Archive for September 10, 2020

Vaccino coronavirus, lo stop avrà conseguenze sugli altri «finalisti»?


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Vaccino per il coronavirus, a che punto siamo: i candidati più promettenti e quelli più avanti

I vaccini in corsa


Vaccini a vettore virale

Il punto ora è capire quale sia la causa della patologia che ha colpito un volontario (la mielite trasversa): se fosse legata alla risposta immunitaria indotta dal vaccino, questo potrebbe rappresentare un colpo per molti dei gruppi di ricerca impegnati nel mondo. Un’altra ipotesi è che il problema riguardi il vettore virale utilizzato dal team di Oxford: altri vaccini basati sulla stessa strategia (CanSino, Gamaleya, Janssen) e arrivati alle battute finali potrebbero essere «salvi», perché utilizzano vettori diversi (di origine animale o umana). La sfida a chi taglierà per primo il traguardo è avvincente, anche se la sospensione da parte di Astrazeneca ha dimostrato che le sperimentazioni non si possono fare puntando il cronometro. Tra i nove vaccini in fase 3 ce ne sono due basati su Rna (Moderna e BioNTech/Pfizer), tre contenenti virus inattivato (tutti cinesi) e i quattro che utilizzano vettori virali citati sopra, tra cui quello russo dell’Istituto Gamaleya.

Vaccino Oxford, Gismondo: «Normale intoppo, servono anni. E potrebbe non arrivare mai»

Abbiamo chiesto alla Professoressa Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, come valuta la sospensione dei test.
«Devo riconoscere che l’azienda ha mostrato tanta serietà nell’indagine e purtroppo devo sottolineare “l’avevo detto”, anche se è molto triste quando si parla delle speranze di salute della gente. Il vaccino probabilmente ci sarà (anche se non siamo sicuri se ci sarà), ma ha bisogno dei suoi tempi. Il fatto che sia intervenuto in Fase 3 un caso così importante rispetto agli effetti collaterali, vuol dire che abbiamo bisogno di seguire le strade tradizionali della ricerca clinica. Affinché un vaccino possa essere non solo efficace ma anche sicuro devono passare 3-4 anni. Possiamo anche avere un vaccino fra un anno un anno e mezzo, ma non saremo mai sicuri dell’assoluta assenza di effetti collaterali e nemmeno della sua efficacia».

Che cosa succede ora?
«A questo punto ci si ferma, si analizzano gli effetti provocati e quale può essere la relazione tra l’effetto indesiderato e la composizione del vaccino, quindi o si muta qualcosa, oppure si amplia il numero di volontari in modo tale da essere più sicuri sugli effetti collaterali, oppure ancora, come succede per i farmaci, si decide di chiudere la ricerca e concentrarsi su un’altra formulazione».

Significa ripartire dalla Fase 3?
«Se si dovesse scegliere di cambiare formulazione si riparte da zero perché si tratta di un nuovo vaccino, se invece si dovesse decidere di approfondire questo effetto collaterale, magari si tenterà di cambiare qualcosa nella formula e procedere con una Fase 2-3 avanzata».

Quanti mesi si sono persi?
«L’ho detto mesi fa: un vaccino serio, nel senso di completezza di conoscenza rispetto a efficacia ed effetti collaterali, non può essere proposto prima di 3-4 anni. Non escludo che fra 3-4 anni, quando si potrà avere e se si avrà, potremmo non averne più bisogno. Voglio sottolineare che a parte un vaccino nei confronti di Ebola (che peraltro è stato testato solo parzialmente), non esistono vaccini basati su acidi nucleici (Rna o Dna) e per HIV o alcuni coronavirus non ne abbiamo. Non lo dico per demoralizzare, ma per non illudere le persone e non delegare solamente al vaccino la soluzione dei nostri problemi perché potrebbe non arrivare. Io credo che dovremmo puntare molto sulla convivenza con questo virus, adottando le misure che anche i governi hanno indicato».

Nella «corsa al vaccino» arriveranno prima i Paesi che hanno accelerato i tempi, come Russia e Cina?

«Non posso dirlo. Molti Paesi scavalcano questo concetto base, ma la scienza attuale è concepita in modo che si mettano a disposizione i risultati alla comunità scientifica mondiale proprio per evitare che altri facciano gli stessi errori e per andare avanti in maniera sinergica. Purtroppo sperare che tutti adottino le medesime regole nel mondo attuale è un’utopia, specie per alcune nazioni che sono pronte a mentire e nascondere i dati».

Che cosa pensa dei cosiddetti «negazionisti» del virus?

«Sono completamente avversa a coloro che sono stati chiamati “negazionisti” (peraltro un termine poco appropriato). A chi dice che il virus non esiste ho detto: “Venga laboratorio e vi farò vedere il virus nelle colture cellulari, così avrete la prova tangibile”. Il virus esiste, il virus ha ucciso, il virus continua a circolare e a contagiare. Un’altra cosa è la mia posizione contro l’allarmismo: mi baso su un’obiettiva analisi dei dati e non mi faccio influenzare né dai minimizzatori né dai vari catastrofisti».

Ci sarà la seconda ondata?
«Non possiamo saperlo. Sicuramente non avremo mai un’ondata come a marzo-aprile: non tanto perché il virus è cambiato, ma perché siamo cambiati noi. Abbiamo un’organizzazione sanitaria che è stata molto migliorata, abbiamo raddoppiato i posti letto in terapia intensiva, abbiamo imparato a conoscere il virus e a gestire la terapia nelle varie fasi della malattia. È questa la motivazione più importante per cui adesso non stiamo avendo i morti che abbiamo avuto».

È d’accordo rispetto all’idea di accorciare la quarantena a sette giorni come faranno in Francia?
«Sono perfettamente d’accordo: perché si è visto che quello è il periodo di sicurezza, non abbiamo bisogno di stare bloccati per 14 giorni, cosa che ha diverse ripercussioni sulla vita sociale e lavorativa. Per altro io inviterei a una discussione scienziati e Comitato Tecnico Scientifico (CTS) sull’utilità della quarantena per gli asintomatici che hanno una bassa carica virale: i “debolmente positivi” che vediamo da qualche mese. Sono persone che hanno una quantità di virus molto bassa ed è stato dimostrato che non sono in grado di contagiare (anche noi abbiamo dei dati su questo): sono persone che stanno benissimo e in maniera occasionale scoprono di avere una lieve positività».

Le scuole e gli ambienti chiusi favoriranno il contagio?
«Le scuole vanno riaperte perché la chiusura è stata un “effetto collaterale” indesiderato ma necessario: adesso si devono riaprire perché i ragazzi devono colmare il divario culturale ma anche quello psicologico. Che poi si riesca, malgrado lo sforzo degli insegnanti, a mantenere distanze e mascherine indossate nella maniera corretta, dubito. Si cercherà di fare il meglio possibile e alcune scuole verranno chiuse, ma con questo non potremo dire che il piano di riapertura sarà stato un insuccesso. Certo se continuiamo con queste misure così restrittive (bloccare tutta la classe per un bambino con la febbre, fermare la famiglia, tamponare tutti i contatti) tutti gli ambiti lavorativi diventeranno difficoltosi: in questa situazione, con un aumento dei contagi contenuto, penso che potremmo un po’ allargare le maglie, pur rimanendo attenti. Certo a ottobre-novembre la situazione potrebbe peggiorare dato che sappiamo che gli ambienti chiusi e i mezzi di trasporto affollati non giocano contro il virus e quindi sarà necessario una raccomandazione maggiore a rispettare le misure».

Siamo pronti per i prossimi mesi a livello di gestione sanitaria ?
«Se mi chiede se siamo pronti ad affrontare la stagione influenzale in concomitanza con un virus che circola ancora, io le rispondo “ni”, anzi forse qualche perplessità ce l’ho. Non dipende solo dall’organizzazione sanitaria, ma anche dalla rispondenza del cittadino perché l’unico aiuto che ci può venire per alleggerire quelli che sono gli accessi ai pronto soccorsi e ai servizi sanitari è quello che la popolazione si vaccini ampiamente contro l’influenza. Bisogna approvvigionarsi (e siamo già in ritardo) dei testi rapidi che ci possono permettere una risposta veloce e siamo in ritardo sulla fornitura del numero di vaccini disponibili. Dobbiamo anche fare immediatamente campagne di informazione per far capire alla gente quanto quest’anno sia importante vaccinarsi contro l’influenza».

Affanno e svenimenti, quando la causa è l’ipertensione (polmonare)

Sono circa tremila in tutta Italia, per lo più donne. Convivono anche per due anni con sintomi come spossatezza, affanno, svenimenti prima di arrivare alla diagnosi: ipertensione arteriosa polmonare, una malattia rara ma non troppo (i casi sono 60 per milione di abitanti, con una prevalenza circa doppia nel sesso femminile) su cui è importante fare informazione, come sottolinea l’Associazione Ipertensione Polmonare Italiana (AIPI,), per arrivare alla diagnosi e alle cure prima possibile.

Malattia poco conosciuta

«Diciannove anni fa, quando ho ricevuto la diagnosi, la sopravvivenza media dei pazienti era di appena tre anni e le terapie possibili pochissime. Oggi non è più così, per questo è fondamentale riconoscere presto la malattia», spiega Leonardo Radicchi, presidente AIPI. «Il problema principale è che si tratta di una patologia poco nota, oltre che rara: le diagnosi arrivano tardi e spesso i pazienti stessi si rivolgono al medico quando il problema è già in fase avanzata». L’ipertensione arteriosa polmonare può essere idiopatica, ovvero non avere una causa specifica se non la predisposizione genetica (sono una decina le mutazioni correlate), e in questo caso colpisce soprattutto persone giovani fra i trenta e i cinquant’anni; oppure può essere secondaria ad altre malattie, per esempio cardiopatie congenite, malattie autoimmuni come la sclerodermia o il lupus eritematoso sistemico, HIV, la cirrosi epatica. «In caso di ipertensione arteriosa polmonare aumenta la pressione sanguigna nel circolo polmonare e questo porta a un progressivo sovraccarico di lavoro per il ventricolo destro del cuore; in assenza di trattamenti adeguati, la malattia può culminare nello scompenso cardiaco e nella morte prematura», specifica Nazzareno Galiè, direttore della Cardiologia al Policlinico S. Orsola dell’Università Bologna, coordinatore delle Linee Guida Internazionali sull’Ipertensione Polmonare e responsabile del Comitato scientifico AIPI.