tasca dove poi infiliamo le mani. Stesso discorso vale per la borsa: dobbiamo pensare alla mascherina come a un oggetto potenzialmente contaminato che non vorremmo mai mettere in un posto dove infiliamo continuamente le mani. La soluzione ideale è di portare con sé una bustina di plastica o di carta, nella quale riporre la mascherina quando non viene utilizzata.

Toccarla troppo

L’errore classico è quello di toccarla troppo. Per maneggiare una mascherina nuova, o appena lavata e sanificata, è importante avere lavato bene le mani e tenerla dai cordini laterali, evitando di toccare la parte centrale che resterà a contatto con la faccia. L’altro errore, una volta indossata correttamente, è quello di continuare a toccarla, anche solo per farla aderire meglio. La parte esterna teoricamente è la più contaminata, quindi se la tocchiamo facciamo passare il virus dalla mascherina alle mani. Se la mascherina viene aggiustata sul viso, è necessario lavarsi subito le mani. Lo stesso vale per quando viene sfilata definitivamente. Anche quando ci si toglie la mascherina è importante maneggiarla dai cordini laterali, per evitare di toccare la parte centrale.

Non gettare via le mascherine monouso

Altro errore è non gettare via le mascherine monouso e riutilizzarle, tipicamente le chirurgiche, o comunque tutte le mascherine che non sono di stoffa o hanno l’indicazione “non riutilizzabile”. La durata di una mascherina dipende anche dai fattori ambientali. Le mascherine più comuni e diffuse, come quelle usa e getta o riutilizzabili di tessuto, non dovrebbero essere indossate per più di 3-4 ore a seconda dei modelli, o quando si inumidisce. Respirandoci dentro, si accumulano umidità e sporcizia, che possono favorire la formazione di batteri e di altri agenti che potrebbero rivelarsi dannosi per la salute.

Non lavare le mascherine di stoffa

Sbagliato anche non lavare dopo un solo utilizzo (salvo indicazioni) le mascherine di stoffa: serve un lavaggio in lavatrice con detersivo e una temperatura di almeno 60 °C per 30 minuti. Bene asciugarle all’aria aperta, con asciugatrice o asciugacapelli. È sconsigliato l’uso di ammorbidenti che potrebbero ostruire le maglie del tessuto. Ci sono anche mascherine che vanno lavate a freddo e meno frequentemente. Di solito sulla confezione vengono indicate le norme di un corretto uso e igienizzazione.

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