Archive for June 2, 2020

«Il coronavirus è meno capace di replicarsi»: lo studio del San Raffaele citato da Zangrillo

Sars-CoV-2 continua a circolare, ma possiamo a ragione sostenere che qualcosa è cambiato nella diffusione dell’epidemia, come sostenuto dal professor Alberto Zangrillo (qui il ritratto: chi è il medico da sempre vicino a Berlusconi), che ha parlato, domenica 31 maggio, di un virus che «clinicamente non esiste più»? Secondo uno studio condotto all’Ospedale San Raffaele di Milano, in via di pubblicazione su una rivista scientifica, tra marzo e maggio la quantità di virus presente nei soggetti positivi si è ridotta notevolmente. «Abbiamo analizzato 200 nostri pazienti — sottolinea Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele e professore all’Università Vita-Salute, oltre che curatore del lavoro —, paragonando il carico virale presente nei campioni prelevati con il tampone. Ebbene i risultati sono straordinari: la capacità replicativa del virus a maggio è enormemente indebolita rispetto a quella che abbiamo avuto a marzo. E questo riguarda pazienti di tutte le età, inclusi gli over 65».

Una malattia diversa


Massimo Clementi
Massimo Clementi

Un cambiamento nel carico virale non significa necessariamente che il patogeno abbia subito una mutazione, cosa di cui al momento non abbiamo prova. «Possiamo dire, in base ai risultati dell’indagine e a quello che vediamo in ospedale, che è cambiata la manifestazione clinica — precisa Clementi —, forse anche grazie alle condizioni ambientali più favorevoli. Ora assistiamo a una malattia diversa da quella che vedevamo nei pazienti a marzo-aprile. Lo scarto è abissale ed è un dato che riteniamo importantissimo. Confermato peraltro dalla pratica: non solo non abbiamo più nuovi ricoveri per Covid in terapia intensiva, ma nemmeno in semi-intensiva. Nelle ultime settimane sono arrivati pochi pazienti e tutti con sintomi lievi». Come si fa a stabilire la quantità di virus presente in un soggetto? «È possibile farlo grazie a diverse tecniche quantitative, che ho sviluppato in passato anche per l’Aids. Si tratta di sistemi messi a punto in virologia che consentono di misurare gli acidi nucleici, in questo caso l’Rna di Sars-CoV-2, ovvero le copie del virus rilevabili nel rino-faringe del paziente. Rispetto alle indagini sull’Aids, il campione biologico ottenuto da tampone può essere meno preciso rispetto al campione di sangue (perché c’è il rischio di errore umano), ma nel nostro studio di tamponi ne abbiamo analizzati 200 e il risultato è stato univoco: uno scarto estremamente rilevante tra il carico virale dei pazienti ricoverati a marzo e quelli di maggio. In gergo tecnico, parliamo di una differenza di significatività a quattro zeri. Visibile anche a colpo d’occhio: i primi campioni esaminati sono tutti raggruppati nella parte più alta del grafico, mentre quelli recenti occupano la parte bassa».

Tumore del polmone: così si può guadagnare tempo e puntare alla guarigione contro il «big killer»

Quello al polmone è, ancora oggi, il tumore più letale in Italia. Facilissimo da prevenire: basterebbe non fumare, visto che il 90% dei casi è dovuto al tabacco. Molto difficile da individuare in fase precoce, quando sarebbe più semplice da curare e le probabilità di guarire sarebbero maggiori: più dell’80 per cento dei pazienti arriva alla diagnosi troppo tardi perché la neoplasia non dà segni evidenti della sua presenza fino a quando non è ormai in stadio avanzato. Ma negli ultimi anni la ricerca scientifica ha fatto importanti progressi, come confermano alcune novità esposte durante il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), che si chiude oggi. In particolare uno studio presentato durante la sessione plenaria del convegno, quella riservata alle ricerche più rilevanti, pone le basi per un cambiamento della terapia fino ad oggi considerata standard nelle fasi iniziali di malattia.

Un cambio di paradigma per i malati candidati a guarire

Gli esiti dello studio di fase tre ADAURA sono considerati molto promettenti perché mostrano un risultato senza precedenti come terapia adiuvante (cioè post-operazione) in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule ai primi stadi (IB-IIIA) positivi alla mutazione di EGFR: il medicinale osimertinib somministrato dopo l’intervento chirurgico radicale ha ridotto il rischio di recidiva o morte dell’83% e, a due anni dall’inizio del trattamento, l’89% dei pazienti trattati con osimertinib è vivo e libero da malattia contro il 53% di quelli trattati con placebo. «Questo medicinale è già la terapia standard per i malati con carcinoma polmonare non a piccole cellule EGFR-mutato in stadio avanzato: i risultati ottenuti nello studio ADAURA fanno propendere in modo considerevole verso l’uso della molecola anche alle prime fasi di malattia» commenta il vice presidente di Asco, Richard L. Schilsky. «Una riduzione del rischio di recidiva o morte pari all’80%, in malati in stadio precoce (quindi potenzialmente guaribili in modo definitivo) è sicuramente un dato senza precedenti e che porterà a un cambio della pratica clinica — conferma Filippo de Marinis, direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e principal investigator dello studio per l’Italia —. Si tratta di risultati che vedranno inevitabilmente l’affermarsi delle terapie target e, in particolar modo dell’inibitore di EGFR osimertinib, come cura standard per questo gruppo di malati».