Archive for July 1, 2020

Cina, scoperto nuovo virus influenzale potenzialmente pandemico

Sarebbe stato scoperto in Cina un virus simile a quello dell’influenza H1N1 che causò la pandemia del 2009 cosiddetta “suina”.

Sorveglianza Oms

La scoperta rientra in un vasto programma di sorveglianza raccomandato da anni dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per bloccare precocemente il rischio di nuove pandemie o per preparare in tempo le contromisure, dai piani pandemici al vaccino. Descritto sulla rivista dell’Accademia delle Science degli Stati Uniti, il virus è stato individuato dal gruppo coordinato da George Gao e Jinhua Liu, rispettivamente delle Università agrarie di Pechino e Shandong, con la partecipazione dei Centri cinesi per il controllo delle malattie (Cdc China). Il virus scoperto avrebbe, per caratteristiche, la potenzialità per diventare pandemico: è stato trovato nei maiali ma anche nel 10% di un campione di circa 300 persone impiegate negli allevamenti. Questo significa che il virus sa aggredire l’uomo, ma non ha ancora fatto il passo ulteriore, con la capacità di trasmettersi da uomo a uomo. Il nuovo virus identificato nello studio è una ricombinazione della variante H1N1 del 2009 e un ceppo una volta prevalente trovato nei suini.

Sul Corriere Salute: tumore del colon e il sangue occulto che fa chiarezza

Pubblichiamo in anteprima una parte di uno degli articoli del nuovo «Corriere Salute». Potete leggere il testo integrale sul numero in edicola gratis giovedì 2 luglio oppure in Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera».

Con 49mila nuovi casi registrati nel 2019 il tumore del colon-retto è il secondo tipo di cancro più frequente nel nostro Paese ed è anche il secondo nella poco ambita classifica dei più letali.Eppure nove casi su dieci potrebbero essere evitati perché c’è un metodo efficace, gratis (in Italia) e del tutto indolore per eliminare le lesioni pre-cancerose prima che si trasformino in una neoplasia vera e propria: il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Ma la metà degli italiani non coglie l’opportunità. L’esame viene offerto dal Servizio sanitario nazionale a tutti i cittadini fra i 50 e i 70 anni che ricevono, ogni due anni, una lettera da parte della propria Asl con l’invito ad andare nella farmacia più vicina a ritirare un piccolo contenitore nel quale raccogliere un campione di feci, per poi restituirlo e ricevere la lettera con il referto a casa nell’arco di un paio di settimane.

Le donne si ammalano di Alzheimer più degli uomini, ma l’età non c’entra

C’è un dato di fatto: le donne si ammalano di Alzheimer più degli uomini. E c’è un’ipotesi per spiegare il perché: gli ormoni femminili estrogeni potrebbero giocare un ruolo fondamentale. Non che non si sapesse, ma l’ultima ricerca, pubblicata sulla rivista Neurology (la rivista della American Academy of Neurology) , porta nuove prove che proprio questo potrebbe essere il motivo. Escludendo che la maggiore incidenza della malattia nel sesso femminile sia dovuta soltanto al fatto che le donne vivono di più.

Cinquecentomila ammalati

La malattia di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa fra le cause più frequenti di demenza senile, che comporta, per prima cosa, una perdita progressiva della memoria, per poi arrivare compromettere la vita delle persone in tutti i suoi aspetti . Colpisce il 5 per cento delle persone con più di 60 anni e in Italia si contano circa 500 mila ammalati. Ma ritorniamo allo studio in questione, che ha coinvolto 85 donne e 36 uomini, con un’età media di 52 anni, senza alterazioni cerebrali, con le stesse capacità ai test di valutazione del pensiero e della memoria, stessi parametri fisiologici, come per esempio la pressione sanguigna, e simile storia familiare per quanto riguarda la presenza di casi di Alzheimer. L’idea era quella di capire se, a quell’età, ci sono già situazioni predittive di sviluppare la malattia. E se la menopausa, per le donne (con le sue variazioni ormonali della produzione di ormoni estrogeni) può giocare un ruolo.

Menopausa

Perciò i ricercatori hanno valutato quattro parametri, sottoponendo i partecipanti allo studio a test come la Pet(la tomografia a emissione di positroni) e la risonanza magnetica nucleare (Mri): due tecniche di imaging che valutano le funzioni del cervello. Ecco i quattro parametri presi in considerazione per valutare il rischio di Alzheimer: la quantità di materia grigia cerebrale, la quantità di materia bianca (per semplificare al massimo: la materia grigia rappresenta la parte più evoluta del cervello, la bianca è più “antica”, ndr), la presenza di placche di beta amiloide (questo è un punto centrale: si ritiene che l’accumulo di questa sostanza, la beta amiloide, sia uno dei fattori predisponenti la malattia, ndr) e il tasso al quale il cervello metabolizza il glucosio (lo zucchero rappresenta il “carburante” per il funzionamento del cervello, ndr).

Placche amiloidi

Risultati (senza entrare in dettagli troppo noiosi che, comunque, sono reperibili nello studio di Neurology): le donne hanno avuto i risultati peggiori. Meno materia grigia e bianca del cervello, più placche amiloidi e meno metabolismo del glucosio. Il tutto, appunto, riconducibile alle variazioni ormonali legate alla menopausa, secondo gli autori dello studio. «I nostri risultati dimostrano che le donne, a partire dalla menopausa, possono essere più a rischio di malattia – ha commentato Lisa Mosconi, della Weill Cornell Medicine di New York, una degli autori dello studio – probabilmente perché il tasso degli ormoni estrogeni si riduce durante e dopo la menopausa».

Le sfide della ricerca

Questo studio apre un mondo di interrogativi. Il primo è: può, allora, una supplementazione di ormoni estrogeni in post menopausa preservare le donne dall’Alzheimer?. Molti tentativi sono stati fatti, ma al momento i risultati degli studi sono inconcludenti. Il secondo è: ma allora gli ormoni maschili sono protettivi, se la mancanza di quelli femminili mette a rischio di sviluppare la malattia? Non si capisce. Terzo: anche la questione delle placche di amiloide non sembra proprio la prima causa di Alzheimer, secondo alcune recenti ricerche. Tant’è vero che certi farmaci anti-beta amiloide non si sono rivelati efficaci. In conclusione: ben vengano tutte le ricerche che vogliono far luce su questa patologia che ha un grandissimo impatto sui malati e sulla vita delle loro famiglie. Ma l’impressione è che la ricerca deve guardare più lontano. E ha molto da lavorare.