Archive for July 3, 2020

Coronavirus, l’immunità potrebbe essere superiore a quanto rilevato con i test sierologici


Lo studio svedese

L’articolo, ancora non pubblicato su una rivista scientifica, è stato reso disponibile online.

I linfociti T sono un tipo di globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infette da virus e sono una parte essenziale del sistema immunitario, i risultati indicano che circa il doppio delle persone ha sviluppato l’immunità delle cellule T rispetto a quelle in cui siamo in grado di rilevare gli anticorpi. Lo studio ha incluso pazienti ricoverati presso l’ospedale universitario Karolinska e i loro familiari asintomatici esposti. Sono stati inclusi anche donatori di sangue sani che hanno donato il sangue nel 2019-2020 (il gruppo di controllo). I ricercatori hanno osservato che non erano solo le persone con Covid-19 verificato a mostrare l’immunità delle cellule T, ma anche molti dei loro familiari asintomatici esposti. Inoltre, circa il 30% dei donatori di sangue attivi nel maggio 2020 aveva cellule T specifiche per Covid-19, una cifra molto più elevata rispetto a quella rilevata con i test sugli anticorpi. «I nostri risultati indicano che nella popolazione l’immunità è probabilmente significativamente più elevata di quanto suggerito dai test anticorpali», afferma il professor Hans-Gustaf Ljunggren del Center for Infectious Medicine al Karolinska Institutet.

Abbiamo chiesto una valutazione dello studio svedese al Professor Alberto Mantovani, Direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas e Professore Emerito di Humanitas University.
«È uno studio molto importante a mio giudizio. Ci ricorda che gli anticorpi sono solo una manifestazione della risposta immunitaria, ma il cuore della risposta adattativa, quella che viene dopo la “prima linea” di difesa, sono le cellule T. Questo studio suggerisce che, se si misura la risposta mediata dalle cellule T, si trova che soggetti che, sulla base degli anticorpi non hanno avuto una risposta, in realtà la risposta l’hanno avuta. Quindi mette in evidenza come in alcuni casi (come quelli descritti dallo studio) un paziente ha avuto il virus, laddove il test sierologico magari non lo ha rilevato. Gli anticorpi sono solo una spia di una risposta immunitaria e questo studio suggerisce che possano non essere la spia migliore».

Quali sono le prospettive di queste ricerche?
«Humanitas ha fatto il più grande studio di sierologia nella popolazione medico-sanitaria (io parlo solo di dati resi pubblici e condivisi con la comunità scientifica) e anche in quel caso abbiamo avuto la sensazione di vedere solo un pezzo della risposta immunitaria, tanto è vero che adesso la Professoressa Maria Rescigno sta studiando da noi la risposta T: è anche un progetto in corso ora approvato dal ministero della Salute che io coordino e che coinvolge l’Istituto nazionale di Genetica Molecolare al Policlinico e l’ospedale Papa Giovanni XXIII. E non siamo i soli al mondo a percorrere questa strada. Sappiamo molto poco di come questo virus aggira le difese immunitarie e di quali sono le risposte immunitarie del corpo nei suoi confronti. Non siamo nemmeno sicuri che gli anticorpi siano protettivi, nonostante quello che viene detto, e nemmeno che la terapia con il plasma funzioni. Per fare solo un esempio, quando ci domandiamo se un paziente abbia avuto la tubercolosi, noi non andiamo a cercare gli anticorpi, ma misuriamo la risposta delle cellule T con un test che si chiama Quantiferon».

Che cosa sono le cellule T?
«Il sistema immunitario usa diverse armi per affrontare i suoi nemici e gli anticorpi non sono che una delle armi del sistema immunitario. È una regola generale: c’è una “prima linea” di difesa che gestisce l’attacco dei virus ed è questa che determina in buona parte l’esito di quelle persone che vanno incontro all’infezione e non si ammalano. Probabilmente funziona così anche nel caso del Covid-19. Superata la prima linea di difesa, ci sono dei “direttori d’orchestra” dell’ immunità, le cellule T, che dicono ad altre popolazioni cellulari, le cellule B, di fare da anticorpi oltre che dirigere l’insieme dell’ esercito immunologico».

Quali sono le differenze tra cellule T e gli anticorpi?
«In generale l’eliminazione di un virus al primo incontro viene fatta non dagli anticorpi, ma proprio dalle cellule T. Le cellule T riconoscono pezzi diversi del virus rispetto agli anticorpi e sono fondamentali per la memoria dell’infezione. Ci sono tantissimi tipi di cellule T, di solito di solito alcune di loro, killer di professione, risolvono il problema uccidendo la cellula infettata. A questo punto il virus smette di espandersi».

Le cellule T sono neutralizzanti? E quando dura la protezione che conferiscono?
«Alcune di queste cellule uccidono e fermano il virus, ed è ragionevole pensare siano fondamentali per la difesa contro il coronavirus. Per quanto riguarda gli anticorpi possiamo misurare se in vitro neutralizzano il virus, ma non siano affatto sicuri che siano gli anticorpi a mediare la resistenza al Covid-19. Probabilmente è la prima linea di difesa quella più importante nelle fasi iniziali, poi intervengono le cellule T e infine gli anticorpi. In generale, non sappiamo quanto dura la memoria immunologica dell’infezione e quindi per quanto tempo saremo protetti».

Si potrebbero mettere a punto dei test per la comunità basati sulle cellule T come si è fatto per i sierologici?
«Sono test più complicati e sofisticati che richiedono una tecnologia complessa, ma si può fare. Il precedente di uso routinario è questo test per la tubercolosi che utilizza in parte anche tecnologia italiana. Se si dimostrasse che questa tecnologia dà uno sguardo più accurato sulla memoria immunitaria e sulla protezione del sistema immunitario, si possono mettere a punto sistemi industriali per sviluppare test ad hoc».

La medicina digitale alla prova I pazienti valutano quanto è «umana»

S i è aperto il 30 giugno il bando per la terza edizione del Patients’ Digital Health Award, un premio che Associazioni di pazienti di diverse aree terapeutiche assegnano valutando proposte o progetti di innovazione digitale in ambito sanitario in base alla loro capacità di venire incontro ai reali bisogni dei malati. Il premio, sostenuto da Fondazione Msd in collaborazione con Digital Health Academy, è nato due anni fa e ha coinvolto complessivamente 50 Associazioni, le quali in questo arco di tempo, attraverso due indagini presso i propri iscritti e il confronto con attori del settore tecnologico, hanno individuato le caratteristiche che, dal loro punto di vista, dovrebbe avere un’innovazione digitale nel campo della salute.

Requisiti essenziali

Tali prerogative sono state declinate nel documento «Digital Health H.U.M.A.N Guidelines», dove Human è l’acronico delle cinque qualità più importanti.«H» sta per Health Literacy, ovvero alfabetizzazione sanitaria digitale e si riferisce alla capacità di ottenere, leggere, comprendere e utilizzare le informazioni relative alle tecnologie digitali. L’obiettio è semplificare: le informazioni sulle tecnologie e sul loro valore devono essere chiare e sintetiche.«U» sta per Uncomplicated: a rendere una tecnologia di semplice utilizzo è l’intuitività, l’immediatezza, la rapidità nel processo di iscrizione, un’interfaccia grafica user-friendly. Però i pazienti chiedono che non tutto sia affidato al dispositivo digitale e che si possano prevedere forme di assistenza con persone pronte a intervenire per un aiuto da remoto.«M» sta per Meaningful: una tecnologia è utile nella misura in cui può facilitare la gestione della malattia, snellire le procedure burocratiche, le attese per le visite e le prenotazioni, gli accessi in ospedale. Ma deve anche favorire la relazione con i curanti e con gli altri pazienti e poter ridurre gli errori umani. Infine, dovrebbe risolvere problemi ancora senza soluzione o almeno trovare risposte più efficaci. «A» sta per Authentic: una soluzione digitale è «autentica» se analizza il problema «mettendosi nei panni» del malato.«N» sta per Natural: le tecnologie digitali possono inserirsi in modo più naturale nel percorso di vita se sono facilmente fruibili. Per ciascuna lettera nel documento vengono specificate poi dieci indicazioni su come rendere la salute digitale più «umana».

Le Associazioni in giuria

Queste le Associazioni di pazienti che hanno partecipato alla stesura delle linee guida e che proclameranno il vincitore del concorso.
Active Citizenship Network – Acn; A.I.N.E.T. – Vivere la speranza; A.M.I.C.I. Lazio Ass.ne Onlus; aBRCAdabra Onlus; Acto alleanza contro il tumore ovarico; Adgi; Aimar; Associazione Italiana Malformazioni Ano Rettali; A.I.Ma.Me; Ail; Aism; Aip; AI Vi.P.S. Onlus; Alama Aps – Associazione Liberi dall’Asma, dalle Malattie Allergiche, Atopiche, Respiratorie e Rare; Amip (Ipertensione Polmonare); Amrer Ass.ne malati Reumatici Emilia Romagna; Anlaids Lazio; Anmar; Apiafco, Associazione Psoriasici Italiani, Amici della Fondazione Corazza; Apmar Ass.ne persone con malattie reumatiche; Associazione Italiana Bpco; Asa, Associazione solidarietà Aids; Associazioni di Persone con diabete Coordinamento del Lazio Cittadinanzattiva; Comitato Parkinson; Diabete Forum (diabete); Diabete Italia; Epf – European Patients Forum; Epac; Accademia del Paziente Esperto Eupati; Europa Donna; Fais onlus; Fand Associazione Italiana Diabetici; Favo; FederAsma e Allergie Onlus; Federazione Italiana Pazienti Fightthestroke; Fondazione RelaCare- Relazione di Cura; Gemme Dormienti protezione fertilità nei pazienti oncologici; Hera Associazione; Incontradonna; Nadir; Nps; Oocnonauti (Gli Onconauti); PaLiNUro Pazienti Liberi dalle Neoplasie Uroteliali; Parent Project; Pus – Persone Lgbt+ Sieropositive;Salute Donna;Soccorso Clown; Uuniamo; Vivere senza stomaco si può; Walce.

Passi avanti contro i linfomi: innovazioni terapeutiche e migliore qualità di vita dei malati

Ogni anno 32mila italiani devono fare i conti con un tumore del sangue. I linfomi sono, insieme a leucemie e mieloma, fra i tipi più frequenti e da soli costituiscono più di un terzo di tutte le neoplasie del sangue, ma ne esistono molti tipi diversi e la prognosi dei pazienti può variare molto. Le prospettive dei malati negli ultimi anni sono però migliorate molto grazie all’arrivo di terapie sempre più efficaci e mirate, dell’immunoterapia e della tecnologia CAR-T, che negli ultimi anni hanno stravolto positivamente l’ematologia con opzioni terapeutiche in grado di fare la differenza, anche per quanto riguarda la qualità di vita delle persone.Proprio ai successi della ricerca scientifica su questo tipo di tumori del sangue sono stati al centro della quindicesima Giornata nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma, promossa dall’Associazione Italiana contro leucemie, linfomi e il mieloma (Ail) lo scorso 21 giugno 2020. 

In Italia sono 12 i centri autorizzati per l’innovativa CAR-T therapy

«La prospettiva di cura rappresentata dalle CAR–T ha dimostrato di modificare, negli studi effettuati fino a ora, la prognosi di linfomi aggressivi per i quali non erano disponibili alternative concrete – spiega Sergio Amadori, presidente nazionale di Ail -. Oggi questi pazienti hanno una possibilità in più di controllare la malattia e anche la possibilità di guarire. Ma è importante ricordare che non tutti i pazienti possono beneficiare di questa terapia, che prevede il prelievo di linfociti T dal paziente, la loro modificazione genetica per renderli in grado di riconoscere e uccidere in modo selettivo le cellule tumorali e la successiva infusione nel malato. E’ una strategia complessa per cui è decisiva la selezione accurata di centri e malati. Anche per questo è necessario che la ricerca prosegua». Ad oggi in Italia sono 12 i centri autorizzati per la CAR-T, di cui tre pediatrici, alcuni sono già attivati e altri lo saranno a breve non appena conclusa la fase di qualificazione prevista dalle autorità regolatorie.

Intercettare il tumore all’ovaio con il pap test? Si può fare (con sei anni di anticipo)

Se c’è un tumore che, purtroppo, viene diagnosticato in ritardo è quello dell’ovaio. Pochi sono i sintomi che possono far nascere un sospetto della sua presenza e così le terapie arrivano spesso in ritardo, quando la malattia è già in fase avanzata. Ma una ricerca, condotta all’Istituto Mario Negri di Milano e all’Università Milano Bicocca e pubblicata sulla rivista scientifica Jama Network Open (i lavori pubblicati qui sono peer-reviewed, cioè valutati da revisori, ma la pubblicazione prevede un pagamento da parte degli autori), suggerisce una nuova modalità per l’identificazione di questa neoplasia che sfrutta il Pap test. 

Carcinomi sierosi

Potrebbe essere una metodica ideale perché il Pap test è regolarmente praticato da un elevato numero di donne con l’obiettivo primario di individuare tumori del collo dell’utero. I ricercatori sono partiti da un’ipotesi: che dalle tube di Falloppio (condotti che mettono in comunicazione l’ovaio con l’utero), dove nascono la maggior parte dei tumori ovarici, si possono staccare, fin dalla fase precoce, alcune cellule tumorali che finiscono poi nel collo dell’utero, dove, appunto possono essere “intercettate” dal Pap Test (parliamo qui dei cosiddetti carcinomi sierosi che rappresentano l’80 per cento di tutte le neoplasie ovariche maligne).