Archive for June 27, 2020

Coronavirus: «Con un test è possibile capire se la bassa carica è infettiva»

In Lombardia ormai da giorni la metà dei tamponi positivi ha bassa carica virale. Sono persone che stanno bene, conducono una vita normale, di fatto asintomatiche, ma che devono comunque sottostare alle regole dell’isolamento fino a quando il doppio tampone negativo non accerterà che sono davvero guarite, anche dal punto di vista virologico.Ai nuovi contagi si uniscono i «vecchi», molti dei quali asintomatici, ma con tampone che non si negativizza : persone che da settimane sono barricate in casa, in isolamento . Ma non c’è un modo per gestire questi «pazienti», e verificare se sono davvero contagiosi? Il dibattito sul tema , rilanciato dallo studio del Mario Negri è molto discusso. Giuseppe Remuzzi è convinto che «i nuovi positivi non sono contagiosi perché la carica virale è diventata molto bassa». Non tutti gli esperti la pensano così, dal punto di vista scientifico non c’è una certezza assoluta che non possa esserci contagio da cariche virali basse anche se è abbastanza probabile. Un nuovo studio del San Matteo di Pavia va in questa direzione: su 280 pazienti clinicamente guariti con cariche virali basse, meno del 3% aveva la possibilità di infettare. In pratica 8 persone. Insomma quasi tutti i soggetti con bassa carica virale non sembrano pericolosi, ma la certezza al 100% non c’è. Sappiamo però che basta una sola persona contagiosa in giro per fare ripartire i focolai.

La cultura cellulare

Ma è possibile distinguere tra tamponi positivi, quelli che provengono da veri casi clinici acuti o convalescenti che ancora non hanno depurato il virus (e che corrispondono a soggetti contagianti) dai tamponi che per lo più derivano dai test sierologici (dopo il test sierologico positivo è infatti obbligatorio effettuare il tampone) e che molto spesso corrispondono invece a persone non contagiose? Non tutti i tamponi, abbiamo visto, sono positivi allo stesso modo ma le conseguenze sì: tutti i soggetti vanno quarantenati, spesso per periodi lunghi e imprecisati. La soluzione sembra esistere e non pare troppo costosa. E non si tratta di adeguarsi alle nuove linee guida Oms che suggeriscono di «liberare» i pazienti Covid su criteri clinici, dopo tre giorni senza sintomi (soluzione che agli esperti italiani non piace molto).Piuttosto, come suggerisce Francesco Milazzo, già primario di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, si tratta di eseguire un esame di laboratorio supplementare: mettere in coltura di cellule epiteliali (provenienti da bronchi umani) il materiale proveniente dal tampone di un sospetto positivo. In sintesi quello che hanno fatto a Pavia per dimostrare che quasi la totalità de i «debolmente positivi non infettano». «Se le tracce di RNA da Covid-19 sono espressione di un virus ancora vivo e vitale nell’arco di 2-3 giorni assisteremo alla morte delle cellule al cui interno il virus si è replicato. Se invece a quella debole positività al tampone non corrisponde un virus vivo e vitale, la nostra cultura cellulare si manterrà sana e vitale».

Viale: «Il focolaio a Bologna? Ce ne saranno altri, dobbiamo essere rapidi e spegnere subito gli incendi»

Professor Viale, il focolaio di Bologna è preoccupante?
««Non ci ha sorpreso, chi conosce l’epidemiologia si chiedeva quando sarebbero comparsi i primi cluster, non “se” sarebbero comparsi. Per quanto riguarda il focolaio a Bologna, parliamo un paio di soggetti malati e decine di positivi asintomatici». Pierluigi Viale è direttore del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche all’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, professore ordinario all’Università Alma Mater Studiorum e consigliere della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

Le persone senza sintomi possono contagiarne altre?
«Il portatore asintomatico è un trasmettitore poco efficiente, però non si può escludere la possibilità che diffonda ad altri il virus. L’infezione è entrata in Italia due mesi prima rispetto al primo caso di malattia ed è circolata tramite gli asintomatici. Ci sono voluti quindi due mesi per arrivare a un caso clinico conclamato. I malati invece sono forti trasmettitori, in grado di contagiare anche 20-30 persone. Oggi il virus è passato dallo stato epidemico a quello endemico: si muove lentamente tra soggetti asintomatici, ma come vediamo, in contesti sociali o lavorativi particolari si possono accumulare numerosi casi, finché uno di loro sviluppa sintomi. Se il malato non viene individuato e continua a svolgere le sue attività può infettare tante persone e generare un cluster di malattia. Se viene invece intercettato rapidamente e si attivano gli screening sui contatti, i positivi asintomatici vengono isolati e talvolta anche trattati e inclusi in sperimentazioni per conoscere la loro carica virale e il loro possibile ruolo nell’epidemia. Questo è il modo per controllare il focolaio. È quello che è successo a Bologna ed è un segnale positivo, di una sanità che funziona. I colleghi del servizio di Igiene pubblica hanno testato i contatti sul luogo di lavoro e ora continueranno a testare altri contatti e i parenti degli infetti, secondo il principio dei cerchi concentrici. Questo ci permetterà di definire i reali contorni del cluster».