Archive for May 26, 2020

Coronavirus, problemi respiratori cronici per il 30% dei guariti

Dopo l’infezione da Covid-19 i polmoni sono a rischio per almeno 6 mesi ed il 30% dei guariti avrà problemi respiratori cronici. È il nuovo preoccupante scenario che arriva dal meeting della Società Italiana di Pneumologia. Gli esiti fibrotici, cioè la cicatrice lasciata sul polmone dalla malattia di Covid-19, possono comportare un danno respiratorio irreversibile e costituiranno una nuova emergenza sanitaria per cui bisognerà rinforzare le Pneumologie. Le conseguenze a lungo termine sono un rischio soprattutto per chi ha trascorso un lungo periodo in terapia intensiva. Quando l’infezione è superata, il ritorno alla vita «pre Covid» può essere un percorso tortuoso e non sempre scontato. Le conseguenze legate al prolungato allettamento, le patologie pregresse di cui spesso i pazienti che si sono aggravati soffrono rendono la riabilitazione motoria e respiratoria indispensabile.

Difficoltà comuni

I pazienti più debilitati sono quelli che hanno trascorso più tempo in terapia intensiva, ma anche chi è rimasto ricoverato almeno due settimane nei reparti di malattie infettive o pneumologia ha quasi sempre bisogno di un periodo di riabilitazione. Intensità e durata della fisioterapia, in particolare respiratoria, dipendono dall’età e, in linea generale, da quanto è durato il ricovero. «Quello che ci preoccupa – aggiunge Marta Lazzeri, presidente dell’Associazione Riabilitatori dell’Insufficienza Respiratoria (ARIR) e fisioterapista all’ospedale Niguarda di Milano – sono le conseguenze a lungo termine per i pazienti più gravi, che hanno subito una polmonite importante, perché temiamo ci possa essere un’evoluzione in fibrosi polmonare, con cicatrici permanenti ai polmoni. Questa malattia ha ancora moltissime incognite. Chi è stato gravemente malato tornerà a una normale attività fisica? Recupererà l’attività lavorativa? La qualità della vita sarà influenzata a lungo o per sempre dalla malattia?». I pazienti più gravi reduci dal Covid-19 sono spesso debilitati, hanno difficoltà nei movimenti, faticano a respirare e devono imparare di nuovo queste abilità. La malattia mette infatti a dura prova la muscolatura respiratoria che diventa meno efficiente. «Dopo le dimissioni questi pazienti raccontano di sentirsi spesso stanchi, di faticare anche solo a farsi la barba o una doccia», racconta Marta Lazzeri».

Sul Corriere Salute: i guariti. Lo stigma e gli ostacoli, fisici e psichici

Pubblichiamo in anteprima una parte di un articolo del nuovo «Corriere Salute». Potete leggere il testo integrale sul numero in edicola gratis giovedì 28 maggio oppure in Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera».

La malattia è superata, il paziente sta bene, tutti possono tirare un sospiro di sollievo. Di solito è così, ma talvolta c’è un’ombra a oscurare la felicità di chi è guarito dal Covid: lo stigma legato proprio alla patologia, quella strana aura di sospetto che circonda chi è stato malato e finisce per condizionare i suoi rapporti con gli altri. Non c’è niente di razionale in questo atteggiamento, anzi: chi ha affrontato e superato il virus è una persona più «sicura», a quarantena finita, ha presumibilmente sviluppato le sue difese e presumibilmente non contagia più. Eppure può capitare che venga guardato con sospetto «perché non si sa mai». Una situazione psicologicamente pesante, che si traduce in un percorso a ostacoli per tornare alla vita normale.
Non è certo la prima volta che si ha a che fare con quella sorta di lettera scarlatta della malattia, tanto che l’Oms e l’Istituto superiore di sanità (www.iss.it) hanno già fatto circolare le regole per contenere il fenomeno che potrebbe creare parecchi problemi a chi già è uscito da un’esperienza difficile e che ora rischia di dover subire anche le paure irrazionali di colleghi e vicini di casa.

Timori irrazionali

«Da sempre in situazioni simili si attivano timori ancestrali, di protezione di sé e del proprio nucleo ristretto. Si tratta di processi psicosociali atavici, come la ricerca del capro espiatorio e la caccia all’untore, che si mantengono anche in contesti contemporanei» riflette Valentina Di Mattei, psicologa clinica dell’Ospedale San Raffaele e professore associato dell’Università Vita Salute San Raffaele di Milano. «Le condizioni maggiormente a rischio di stigmatizzazione sono proprio le malattie contagiose (soprattutto se la colpa dell’infezione può essere ricondotta a un comportamento dell’individuo) ma non solo, spesso lo diventano anche le patologie terminali e degenerative o associate a evidenti sintomi fisici. Nel caso della pandemia attuale, la fonte primaria di stigma è rappresentata dall’elevato grado di contagiosità e dal numero di morti legate a questo virus».

Iniziare a fare attività fisica a ottant’anni è una buona idea o espone a troppi rischi?

Sono quasi ottantenne e godo di un discreto stato di salute, anche se ho fatto una vita sostanzialmente sedentaria. Ora però mi sono accorto che il mio corpo comincia a indebolirsi e avverto il bisogno di intraprendere qualche tipo di attività fisica che mi consenta anche di migliorare il tono muscolare. Quale genere di sport sarebbe consigliabile praticare alla mia età? E con quali precauzioni?

Risponde Gianfranco Beltrami docente di Scienze motorie all’Università di Parma e vice presidente Federazione italiana medico sportiva

Il vero alimento «miracoloso» è facile da trovare (e mangiare): sono le fibre

Sono le malattie non trasmissibili la vera sfida da vincere perché soprattutto di queste si muore, oggi: oltre il 90 per cento dei decessi, in Italia e nel resto del mondo, dipende da patologie cardiovascolari e respiratorie, tumori, diabete e simili. Ridurne l’impatto è da anni nell’agenda dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e le scelte a tavola potrebbero aiutare moltissimo: secondo uno studio pubblicato su The Lancet, basterebbe aumentare l’introito di fibre e cereali integrali per tagliare la mortalità da malattie non trasmissibili fino al 30 per cento. Così verrebbe centrato l’obiettivo per il 2030 dell’Oms, che punta a ridurre di un terzo l’impatto di queste patologie e ha commissionato la ricerca proprio per capire quali raccomandazioni alimentari diffondere.


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Mangiare fibre è un antistress naturale

Gli acidi grassi «buoni»


Analizzate duecentocinquanta indagini

Gli autori hanno analizzato i dati di 250 indagini precedenti, condotte nell’arco degli ultimi quarant’anni su un totale di oltre 135 milioni di partecipanti dei quali sono stati valutati i consumi alimentari e il rischio di andare incontro a infarti, ictus, diabete di tipo 2 e tumori, fra cui alcuni tipicamente correlati all’obesità come quelli a seno e prostata.Sotto la lente soprattutto le fibre alimentari e i cereali integrali, che pochi mangiano a sufficienza. Secondo le stime infatti la maggioranza della popolazione mondiale non arriva a 20 grammi quotidiani, mentre moltissime raccomandazioni (comprese quelle della Società Italiana di Nutrizione Umana) consigliano di introdurre 30 grammi di fibre alimentari ogni giorno, che si raggiungono con le classiche cinque porzioni di frutta e verdura più due di pasta, pane, riso o altri cereali integrali.