Archive for July 8, 2020

Il terzo paziente «guarito» dall’Hiv, con i farmaci (e qualche dubbio)

Sarebbe il terzo paziente al mondo guarito dall’Aids, dopo quello di Berlino e di Londra. Ma la sua storia è diversa da quella degli altri due. Lui, soprannominato «il paziente di San Paolo», sarebbe libero dal virus Hiv (quello che, appunto, provoca l’Aids) grazie a un cocktail di farmaci e non grazie a trapianti di midollo, come negli altri due casi. Il condizionale è d’obbligo, ma vediamo come sono andate le cose. Intanto la notizia viene dalla Conferenza sull’Aids 2020 (dell’International Society of Aids, la Ias: era prevista a San Francisco e Oakland dal 6 al 10 luglio 2020, ma è diventata virtuale) ed è stata oggetto di un articolo comparso sulla rivista Science.

Mix di antiretrovirali

Il paziente di San Paolo, 36 anni, sieropositivo dal 2012, partecipava alla sperimentazione di una terapia mirata a “stanare” il virus dai suoi nascondigli cellulari da dove può riemergere se si interrompono le terapie. E il problema, finora irrisolto, nella battaglia finale contro l’Aids è proprio questo: il virus riesce a nascondersi nell’organismo sfuggendo alle terapie. Ma grazie a questo nuovo mix di farmaci, il paziente sembrerebbe libero dal virus da quando ha smesso i trattamenti, nel 2019, e cioè da 66 settimane. Ma cerchiamo qualche dettaglio in più, leggendo l’articolo di Science.

Coronavirus, Oms: «Trasmissione aerea possibile». Come si combattono le goccioline infette (le mascherine non bastano)

Rivedere le linee guida


Giorgio Buonanno
Giorgio Buonanno

I 239 scienziati, tra cui l’italiano Giorgio Buonanno, professore ordinario di Fisica tecnica ambientale all’Università degli Studi di Cassino e alla Queensland University of Technology di Brisbane (Australia), chiedono di rivedere o integrare le linee guida: «L’Oms ha ribadito che il coronavirus si diffonde soprattutto per droplet di dimensioni rilevanti che, una volta emesse dalle persone infette attraverso tosse e starnuti ma anche durante la semplice respirazione o mentre il soggetto parla, cadono rapidamente a terra» scrivono. Ma anche le particelle più piccole possono infettare le persone e dunque una corretta ventilazione degli ambienti e i cosiddetti “filtri facciali” (mascherine N95, FFP2, FFP3) sarebbero essenziali negli ambienti chiusi.

Sul Corriere Salute: gufi o allodole? Il bisogno di sonno cambia col tempo

Pubblichiamo in anteprima una parte dell’articolo di apertura del nuovo «Corriere Salute». Potete leggere il testo integrale sul numero in edicola gratis giovedì 9 luglio oppure in Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera».

I neonati si svegliano a qualunque ora, i bambini spesso chiamano mamma e papà nel cuore della notte, gli adolescenti non vorrebbero mai andare a letto (salvo non volersi neppure alzare al mattino), gli anziani fanno fatica a riposare bene. Trascorriamo dormendo circa un terzo della nostra esistenza e dalla qualità del sonno dipende gran parte della nostra salute perché il riposo è importante per la regolazione delle funzioni neuroendocrine, immunitarie, cardiovascolari e di molto altro. Ma perché i nostri schemi del sonno cambiano con l’età? «Il riposo notturno non è un fenomeno statico, ma dinamico e la sua fisiologia può cambiare in relazione al sesso e all’età, risentendo di fattori ormonali e costituzionali» spiega Luigi Ferini Strambi, professore ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Non si dorme sempre nello stesso modo e per lo stesso tempo nel corso della vita ma, tranquillizziamoci, è del tutto normale.

Tumori gastrointestinali: i pazienti chiedono un’assistenza equa e di qualità in tutte le fasi della malattia

Più o meno 80mila italiani ogni anno devono fare i conti con una diagnosi di neoplasia gastrointestinale. I tumori che colpiscono stomaco, colon-retto e pancreas sono fra i più letali (rientrano tutti fra le prime cinque cause di morte per cancro in Italia) anche perché, per via dei sintomi poco specifici, vengono quasi sempre diagnosticati quando ormai la malattia è già in fase metastatica. Molti bisogni dei pazienti sono però insoddisfatti e a livello nazionale emerge una disomogeneità nel trattamento di queste patologie, in particolare quando il tumore è in stadio avanzato. Tempi lunghi dell’iter diagnostico, assenza di terapie per lo stadio metastatico, disomogeneità nella presenza delle strutture di cura di eccellenza sul territorio nazionale e scarsa attenzione alla continuità terapeutica-assistenziale ospedale-domicilio sono i problemi principali da risolvere stando a una prima ricognizione effettuata dalle associazioni dei malati. La Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo), con il coinvolgimento delle principali associazioni dei pazienti di riferimento per queste patologie e con l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), ha infatti creato un gruppo di lavoro per analizzare le necessità dei malati e definire le priorità d’intervento per migliorarne l’assistenza, da condividere con le Istituzioni.

Una condizione assistenziale spesso sottovalutata

«Ad oggi i pazienti con tumori gastrointestinali non ricevono ovunque trattamenti equi e di qualità sia per quanto concerne le terapie che l’assistenza — dice Francesco De Lorenzo, presidente Favo —. Diagnosi tardive, differenze regionali nella presa in carico, poche terapie disponibili per il trattamento delle fasi avanzate, carenze nel supporto psicologico, nutrizionale e riabilitativo: è necessario mettere a punto un approccio integrato e multidisciplinare con percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali (PDTA) dedicati all’interno di centri specializzati, collegati alle reti oncologiche, in grado di assicurare una presa in carico complessiva del paziente qualsiasi sia lo stadio in cui viene diagnosticata la malattia». L’intento è richiamare l’attenzione di Istituzioni e decisori politici per sensibilizzarli sulla necessità di garantire una continuità terapeutica in tutte le fasi della malattia in modo equo e accessibile a tutti i pazienti con tumori gastrointestinali sull’intero territorio nazionale. «Le istituzioni, nello specifico il Ministero della Salute, possono agire sollecitando le Regioni a selezionare i Centri di riferimento, obiettivo che in Italia può essere tranquillamente raggiunto come già avvenuto per le Breast Unit, ad esempio — afferma Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute —, bisogna però che vengano identificati Centri ad alti volumi di attività, in grado di trattare patologie ad elevata morbilità e mortalità i cui trattamenti sono spesso gravati da serie complicanze. Infatti,  la scarsa esperienza di un centro di cura accresce inevitabilmente il rischio di morte e di complicanze per il paziente».