Archive for May 24, 2020

Psicoterapia, ora la seduta si può fare attraverso una videochiamata

L’epidemia di Covid-19 non solo ha già trasformato le nostre abitudini quotidiane, ma potrebbe anche cambiare il modo con cui ci prendiamo cura della nostra mente. Le associazioni scientifiche internazionali che riuniscono gli psicoterapeuti, infatti, stanno valutando la possibilità di validare forme di terapia a distanza per adeguarsi alle regole anti contagio e venire incontro alle richieste dei pazienti. Ma se fino a ieri, anche in presenza di situazioni di emergenza, le «sedute» via Skype o attraverso videotelefonate erano soggette a critiche, soprattutto negli ambienti più ortodossi ora sembra che ci sia una maggiore apertura. Che cosa ha fatto cambiare idea? «Le società analitiche, come tutte le organizzazioni che hanno una lunga tradizione alle spalle, tendono a essere conservatrici» precisa Valentina Di Mattei, psicologa clinica dell’Ospedale San Raffaele di Milano e professore associato dell’Università Vita Salute San Raffaele. «Le terapie online scardinano proprio uno dei pilastri su cui si fonda questa tradizione: il setting, la “cornice” in cui si svolge la terapia. Nella forma tradizionale è dato dall’ambiente fisico (neutro, silenzioso, riservato), dalle regole del “contratto” che lega terapeuta e paziente (il giorno e l’orario delle sedute, la durata degli incontri) e da quelle che definiscono la loro relazione (assenza di contatti al di fuori dalle sedute e nessun contatto fisico). Secondo la tradizione analitica questa cornice è uno degli elementi che rende la terapia efficace. Sono comprensibili le cautele, ma ci si sta muovendo per produrre nuove regole e nuovi setting online».

Che differenza c’è tra parlarsi (e vedersi) al telefono ed essere uno di fronte all’altro?
«Senza dubbio si perdono alcuni aspetti della comunicazione non verbale e ci si deve attenere prevalentemente alla mimica facciale. La presenza fisica è più informativa circa lo stato del paziente, più intima e carica emotivamente. Molti terapeuti che iniziano a usare questi mezzi evidenziano in questi giorni una fatica diversa a fine seduta, si sentono maggiormente stanchi. Una prima ipotesi è legata al fatto che non potendo contare sui canali informativi e di comunicazione standard siano più concentrati nel cogliere informazioni utili nelle parole. Senza contare la fatica aggiuntiva dell’essere a loro volta in una situazione sociale stressante».

Fine vita o cure mediche: va rispettato e gestito anche il diritto di sapere (oppure di non sapere)

Deve essere «promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico, che si basa sul consenso informato». Quest’ultimo non è un atto formale che si risolve con la firma posta frettolosamente su un modulo spesso astruso: prima di autorizzare un trattamento sanitario, infatti, ogni persona ha diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di ricevere informazioni complete, aggiornate e comprensibili su diagnosi, prognosi, benefici e rischi di esami diagnostici e cure proposte, possibili alternative e conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento. A questo scopo la legge 219 che prevede, oltre alle Disposizioni anticipate di trattamento (si veda articolo a sinistra), uno strumento in più, proprio nell’ambito della relazione tra medico e paziente, per i malati che vogliono esprimere le loro volontà per il futuro: la «pianificazione condivisa delle cure», ovvero la possibilità per una persona che soffre di una patologia cronica invalidante, oppure di una malattia grave che avrà un esito infausto, di pianificare le proprie cure, in base all’evolversi della patologia, insieme al medico e all’equipe sanitaria, che sono tenuti a rispettare le sue disposizioni e a riportarle in cartella clinica e nel Fascicolo sanitario elettronico.

Il percorso

«Alla base della pianificazione delle cure c’è un percorso di comunicazione con la persona malata, che ha il bisogno e il diritto di essere informata» spiega la responsabile dell’unità operativa complessa «Rete cure palliative» dell’Ausl di Bologna, Danila Valenti, membro del consiglio direttivo dell’Associazione europea di cure palliative. «Il paziente va reso consapevole gradualmente della situazione, che deve elaborare e metabolizzare coi suoi tempi per poterla accettare, gli vanno date le informazioni che vuole avere, con delicatezza e rispetto, e va accompagnato in questo percorso di consapevolezza, in modo che possa decidere autonomamente cosa è meglio per sé, senza mai sentirsi abbandonato» sottolinea Valenti. «Il tempo va trovato poiché è “tempo di cura”, come stabilisce la legge, che sottolinea anche l’importanza di un’adeguata formazione del personale in materia di relazione e comunicazione». In base all’evolversi della malattia, la pianificazione delle cure può essere aggiornata se lo richiede il paziente o su suggerimento del medico.

Il lockdown e gli adolescenti «Faticoso ma non insopportabile»

Tra gli adolescenti la preoccupazione per il virus continua ad esserci e resta altissima l’adesione alle misure di prevenzione. L’esperienza del lockdown è stata pesante, ma non insopportabile, anche grazie alla scuola online che ha in qualche modo proficuamente «riempito» – sia pure con qualche «effetto collaterale» – le giornate dei ragazzi. Questo è il quadro che emerge dalla nuova indagine online realizzata dalla associazione Laboratorio Adolescenza e dall’Istituto di ricerca IARD, su un campione di 1.500 adolescenti (fascia d’età 12-20 anni), tra il 4 ed il 18 maggio scorsi. «I risultati della prima indagine effettuata in pieno lockdown (qui l’articolo) – commenta Carlo Buzzi, direttore scientifico dell’area ricerca di Laboratorio Adolescenza e membro del Comitato Scientifico dell’Istituto IARD che ha coordinato il lavoro – ci avevano restituito l’immagine di un’adolescenza matura e responsabile, in grado di sopportare un evento improvviso e drammatico con una stabilità emotiva a volte superiore a quella degli adulti. Registrare che a distanza di quasi due mesi la preoccupazione nei confronti del virus rimane massiccia pur senza isterismi, e che aumenta in modo sensibile l’uso dei supporti e l’adozione dei comportamenti di prevenzione, segna un alto livello di responsabilizzazione delle nuove generazioni. Un segnale di maturità che, ammettiamolo, ci sorprende e che non trova probabilmente un riscontro della stessa entità tra i post-adolescenti e i giovani adulti in genere».

Al Sud, più attenti a rispettare le norme di sicurezza

Interessante osservare che i più attenti a rispettare sempre le norme di sicurezza sono stati i giovani del Sud (81,2%), anche se in quest’area l’epidemia ha avuto una diffusione decisamente minore. Venendo agli altri dati dell’indagine appena conclusa, il 60% del campione si è diviso pressoché a metà tra chi ha trovato il lockdown «faticoso» e chi lo ha trovato «poco piacevole, ma sopportabile». Soltanto il 13% lo ha definito «insopportabile», mentre il 15% ha affermato di essersi adattato bene e il 10% ha dato un giudizio addirittura positivo: «non mi è dispiaciuto». Il livello di sopportazione è stato leggermente maggiore tra i maschi rispetto alle femmine. Riguardo il primo desiderio da esaudire appena «liberi», la maggioranza schiacciante (64,3%) ha espresso quello di rivedere gli amici. A grande distanza (13,1%) «rivedere il proprio ragazzo o la propria ragazza» (più le femmine che i maschi) e «fare sport» (8,7% – più i maschi che le femmine). Solo il 2,7% ha espresso il desiderio di «fare shopping» e, percentuale analoga, di andare dal parrucchiere (più i maschi che le femmine). Con l’aumentare dell’età (over 20) hanno comprensibilmente perso terreno gli amici a favore del «partner».