Archive for October 8, 2020

Tumori, 377mila i nuovi casi in Italia nel 2020. Diagnosi in aumento solo fra le donne

I tumori più letali e quelli più diffusi

Il carcinoma del polmone costituisce la più frequente causa di morte oncologica, seguito dal colon-retto e ano, mammella femminile, pancreas e fegato. «Nel 2020, si stima che, nel nostro Paese, i tumori saranno la causa di morte di 183.200 persone (101.900 maschi e 81.300 femmine) e la mortalità è in calo in entrambi i sessi: -6% negli uomini e -4,2% nelle donne, grazie ai progressi ottenuti nella diagnosi e nei trattamenti – sottolinea Anna Sapino, presidente SIAPEC-IAP -. In controtendenza il tasso di mortalità per il carcinoma polmonare nelle donne, in incremento del 5,2% (nei maschi, invece, si riduce dell’11,2%) e che evidenzia ancora di più il lavoro da svolgere in termini di prevenzione primaria, informazione e formazione della popolazione».Esclusi i carcinomi della cute, i 5 tumori più frequentemente diagnosticati nel 2020 fra gli uomini italiani sono quelli di prostata (18,5%), polmone (14,1%), colon-retto (12%), vescica (10,5%) e rene (4,6%). Tra le donne invece i 5 tumori più frequenti sono: mammella (30,3%), colon-retto (11,2%), polmone (7,3%), tiroide (5,4%) e corpo dell’utero (4,6%).«In Europa, negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali, circa il 40% dei nuovi casi di tumore è potenzialmente evitabile – commenta Stefania Gori, presidente Fondazione Aiom -. Per quanto riguarda l’Italia, fattori di rischio comportamentali e, quindi, modificabili sono responsabili ogni anno di circa 65mila decessi oncologici. In ambedue i sessi, il fumo è il fattore di rischio con maggiore impatto, a cui sono riconducibili almeno 43mila decessi annui per cancro. Il fumo di tabacco infatti è associato all’insorgenza di circa un tumore su tre e a ben 17 tipi di cancro, oltre a quello del polmone».

Coronavirus in rapida crescita in Italia: cosa sta succedendo, l’analisi

Abbiamo chiesto a Fabrizio Pregliasco, virologo e Direttore Sanitario dell’ospedale Galeazzi di Milano, che cosa sta succedendo in Italia.
«La situazione epidemiologica attuale era assolutamente attesa, considerando i giorni passati dal lockdown e quella che è stata la rilassatezza dei costumi durante l’estate. Si comincia anche in parte a vedere l’effetto dello stress-test delle scuole, anche se il dato complessivo sulla riapertura lo vedremo dalla prossima settimana. Ci sono più concause per questa crescita: è anche la conseguenza del ritorno in città, con i mezzi pubblici più affollati e una maggiore frequentazione di luoghi chiusi».

Dove ci si contagia?
«La gran parte dei casi in questo momento riguarda la trasmissione in contesto famigliare: più del 70% dei nuovi positivi sono dovuti a figli che contagiano i genitori, infatti si è alzata l’età media».

Dobbiamo preoccuparci?
«Oggi la situazione è diversa perché questi casi sono una rappresentazione diversa della realtà rispetto all’inizio. In primavera conteggiavamo e identificavamo soltanto i casi più gravi dal punto di vista clinico, ora valutiamo anche tutta quella quota di asintomatici che sono la causa del mantenimento della catena di contagio».

I positivi saliranno ancora?
«Più aumentiamo i contatti interpersonali, più la quota dei casi aumenterà. È inevitabile perché la suscettibili è ancora troppo elevata, al di là di alcune zone, come Nembro o Alzano dove è stato colpito il 40-50% delle persone. Per questo la Lombardia in alcune parti si è allineata alla crescita del resto dell’Italia. La media italiana, però, è del 2,5%, anche se a macchia di leopardo, e i focolai ci sono in tutte le province. Ci saranno valori ancora più pesanti, ma credo e spero che si riesca a mantenere un livello di gestione delle terapie intensive buono, che è il punto nodale di tutta la scommessa sul futuro».

Che cosa dobbiamo fare?
«Ho parlato di “nuovo galateo” rispetto all’utilizzo di mascherine. Abbiamo lavorato bene durante il lockdown, ma ora l’attenzione si è abbassata. La scommessa dal punto di vista sanitario è quella di implementare la capacità diagnostica rapida per quanto riguarda il contenimento della malattia da parte dei dipartimenti di prevenzione (che finora hanno lavorato bene). Il più è riuscire a contenere la crescita in modo lineare, perché oltre una certa quota scatta l’aumento esponenziale. Dobbiamo riuscire a gestire questa fase come momento di contenimento altrimenti ritorniamo alla mitigazione con il lockdown».

Quale sarà il campanello d’allarme più «squillante»?
«L’ospedalizzazione. Il numero di positivi può addirittura essere una buona notizia, nel senso che significa che il monitoraggio funziona e riusciamo a isolare chi può contagiare ancora. È lo stress sul sistema sanitario nazionale che ci deve mettere in allarme».

Siamo destinati a chiudere?
«Può essere il nostro destino: ma si tratterà di lockdown mirati e inasprimenti da fare in modo “sartoriale” e selettivo per evitare la chiusura totale».

Lavatevi le mani: il coronavirus può sopravvivere sulla pelle nove ore

Secondo un nuovo studio appena pubblicato da ricercatori giapponesi il nuovo coronavirus può persistere sulla pelle umana molto più a lungo di quanto possano fare i virus influenzali. Secondo lo studio, Sars-CoV2 è rimasto vitale su campioni di pelle umana per circa 9 ore. Al contrario, un ceppo del virus dell’influenza A è rimasto vitale sulla pelle umana per circa due ore. Entrambi i virus sono stati rapidamente inattivati grazie al disinfettante per le mani (da qui l’importanza, ribadita ancora una volta, di lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o, quando non è possibile, con il disinfettante).«Questo studio mostra che rispetto all’influenza Sars-Cov-2 può trasmettersi più facilmente attraverso il contatto perché resta in modo più stabile sulla pelle umana» hanno scritto gli autori ella ricerca appena pubblicata sulla rivista Clinical Infectious Diseases.

Le altre superfici

All’inizio della pandemia un gruppo di ricercatori americani ha studiato per quanto tempo Sars-CoV-2 poteva permanere sulle superfici scoprendo che rimaneva fino a 4 ore sul rame, fino a 24 ore sul cartone e fino a tre giorni su plastica e acciaio. Con il passare del tempo calava anche la carica infettante, in modo differente a seconda della superficie. Tuttavia, per ragioni etiche, esaminare per quanto tempo il virus può persistere sulla pelle umana è più complicato: non sarebbe accettabile spruzzare virus potenzialmente letale sulle mani delle persone per calcolare quanto tempo si mantiene. Quindi, per questo nuovo studio, i ricercatori, dell’Università di Medicina della Prefettura di Kyoto in Giappone, hanno creato un modello di pelle utilizzando campioni di pelle umana ottenuti dalle autopsie. I campioni sono stati raccolti un giorno dopo la morte. Gli autori hanno fatto notare che anche 24 ore dopo la morte, la pelle umana può ancora essere utilizzata per gli innesti cutanei, il che significa che mantiene gran parte delle sue funzioni . Per questo gli scienziati hanno concluso che i campioni raccolti erano adatti all’esperimento.