Archive for September 7, 2020

Covid, il rischio di morte dei pazienti calcolato da un algoritmo

Un paziente arriva in Pronto soccorso, ha sintomi Covid e risulta positivo. È possibile prevedere se rischia di aggravarsi e morire? Sì, secondo uno studio condotto dall’Università di Firenze, Ospedale Careggi e Fondazione Poliambulanza di Brescia, che verrà pubblicato sulla rivista BMJ-Open. Gli autori hanno preso in considerazione 516 pazienti con infezione da Sars-CoV-2 ricoverati nei due ospedali tra il 22 febbraio e il 10 aprile.

A ognuno il suo percorso di cura

Obiettivo del lavoro era generare uno strumento di calcolo delle probabilità di morte utilizzando variabili ottenibili entro due ore dall’accesso in Pronto soccorso. Questo permette ai sanitari di ottimizzare la sistemazione dei pazienti in aree a bassa intensità (o addirittura a domicilio), intensità intermedia (con sistemi di ventilazione non invasivi) o alta intensità (rianimazione). Uno degli aspetti che ha reso particolarmente drammatici gli effetti della pandemia è stata infatti l’improvvisa pressione sugli ospedali di pazienti nelle condizioni cliniche più svariate.

Coronavirus, è definitivo: le cure per l’ipertensione non vanno interrotte

Il messaggio è chiaro e, si può dire, praticamente definitivo: le persone che seguono una terapia antipertensiva non devono interromperla anche se si ammalano di Covid-19. Lo dimostra un importante studio appena presentato all’Esc, il Congresso della Società Europea di Cardiologia, quest’anno una “digital experience”, come l’hanno definito gli organizzatori. Cioè tutto virtuale.

Ace-inibitori e sartani

C’era stato un allarme, nei primi mesi di epidemia, per le persone in trattamento con antipertensivi (e in particolare con gli Ace-inibitori e/o con antagonisti del recettore dell’angiotensina II, i cosiddetti sartani). Quali erano i presupposti di questo allarme? Il primo: si era osservato, negli animali da esperimento, che il nuovo coronavirus (Sars-CoV-2) utilizza i recettori Ace2 per infettare le cellule. E questi Ace2 risultano aumentati nelle persone che fanno uso di Ace-inibitori e sartani. Quindi si era avanzata l’ipotesi che questi farmaci potessero favorire la diffusione del virus. Secondo punto: alcuni clinici cinesi, all’inizio dell’epidemia a Wuhan, avevano suggerito che l’ipertensione arteriosa poteva rappresentare un fattore di rischio indipendente capace di aumentare la mortalità nei pazienti affetti da Covid.

Memoria, fino a che punto è normale dimenticare nomi e password?

Moltissime persone si lamentano della propria memoria. Vorremmo tutti ricordare meglio e di più, e soprattutto essere rassicurati sul fatto che le lacune di memoria, specialmente quelle che tendono a farsi più frequenti con il passare dell’età, non siano l’annuncio di una possibile demenza in arrivo. Sebbene si tratti di un fenomeno molto diffuso, neurologi, psichiatri e geriatri si occupano poco di questi cedimenti di memoria di lieve entità, che nella maggior parte dei casi sono individuati come non clinicamente significativi. Sono forme cosiddette funzionali, ossia preoccupazioni infondate, che non c’entrano direttamente con le capacità cognitive, ma che dipendono in gran parte dal confronto tra la nostra memoria reale e le richieste di un mondo sempre più complesso.

Segni di smemoratezza

«Capita a chiunque di entrare in una stanza e dimenticare perché si è lì, oppure di perdere il filo di una conversazione, o di dimenticarsi il Pin di una carta. Sono esperienze quotidiane — dice Jon Stone del Centre for Clinical Brain Sciences dell’University of Edinburgh, che ha pubblicato un articolo in merito con alcuni collaboratori sul Journal of Alzheimer’s Diseases —. Com’è facile immaginare, ci sono anche prove del fatto che queste lamentele cognitive aumentino man mano che l’età avanza. Uno studio olandese realizzato su circa duemila soggetti sani ha trovato che fino al 29 per cento delle persone di età tra i 25 e i 35 anni si considera smemorato, un tasso che cresce al 34 per cento tra i 40 e 50 anni, al 41 per cento tra i 55 e i 65 anni, al 52 per cento tra i 70 e gli 85 anni. Fino al 60 per cento di queste persone afferma di essere alquanto preoccupato dalla propria smemoratezza. Le lamentele per la propria memoria possono essere correlate con stati depressivi e con la sensazione di non essere abbastanza in salute. Sebbene alcuni attribuiscano la smemoratezza a problemi emotivi, alla mancanza di specifici interessi, oppure all’età, nella maggioranza dei casi la causa resta sconosciuta».

Curare il fegato aiuta a mantenere in salute anche il cuore

Il girovita è l’inzizio chiave

Insomma, anche se molti pensano che avere la steatosi sia un problema di poco conto o un disturbo isolato, è vero il contrario e spesso proprio il fegato grasso è il primo campanello d’allarme della sindrome metabolica. Lo stretto legame fra cuore e fegato implica perciò che i pazienti con problemi epatici valutino anche le condizioni dell’apparato cardiovascolare e viceversa; siccome è assai più probabile sapere di avere i trigliceridi borderline piuttosto che il fegato un po’ compromesso, è più frequente che debba preoccuparsi di dare un’occhiata al fegato chi già sa di avere cuore e vasi a rischio. La steatosi infatti non dà alcun sintomo ed è per giunta poco nota, così è raro che sia identificata per prima rispetto al colesterolo alto o l’ipertensione; certo è il caso di sospettarla se non si è in forma, visto che stando all’Hepahealth Project Report, un documento dell’European Association for the Study of the Liver (EASL), per ogni incremento di un’unità dell’indice di massa corporea il rischio di avere il fegato grasso cresce dal 13 al 38 per cento. Tuttavia esistono anche i «falsi magri»: il 15-20 per cento di chi ha steatosi epatica ha un indice di massa corporea normale e in questi casi spesso è il girovita l’indizio-chiave. Per ogni centimetro di girovita in più infatti la probabilità sale del 3-10 per cento: nelle donne il pericolo inizia a salire dopo gli 80 cm e diventa elevato sopra gli 88, negli uomini l’allerta inizia a 94 cm ed è massima oltre i 102.

Test regolari

Oltre a misurare il girovita, come capire se il fegato è in salute? «Innanzitutto, facendo regolarmente gli esami del sangue per valutare i parametri di funzionalità epatica; in alcuni casi, tuttavia, i valori possono essere normali anche se c’è steatosi», risponde Lampertico. «Spesso il sospetto arriva con un’ecografia addominale eseguita per altri motivi; tuttavia è un test non troppo specifico e capace di diagnosticare con certezza la steatosi solo quando interessa oltre il 30 per cento del fegato. Per una diagnosi precisa si ricorre perciò al Fibroscan, un esame che attraverso una sonda simile a un ecografo misura l’elasticità epatica e quindi il grado di fibrosi; da circa un anno la macchina può essere equipaggiata anche con il Cap (acronimo per Controlled Attenuation Parameter, un software di misurazione, ndr) che per la prima volta misura proprio la quantità di grasso nel fegato». In un colpo solo e senza un aumento dei costi, che si aggirano sui 35-50 euro, si valutano quindi le condizioni epatiche con estrema precisione; tuttavia mentre il Fibroscan è in tutti i centri epatologici d’Italia, la versione «potenziata» per misurare il grasso epatico è ancora poco diffusa. «Inoltre sono comunque test di secondo livello, indicati in chi ha gli esami del sangue alterati per i parametri epatici, una diagnosi di sindrome metabolica o se un’ecografia suggerisce che qualcosa non va», specifica l’epatologo. «Grazie a queste possibilità diagnostiche, tuttavia, oggi la biopsia epatica è necessaria solo in casi particolari».

La dieta è la prima terapia

Visto quanto può essere pericolosa, curare la steatosi è fondamentale: la terapia passa dalle stesse regole che aiutano a prevenirla (si veda alle pagine seguenti) e quindi soprattutto da uno stile di vita corretto a base di dieta sana e movimento, perché l’obiettivo è dimagrire, fuori e dentro. Facile a dirsi, meno a farsi e come osserva Lampertico «I pazienti vorrebbero sempre la pillola magica, ma per la steatosi ancora non esiste un farmaco approvato. Tuttavia per la prima volta un principio attivo, l’acido obeticolico (o Oca), ha dimostrato di migliorare la fibrosi connessa alla steatosi epatica non alcolica (il fegato grasso non dovuto al consumo di alcolici, si veda la grafica) nell’arco di un anno: Oca è già approvato per la colangite biliare primitiva, ne conosciamo perciò vantaggi e svantaggi e verosimilmente potrebbe arrivare in clinica entro il 2021 con l’indicazione per la terapia del fegato grasso. Tuttavia solo il 20 per cento dei pazienti risponde alla cura, contro il 10 per cento di chi prende un placebo: il farmaco non è sufficiente sempre e per tutti insomma, ed è comprensibile visto che la steatosi è una patologia complessa che dipende da tanti fattori», conclude Lampertico.