Archive for June 21, 2020

Coroinavirus, l’Oms cambia le linee guida: niente doppio tampone negativo per la guarigione

Cambiano le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità per la gestione del rilascio dall’isolamento di pazienti Covid-19. L’Oms nelle linee guida provvisorie da poco pubblicatenon raccomanda più il doppio tampone negativo per certificare la guarigione da Covid-19 e liberare i pazienti dall’isolamento, ma bastano invece tre giorni senza sintomi. Indipendentemente dalla severità dell’infezione non è più richiesto il doppio tampone negativo per certificare la fine della malattia. I nuovi criteri richiesti per porre fine all’isolamento sono:

Per i pazienti sintomatici: 10 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi, più almeno 3 giorni senza sintomi (incluso senza febbre e senza sintomi respiratori).

Per i pazienti asintomatici: 10 giorni dopo il tampone positivo.

Coronavirus, i positivi sono meno infettivi? Il dibattito tra gli esperti

Insiste su questo punto Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive al Policlinico San Martino di Genova: «Nella fase 3 non basta più dire se c’è o non c’è il virus ma va specificata la quantità di virus altrimenti è come fare un’urinocoltura senza dire quante colonie di batteri ci sono. Non dimentichiamoci che stiamo bloccando persone a casa per mesi che magari non sono minimamente contagiose: dovremmo arrivare a definire un limite massimo al di sotto del quale un soggetto non è contagioso e per farlo servono prove di laboratorio. Non possiamo refertare allo stesso modo uno che si trova nella fase prodromica e che ha una carica virale altissima e chi magari è guarito da tempo, non ha sintomi ma fatica a negativizzarsi».

La speranza dei malati di Sla nella ricerca: per facilitarla nasce il Registro nazionale

Soffrire di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) significa perdere progressivamente la capacità di muoversi, deglutire, parlare, respirare autonomamente, fino a dover vivere attaccati a un respiratore, nutrirsi attraverso un sondino inserito nello stomaco (Peg), dialogare con gli altri tramite un comunicatore oculare. Ad oggi non esiste una cura risolutiva per questa malattia neurodegenerativa rara che paralizza i muscoli ma non toglie la capacità di pensare. La speranza dei malati, circa 6mila in Italia, è nella ricerca che va avanti per poter sconfiggere la terribile Sla o quantomeno conviverci dignitosamente. Da qui l’appello a non lasciare sole le persone che ne soffrono, lanciato dalla Federazione internazionale delle associazioni dei pazienti (International Alliance of Als/Mnd Associations, cui aderisce Aisla per l’Italia) e rivolto a opinione pubblica mondiale, istituzioni, ricercatori, in occasione della giornata mondiale che ricorre il 21 giugno, giorno del solstizio d’estate e, si spera, punto di svolta per la ricerca di trattamenti e cure efficaci.

Paziente davvero «al centro»

«Far sentire la vicinanza a queste persone che hanno una malattia così invalidante significa mettere davvero al centro il paziente, destinando fondi pubblici alla ricerca scientifica e a migliorare la qualità dell’assistenza – sottolinea Massimo Mauro, presidente dell’Associazione sclerosi laterale amiotrofica (Aisla) –. Con le nostre forze, grazie ai contributi raccolti, abbiamo realizzato due strumenti fondamentali quali il Registro nazionale sulla Sla, che ora va implementato con l’adesione di tutti i Centri e Ospedali di riferimento per la malattia, e la Biobanca nazionale dedicata alla conservazione di campioni biologici per la ricerca. Inoltre – prosegue Mauro – con la campagna “Distanti ma vicini”, lanciata lo scorso 23 marzo insieme a Famiglie SMA e Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, abbiamo raccolto oltre 220mila euro per sostenere, durante l’emergenza Covid, i Centri clinici NeMO – specializzati nell’assistenza e nella cura delle persone con malattie neuromuscolari – già attivi a Milano, Roma, Arenzano e Messina, e a crearne altri quattro nei prossimi mesi. Ma occorrerebbe un Centro NeMo in ogni Regione». In occasione della giornata mondiale, il 21 giugno alle 18, saranno presentati i risultati della campagna #distantimavicini nel corso di una diretta Facebook.

Quasi un italiano su due non si vaccinerebbe contro il coronavirus

Quasi un italiano su due dichiara che, probabilmente, non si vaccinerà contro Covid-19. Nonostante da mesi virologi, infettivologi, epidemiologi e tutta la comunità scientifica ripetano che la vera arma di difesa da Sars-Cov-2, ma soprattutto l’unico modo per tornare a una forma di effettiva normalità non più scandita da “fasi”, sia la vaccinazione di massa (appena un vaccino sarà disponibile), i dati che emergono da una recentissima ricerca dell’EngageMinds HUB dell’Università Cattolica dicono in maniera sorprendente di una grande fetta della popolazione pari al 41% che colloca la propria propensione a una futura vaccinazione tra il «per niente probabile» o a metà tra «probabile e non probabile». Le cose non cambiano molto negli Stati Uniti: secondo un sondaggio condotto a New York su mille persone a fine aprile solo il 59% degli interpellati ha dichiarato che si sarebbe sottoposto a una vaccinazione anti-Covid, e solo il 54% la avrebbe fatta fare ai propri figli.

Quasi un italiano su due non si vaccinerebbe contro il coronavirus