Archive for June 18, 2020

Farmaco per l’osteoporosi potrebbe curare Covid in forma lieve/moderata

Raloxifene: un farmaco conosciuto, approvato (e commercializzato) in Europa per la cura dell’osteoporosi. Ma anche una possibile arma contro Sars-CoV-2. Appartiene al gruppo di farmaci definiti “modulatori selettivi dei recettori per gli estrogeni” (SERMs, selective estrogen-receptor modulators) e, nella cura dell’osteoporosi, presenta un livello elevato di sicurezza e tollerabilità. Il consorzio europeo “Exscalate4CoV”, che ne sta valutando la potenzialità terapeutica contro Sars-CoV-2, ha ribrevettato il farmaco per la nuova indicazione (uso universalistico) ed è pronto a produrlo in quantità massicce. In Italia non è stato testato sull’uomo contro Covid, per la scarsità di nuove infezioni, mentre l’autorità sanitaria della Corea del Sud ne avrebbe confermato l’efficacia su alcuni pazienti.


Tremore delle mani: può segnalare una malattia o un disagio interiore

Difficile da nascondere, il tremore può essere solo lo specchio di una tensione interiore, di uno stato d’ansia, ma altre volte è un vero sintomo neurologico. Può rappresentare l’aspetto fondamentale di un disturbo, come nel tremore cosiddetto «essenziale», oppure far parte di una malattia che al tremore associa altri sintomi. «Il tremore può essere definito un movimento ritmico e oscillatorio» dice il dottor Elan Louis del Dipartimento di neurologia della Yale School of Medicine, di New Heaven, negli USA, autore di una revisione sul tremore pubblicata su Continuum, rivista dell’American Academy of Neurology. «Può manifestarsi con modalità diverse, la sua fenomenologia è molto ricca, quindi non c’è da meravigliarsi che esistano tanti modi per classificarlo». E infatti viene classificato in base alla velocità del movimento che induce, oppure in base alla parte del corpo colpita, come braccio, voce, testa. In alternativa viene distinto anche a seconda che si presenti mentre i muscoli interessati sono a riposo o mentre stanno invece compiendo un movimento. E ancora può essere distinto in base alla malattia che può averlo scatenato, come un ipertiroidismo. Infine, una classificazione ancora più sofisticata è basata sulla regione cerebrale da cui viene indotto, come i gangli della base o il cervelletto. Bastano queste poche informazioni per rendersi conto di quanto questo sintomo apparentemente semplice sia in realtà una sfida dal punto di vista sia diagnostico sia terapeutico.

I diversi tipi di tremore

Intanto c’è da tenere presente che un minimo tremore è assolutamente fisiologico, ossia è parte della normale esperienza di tutti. Nessuno ha la mano assolutamente ferma. Quando questo tremore risulta particolarmente accentuato, si parla di «aumentato tremore fisiologico». Poi c’è il cosiddetto «tremore essenziale», che si manifesta specificamente nel corso di attività correnti, come per esempio portare il cucchiaio alla bocca. Infatti per la maggioranza delle persone che ne soffrono si tratta di una forma di tremore intenzionale, ossia che tende a manifestarsi o a peggiorare nel momento in cui si tenta intenzionalmente un’azione, e spesso è prevalente da un arto. Il tremore essenziale può interessare anche la testa e mostra una frequente familiarità: secondo alcuni studi fino alla metà dei casi si trasmetterebbe come tratto genetico autosomico dominante. Generalmente inizia attorno ai 60 anni, ma ne esiste un tipo che si presenta prima dei 40 anni e che può restare stabile per molto tempo.
L’aumentato tremore fisiologico si distingue da quello essenziale perché non è intenzionale ed è più veloce – maggiore frequenza del tremolio – e di ampiezza minore, anche se nelle fasi iniziali può essere difficile distinguerli l’uno dall’altro. Esistono poi forme di tremore indotte da farmaci, come l’antiepilettico valproato o l’ormone levotiroxina. Una forma peculiare è il tremore primario della scrittura, che si manifesta solo quando si prova a scrivere con una penna o una matita, dando alla scrittura il caratteristico aspetto tremolante. Stranamente, altre attività che impegnano gli stessi muscoli e che richiedono altrettanta precisione, di solito non arrivano a scatenare il tremore. «La sua età di inizio è attorno ai 50 anni» dice Ana Vives-Rodriguez della Division of Movement Disorders della Yale School of Medicine di New Haven, autrice con alcuni collaboratori della segnalazione di un caso paradigmatico di questo disturbo, pubblicato sulla rivista Tremor and Other Hyperkinetic Movements. «Può presentarsi in maniera sporadica in un individuo, oppure avere una base genetica: un terzo delle persone riporta presenza del disturbo all’interno della famiglia».

Distonia muscolare

Probabilmente questo disturbo è sostenuto da una distonia (contrazione involontaria di muscoli contrapposti) e non sempre è facile distinguerlo dal cosiddetto crampo dello scrivano, una distonia dei muscoli della mano, anche se i due disturbi danno risultati alquanto diversi all’elettromiografia, l’esame di laboratorio che serve a studiare l’attività elettrica muscolare. Anche la voce può tremare, per la comparsa di un tremore a carico di muscoli della laringe, della faringe, del palato e della lingua. «Una condizione che impatta sulla qualità di vita» dice Josue Avecillas-Chasin, neurochirurgo canadese coautore di un articolo sull’argomento. «Il tremore della voce può essere associato ad altri disturbi neurologici, soprattutto al tremore essenziale, che costituisce circa il 25%di tutti i casi di tremore della voce. Di solito è più resistente al trattamento con i farmaci rispetto alle forme di tremore che interessano gli arti».

Malattia di Parkinson

La forma di tremore più conosciuta è quella dovuta alla malattia di Parkinson. Un tremore diverso dalla maggior parte degli altri, perché si manifesta tipicamente quando il segmento corporeo coinvolto, ad esempio la mano, è a riposo. Si attenua o sparisce nell’esecuzione di movimenti volontari, per ricomparire se si mantiene la posizione per alcuni istanti. Il contrario di quanto accade nel tremore essenziale. «È il cosiddetto tremore posturale “riemergente”, peculiare della malattia di Parkinson» dice Alberto Marchet neurologo dell’Ospedale Martini di Torino. «La sua frequenza è compresa tra 4 e 7 oscillazioni al secondo, inferiore a quella del tremore fisiologico, simile a quella del tremore essenziale, più rapida rispetto al tremore dovuto a malattie del cervelletto. Può interessare quasi ogni parte del corpo, ma più spesso coinvolge le dita delle mani e il movimento ritmico del pollice ricorda il gesto del “contare monete”. Altri segmenti interessati sono, in ordine di frequenza, l’intera mano e l’avambraccio, la mandibola, il piede e l’arto inferiore. Il tremore a riposo delle mani in molti casi diviene più visibile durante il cammino. A livello del capo il tremore è generalmente alla mandibola, ben distinguibile dal tremore essenziale, in cui il movimento è più spesso rotatorio, simile al dire “no”».

Sintomo iniziale

Nella malattia di Parkinson, soprattutto nelle fasi iniziali, il tremore ha una distribuzione asimmetrica. «È un elemento distintivo importante, anche se non del tutto specifico, per la diagnosi differenziale con forme atipiche di origine neurodegenerativa, i cosiddetti parkinsonismi, o con forme secondarie ad altre condizioni non degenerative, come quelle indotte dall’assunzione protratta di farmaci ad azione antidopaminergica» aggiunge lo specialista. «È importante ricordare che almeno un terzo di persone con malattia di Parkinson avverte, spesso già nelle fasi iniziali della malattia e talora anche prima che si manifestino gli altri sintomi motori, una sensazione di “tremore interno”, non rilevabile, ma soggettivamente fastidioso».

Equilibrio e rigidità

Il tremore della malattia di Parkinson fa parte dei sintomi fondamentali su cui si basano i criteri diagnostici, insieme al rallentamento dei movimenti (bradicinesia), alla rigidità e alle alterazioni della postura. «Solo la bradicinesia è elemento irrinunciabile per la diagnosi, mentre il tremore può essere molto lieve o talvolta assente» dice Marchet. «Nella maggioranza dei casi il tremore è comunque il sintomo dominante, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia. Sono i casi in cui si parla di un sottotipo “tremorigeno”, contrapposto al sottotipo “non-tremorigeno”, in cui prevalgono la rigidità, il rallentamento dei movimenti o le difficoltà della marcia e della postura. Si ritiene che la dominanza del tremore sugli altri sintomi abbia un valore prognostico favorevole, facendo prevedere una progressione meno rapida e invalidante. Con il procedere della malattia, il grado di disabilità è generalmente poco correlato all’intensità del tremore, e lo è piuttosto con il peggioramento della rigidità e delle difficoltà di deambulazione e dell’equilibrio, con la minore regolarità di risposta al trattamento farmacologico e con l’accentuazione di altri sintomi non motori».

Terapie

Nel 1969 l’introduzione della levodopa per la cura della malattia di Parkinson ha rappresentato il primo rilevante successo nel trattamento sintomatico di una patologi neurodegenerativa. La levodopa e gli altri farmaci dopaminergici migliorano i sintomi motori, compreso il tremore, pressoché in tutti i malati, tanto che una scarsa risposta terapeutica fa mettere in dubbio la correttezza della diagnosi. «Purtroppo dopo alcuni anni la risposta al trattamento può divenire meno regolare e prevedibile, con conseguente andamento fluttuante dei sintomi, alternandosi periodi di ridotta motilità e periodi caratterizzati da movimenti involontari intensi e invalidanti» spiega Marchet. «È la fase della malattia di Parkinson complicata, in cui il tremore può costituire un disturbo ancora molto intenso e invalidante. In questi casi possono essere considerate strategie terapeutiche avanzate e invasive, come la stimolazione elettrica cerebrale profonda (DBS), efficace sul tremore e sugli altri sintomi motori della malattia di Parkinson. Più recentemente è stata proposta una tecnica meno invasiva, con effetti terapeutici più limitati, per il trattamento del tremore essenziale e per casi selezionati di tremore parkinsoniano, basata sull’impiego di ultrasuoni focalizzati su specifiche aree cerebrali sotto la guida della risonanza magnetica (MRgFUS)».

Il modo diverso in cui uomini e donne percepiscono la distanza sociale

«Il distanziamento sociale, imposto dal coronavirus, viene vissuto in maniera profondamente diversa da uomini e donne. E non tanto perché intervengono abitudini, modelli culturali e sociologici stratificati nel tempo, ma perché il nostro cervello riconosce differenze di genere».Un’affermazione che potrebbe risultare rétro, e magari sgradita, quella che fa Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Azienda socio sanitaria del Fatebenefratelli – Sacco, di Milano , ma con radici che affondano nel nostro sviluppo fetale, nella fase embriogenica.
Spiega Mencacci: «Le donne hanno un’incredibile capacità di discernere tra le sfumature dei colori, gli uomini una maggiore abilità nella visione da lontano, in profondità, e nel cogliere movimenti molto rapidi. L’evoluzione ha avuto tutto l’interesse nello sviluppare queste differenze perché ai maschi cacciatori serviva veder bene in lontananza e cogliere i movimenti delle prede, anzi era spesso proprio il loro stesso movimento a permettere di distinguerle da uno sfondo confuso».

Capacità visive

E che accadeva intanto alle capacità visive delle donne?

«Alle donne raccoglitrici era utile un occhio acuto capace di distinguere un frutto sano da uno marcio, uno velenoso da un altro, assai simile, ma commestibile; in grado di vedere quello che minacciava l’igiene del rifugio familiare e di tenere sotto controllo ciò che accadeva nelle immediate vicinanze. E cioè la tenuta e il contenimento del fuoco e il comportamento della prole, e di eventuali anziani, che andavano tenuti lontani dai pericoli almeno nella caverna o nella capanna. Queste diverse esigenze hanno influito sulla conformazione dei circuiti cerebrali. Le differenze, inizialmente casuali tra i generi, si sono darwinianamente consolidate».

Questione di neuroni

Queste differenze di genere nella visione come hanno a che fare con l’attuale distanziamento sociale?

«I neuroni della corteccia cerebrale, deputati alla visione, sono influenzati, durante l’embriogenesi, dalla produzione di testosterone, maggiore nei maschi, che si ritrovano così con un 25% in più di questi neuroni in più, il che favorisce la “vista lunga”. Insomma, fatte salve le differenze individuali, le donne sono strutturate per vedere (e vivere) meglio da vicino, nella contiguità che nella lontananza, e quindi tendono a sopportare peggio il distanziamento obbligato».

Distanze «sicure»

Ora si parla però non di qualcosa teorico, ma di molto «pratico» e misurabile: un metro e ottanta.

«È lo spazio in cui più facilmente e in maniera più potente si diffonde il coronavirus, però è curioso notare come questa misura si avvicini a quella che gli uomini – e si badi bene solo gli uomini – considerano “sicura”. Chi la riduce, e si avvicina troppo, viene percepito come aggressivo, minaccioso. Ed è un metro o poco più la distanza alla quale può arrivare un calcio».

Divisione dei ruoli

Toccherà allora agli uomini tener le compagne a distanza di sicurezza dagli altri?


«Da un bel po’ non siamo più tutto istinto, nè maschi, nè femmine; direi piuttosto che si tratterà di fare una lavoro di squadra. Ma questa potrebbe anche essere una buona occasione per ripensare alla divisione dei ruoli. E sarebbe un valore. Mai visto che in una coppia si litighi per andare a buttare la spazzatura o per fare la spesa. Adesso è accaduto. E i figli, in molti casi, con la forzata inattività dei genitori o lo smart working, sono diventati di più figli di entrambi : stare chiusi in famiglia può cambiare il nodo di vedere le cose. Dalla divisione dei ruoli si passa alla condivisione,forzata per ora, ma chissà non diventi abituale».

Un «affare da donne»

Insomma, potrebbe aspettarci un «women empowering»? «Possibile. D’altronde questa non è affatto una guerra, come molti hanno detto. Il nemico non si vede e non ci si può mettere al riparo da bombe invisibili. E, per fortuna, non c’è carestia, potentissima molla dell’aggressività. Questa epidemia non è, al contrario della guerra, un affare da uomini, e lo dimostra il fatto che un vero ruolo di guida sia stato riconosciuto soprattutto alle donne (purtroppo non abbastanza in Italia) dalla cancelliera Merkel, alla premier neozelandese Jacinda Arden alla regina Elisabetta con il suo fermo discorso alla Nazione. E al mondo»