Archive for June 8, 2020

Coronavirus, siamo pronti per una seconda ondata, se dovesse arrivare?

(Laura Cuppini, in collaborazione con Sergio Abrignani, immunologo, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi»)

Un numero impressionante di ricercatori in tutto il mondo sta lavorando per mettere a punto un vaccino contro Sars-CoV-2. L’elenco dei «candidati» è costantemente aggiornato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): ad oggi sono 133, di cui 10 in stadio più avanzato perché hanno raggiunto la fase clinica (composta a sua volta da 3 fasi: I, II e III), volta a dimostrare efficacia e sicurezza nell’uomo. Gli altri 123 sono a livello pre-clinico: vengono testati in laboratorio, anche su animali, per valutarne le caratteristiche e decidere se procedere al passaggio su persone.

I vaccini si dividono in quattro famiglie: quelli basati su vettori virali e Vlp («virus-like-particles»); proteine ricombinanti; acidi nucleici (Dna e Rna); virus inattivati o attenuati. «Tutti i gruppi di ricerca hanno l’obiettivo di indurre anticorpi contro la proteina “spike”, la chiave con cui il virus si diffonde, quindi anticorpi che abbiano la capacità di neutralizzare l’ingresso del virus nelle cellule umane — afferma Sergio Abrignani, immunologo, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi» —. Non avendo tempo per studiare in dettaglio quale sia il cosiddetto “correlato di protezione” dall’infezione, abbiamo assunto che gli anticorpi contro la “spike” prevengano l’infezione ed è probabile che sia davvero così, visto che Sars-CoV-2 induce un’infezione acuta che generalmente si risolve in poche settimane ed è un virus che muta relativamente poco. Se l’ipotesi fosse vera, ritengo che potremmo avere, con tutte le scorciatoie che ci permette l’emergenza pandemica, un vaccino disponibile per tutti a inizio 2022».

Dopo che l’epidemia di Sars-CoV-2 è stata confermata dall’Organizzazione mondiale della sanità a dicembre, in soli 6 mesi sono stati fatti grandi passi avanti. E i risultati sono incoraggianti, come nel caso del vaccino a cui sta lavorando da gennaio l’azienda statunitense Moderna. L’approccio è quello dell’iniezione di un Rna codificante per proteine del virus, Rna che — entrato nelle cellule umane — verrebbe tradotto nella proteina spike; questa dovrebbe poi indurre anticorpi neutralizzanti. Nella fase 1 sembra che il vaccino abbia avuto effetti positivi: Moderna, che collabora con l’Istituto nazionale per le malattie infettive degli Stati Uniti diretto da Anthony Fauci, ha riportato che 8 su 45 persone vaccinate non hanno avuto effetti collaterali importanti e soprattutto hanno sviluppato anticorpi anti-spike con attività neutralizzante. Fauci ha annunciato la fase 3 entro l’estate e che 200 milioni dosi potrebbero essere disponibili per gli americani dall’inizio del 2021. «Quella dei vaccini basati su acidi nucleici è una tecnica più rapida da realizzare, ma anche meno nota rispetto a quelle “classiche”, basate su proteine ricombinanti o virus uccisi — sottolinea Abrignani —: oggi non abbiamo sul mercato alcun vaccino basato su Rna o Dna. La speranza è che in questo caso il metodo possa funzionare».

Molto vicino all’avvio delle prove di efficacia, dopo che la prima sperimentazione di fase I su 510 volontari (partita ad aprile) si è conclusa positivamente, anche il vaccino in sperimentazione a Oxford, basato su vettori virali derivati da un adenovirus, in grado di codificare per la proteina “spike”: la multinazionale farmaceutica AstraZeneca ha concluso accordi per la produzione di 400 milioni di dosi di questo potenziale vaccino anti-Covid, con una (annunciata) capacità di produzione di 1 miliardo di fiale entro il 2021. La prova clinica di efficacia sarà su 5mila volontari sani in Gran Bretagna e probabilmente ne coinvolgerà altrettanti in Paesi, come il Brasile, nei quali l’incidenza di nuovi contagi è ancora alta e quindi si potrà raggiungere un numero di pazienti che dia significatività statistica allo studio. Se, a causa della diminuzione di nuovi casi, dovesse essere difficile avere dati significativi di efficacia, si sta valutando l’alternativa dello Human Challenge Trial, ossia una sperimentazione nella quale alla somministrazione del vaccino a giovani volontari sani segue l’inoculazione del virus. Su questo tema l’Oms ha pubblicato il 6 maggio un documento in cui traccia le linee guida per ricercatori, comitati etici, finanziatori e politici e fissa i «criteri chiave che dovrebbero essere soddisfatti per rendere simili studi eticamente accettabili».

Un’altra strada che si sta tentando di percorrere è quella del vaccino basato su virus inattivato: ci lavorano diversi gruppi di ricerca cinesi (tra cui la società Sinovac). Si tratta di una vecchia tecnica, conosciuta fin dagli albori della vaccinologia. Più difficile, dal punto di vista della sicurezza, la scelta di due gruppi indiani, che stanno operando su virus vivo attenuato.

Ultimo, ma solo perché partito più tardi, il progetto che nasce da un accordo tra due «big pharma», Sanofi e Gsk: l’obiettivo è produrre un vaccino contenente proteina «spike» ricombinante (prodotto da Sanofi), con un adiuvante a base di «squalene (prodotto da Gsk). Una metodologia collaudata, alla base di molti dei vaccini che conosciamo e utilizziamo. La procedura è più lunga e complessa rispetto a quella utilizzata nei vaccini a base Rna o vettori virali. Ha però dei vantaggi: è ampiamente conosciuta e offre una più alta probabilità di arrivare a prodotti efficaci e sicuri.

In Italia si stanno sviluppando due candidati vaccini nell’area di Castel Romano (Roma): uno basato su un vaccino a Dna sviluppato dall’azienda Takis e un altro basato su un vettore adenovirale dell’azienda Reithera. Lo choc per la pandemia di Sars-CoV-2 ha generato uno spirito collaborativo e di generosità senza precedenti fra Stati, aziende e centri di ricerca per la ricerca di un vaccino. Al Global Vaccine Summit di Londra l’Agenzia globale per le iniziative vaccinali (Gavi), ente sovranazionale non profit che ha l’obiettivo di diffondere le vaccinazioni nel mondo, ha raccolto fondi per più di 8 miliardi di dollari per lo sviluppo di vaccini contro Sars-CoV-2. Non solo: i Governi inglese e americano hanno già comprato diritti di prelazione su centinaia di milioni di dosi di possibili vaccini da grandi aziende, come AstraZeneca e Sanofi. I governi europei stanno seguendo la stessa linea ed è probabile che anche l’Italia si muoverà in questa direzione.

Tumori, trattamenti di radioterapia garantiti anche durante l’emergenza

In Italia l’epidemia di Covid-19 è esplosa prima che in qualsiasi altro Paese occidentale e questo ha significato, fra l’altro, che il nostro sistema sanitario ha dovuto riorganizzarsi, il più in fretta possibile, in una situazione molto critica e senza neppure poter avere un modello di «riprogettazione» a cui ispirarsi. Un lavoro enorme di pianificazione delle attività e dei percorsi ospedalieri non solo per assistere i pazienti con infezione da SARS-COV-2, ma anche per continuare garantire tutte le terapie salvavita non rinviabili. A partire da quelle oncologiche.«Creazione di un programma delle attività, messa in atto di procedure preventive per evitare la diffusione del virus fra personale sanitario e pazienti (Covid-free), copertura dei turni per la continuità assistenziale, utilizzo delle nuove tecnologie per teleconsulto e telelavoro: i dipartimenti di radioterapia oncologica italiani hanno risposto così, rapidamente ed efficacemente, all’emergenza sanitaria continuando a effettuare, seppur tra molte difficoltà, i trattamenti radioterapici per i pazienti a elevata priorità oncologica, gestendo bene il compromesso tra rischio di infezione per coronavirus e necessità di cura». Così Vittorio Donato, presidente dell’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica (Airo) sintetizza quanto è accaduto nel nostro Paese, come dimostrano gli esiti di un’indagine pubblicata sulla rivista scientifica europea Radiotherapy&Oncology.

Indagine in 125 unità di radioterapia

La ricerca, promossa dall’Airo, è stata coordinata da Vittorio Donato, direttore della Radioterapia all’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma e da Barbara Jereczek-Fossa, direttore della Radioterapia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Ha coinvolto tutti i direttori delle unità radioterapiche oncologiche italiane (su 176 centri contattati, hanno risposto 125, il 20% dei quali lombardi) e i risultati mostrano che in due reparti su tre è stata mantenuta l’attività clinica pre-coronavirus.Nel dettaglio, la riduzione delle prestazioni è risultata inferiore al 10% nel 32% delle radioterapie e tra il 10% e il 30% nel 30,4% delle strutture. In media, per 9 centri su 10 l’effettiva riduzione è stata molto inferiore al 30%. «E’ una fotografia reale di quanto accaduto in questi mesi sull’intero territorio nazionale, inclusa la Lombardia – commenta Donato -: i 125 centri che hanno risposto sono distribuiti in tutto il Paese. L’uniformità dei provvedimenti adottati su scala nazionale è stata possibile anche grazie alle linee “di indirizzo” costantemente aggiornate da parte di Airo. Siamo riusciti a proteggere i nostri malati e il personale, continuando a erogare con uno sforzo immenso le prestazioni ai pazienti in trattamento e con malattia attiva, come ad esempio il triage pre-ingresso in ospedale e nelle sale di radioterapia per garantire la necessaria sicurezza».

Coronavirus: quanti contagi e morti in più per ogni raduno in piazza? Negli Usa hanno provato a calcolarlo

Negli Stati Uniti, ad Honk Kong, in Italia e in varie parti del mondo ci sono raduni e manifestazioni di massa per svariati e legittimi motivi. Nonostante in tutto il mondo sia consigliata (quando non imposta) una certa distanza (variabile) tra persone e l’uso delle mascherine per non diffondere l’epidemia, questi assembramenti non sempre riescono a essere sicuri dal punto di vista sanitario e, al di là del merito e del motivo delle proteste, molti si stanno chiedendo se saranno fonti di nuove impennate nelle curve locali dell’epidemia. I raduni di massa sicuramente favoriscono la circolazione del virus, per questo sono stati vietati durante tutti i lockdown, anche quelli più morbidi. Anzi, dal punto di vista epidemiologico più gente c’è e peggio è. Negli Usa, dove le proteste sono molto partecipate e continuano da giorni e dove l’epidemia è tutt’altro che finita, alcuni studiosi hanno provato a fare un calcolo.

54mila contagi in più

Trevor Bedford

, virologo presso il Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, su Twitter ricorda che a Gangelt, in Germania, tra coloro che avevano partecipano alle celebrazioni del carnevale, si è trovato un aumento di 2,5 volte il tasso di infezione. Indossare mascherine e protestare all’aperto certo aiuta, ma gridare e stare ammassati sono comportamenti che aumentano, invece, il potenziale di trasmissione. L’ipotesi personale (e documentata) dell’esperto parte dal dato di circa 20mila casi confermati al giorno negli Usa, con circa 1 milione 500mila infetti. Ciò implica – scrive il virologo – una prevalenza nella popolazione dello 0,5%. Stimare il numero di manifestanti è difficile, lo studioso (facendo una serie di analisi) ipotizza siano 600mila al giorno in tutti gli Usa. «Con una prevalenza della popolazione dello 0,5%, ciò implicherebbe 3.000 individui infetti che partecipano quotidianamente alle proteste», scrive. Pone la trasmissibilità a Ro=1. Calcola quindi 3.000 infezioni al giorno a seguito delle proteste, contagi che colpiscono principalmente soggetti sani e giovani. Il numero Rt negli Usa – continua – è approssimativamente 1, quindi queste 3.000 infezioni causerebbero altre 3.000 infezioni nella comunità più ampia. Se i manifestanti anche sviluppassero solo sintomi lievi, sono le 3.000 infezioni nella comunità che, in base alla letalità plausibile del virus che sta tra lo 0,5% e l’1% comporterebbero 15-30 decessi. Se avessimo invece un numero di riproduzione più alto, allora 6.000 infezioni sarebbero scatenate dalle proteste ogni giorno. «Se poi – aggiunge lo studioso – consideriamo che alcune catene di trasmissione arrivano al terzo passaggio e più, le 3.000 infezioni scatenate dalle proteste ogni giorno, alla fine porteranno a circa 54mila infezioni in più e 270-540 eventuali decessi.E con 6.000 infezioni al giorno ci aspetteremmo 108mila contagi secondari e 540-1.080 morti in più.La mia ipotesi migliore è che ogni giorno di proteste che coinvolgono 600mila persone comporteranno tra i 200 e i 1.100 decessi in più», conclude.