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Il tempo del lockdown non è stato uguale per tutti: a qualcuno è sembrato breve ad altri infinito

È stato lungo o breve il tempo durante il quale siamo stati fermati dalle norme anti-Covid-19? Le giornate che abbiamo trascorso in casa saltavano dalla mattina alla sera, o non arrivava mai l’ora di cena? Probabilmente ognuno ricorda un diverso rapporto personale con il tempo che trascorreva, in base anche a quello che era il suo tono dell’umore. Non è solo una distorsione legata al ricordo – che pure esiste – ma un fenomeno dovuto al fatto che il tempo non viene percepito in maniera stabile dagli esseri umani. Molto dipende da alcune variabili, come una condizione di noia o, al contrario, un coinvolgimento emotivo positivo.

Il tono dell’umore

Il tempo è un’entità difficile da studiare nei laboratori di psicologia, e non è del tutto conosciuto neppure da parte dei neuroscienziati. Il tono dell’umore tende a modificare la percezione del tempo e durante le giornate di reclusione in casa si poteva facilmente essere svogliati e sotto tono. Studi realizzati su persone affette da vera depressione, o al contrario da stati di eccitamento maniacale, confermano che la percezione del tempo può effettivamente essere modificata dal tono dell’umore. Una delle caratteristiche cliniche della depressione è proprio la sensazione che il tempo passi in maniera estremamente lenta. Più l’umore è depresso, più il tempo sembra rallentare. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Affective Disorders indica che chi è depresso è in grado di valutare adeguatamente la durata di un intervallo di tempo, ma nonostante questo la sua percezione del fluire del tempo risulta rallentata. È quindi proprio il vissuto personale a rallentare il tempo, evidentemente anche in relazione a un altro tipico sintomo della depressione, la perdita di interessi. Al contrario, negli stati di eccitamento maniacale si ha la cosiddetta «tachipsichia», l’accelerazione del pensiero, e allora anche il tempo sembra correre veloce, come se ci fossero sempre mille cose a cui pensare, mille cose da fare, mille cose da vedere. Il tempo psichico, dunque è molto variabile, e lo è anche il tempo della Fisica, che da Einstein in poi è diventato «relativo», ponendo una sfida per la mente. Per comprendere il concetto di tempo – o meglio di spazio-tempo – proposto dalla Teoria della Relatività, bisogna abbandonare la confortevole idea del tempo così come viene percepito nell’esperienza quotidiana.

Le mappe mentali

Secondo Dean Buonomano, neuroscienziato statunitense esperto del rapporto tra mente e tempo, autore del libro Your Brain Is a Time Machine: The Neuroscience and Physics of Time, sebbene lo spazio abbia tre dimensioni, mentre il tempo può essere individuato con un singolo numero, la mente umana fa molta più fatica a comprendere il tempo piuttosto che lo spazio. Forse ciò è dovuto anche al fatto che nell’ippocampo – fondamentale struttura del lobo temporale del cervello – esistono specifiche cellule capaci di organizzare mappe dello spazio in cui ci muoviamo. Ma non è così per il tempo, una dimensione all’interno della quale non possiamo navigare liberamente, se non in maniera virtuale, attraverso la capacità della mente di riportare alla memoria eventi passati e di anticipare, spesso con scarso successo, eventi futuri. Non siamo però dotati di specifici organi sensoriali che ci facciano percepire il passaggio del tempo, anche se una certa rilevazione quantitativa del suo trascorrere avviene inconsciamente.