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Leucemia linfoblastica acuta, nuova cura per adulti e bambini che non rispondono alle altre terapie

La leucemia linfoblastica acuta è una patologia rara, che progredisce rapidamente e se non viene trattata può portare al decesso nel giro di giorni o settimane. Esistono diverse terapie efficaci che consentono ai malati di guarire, ma quando si presentano delle ricadute la situazione è molto più complicata. Ora è però disponibile anche in Italia un nuovo farmaco immunoterapico che combatte in modo molto efficace la «malattia minima residua», ovvero quelle cellule cancerose «invisibili» ai controlli al microscopio ottico che, dopo le cure, possono rimanere anche quando la malattia non da più sintomi e i parametri del paziente sono rientrati nella norma, aumentando così il rischio di ricadute. L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha infatti approvato due estensioni delle indicazioni di blinatumomab che da questo momento in poi verrà utilizzato anche nei pazienti italiani con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B, una forma particolarmente aggressiva che colpisce bambini e adulti.

Fondamentale eliminare la malattia minima residua

«Questo tumore coinvolge il sangue e il midollo osseo, il tessuto che si trova all’interno delle ossa, da cui hanno origine le cellule del sangue periferico — spiega Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia, Terapia Cellulare e Genica all’IRCCS Ospedale Bambino Gesù di Roma —. Colpisce i precursori dei linfociti, un particolare tipo di globuli bianchi deputati a combattere le infezioni e altri tipi di malattia. È il tipo di cancro più frequente in età pediatrica, colpisce soprattutto fra 3 e i 5 anni, e sono 350-400 i nuovi casi diagnosticati ogni anno nel nostro Paese. Con le molte terapie a disposizione (esistono diversi schemi di protocollo a seconda delle caratteristiche della malattia) circa l’80-85% dei piccoli guarisce, ma resta comunque un 15-20% che va incontro a delle ricadute ed è per loro che stiamo cercando nuove soluzioni, come l’immunoterapia». Quanto più è precoce la ricaduta, infatti, tanto minori sono le probabilità di recupero e che un nuovo ciclo di trattamenti abbia successo. Ad avere un ruolo chiave è anche la cosiddetta «malattia minima residua», un piccolo numero di cellule leucemiche rilevabili solo con tecniche di citofluorimetria o di biologia molecolare e potenzialmente in grado di dar vita a una ripresa di malattia: in pratica, se dopo il primo ciclo di trattamenti non c’è davvero più traccia del tumore (e quindi non c’è alcun residuo), le speranze di guarigione definitiva sono maggiori, così come più elevate sono le chance di essere candidati al trapianto per i pazienti che lo necessitano.