Archive for May 20, 2020

Coronavirus, quali saranno le conseguenze a lungo termine nei pazienti gravi?

Il doppio tampone negativo sancisce la fine virologica della malattia: non si è più contagiosi. Ma per molti, soprattutto per chi ha trascorso un lungo periodo in terapia intensiva inizia un secondo percorso di recupero delle abilità perse durante la malattia. Se è vero che ormai l’infezione è superata, il ritorno a una vita «pre Covid» può essere tortuoso e non sempre scontato. Le conseguenze legate al prolungato allettamento, le patologie pregresse di cui spesso questi pazienti soffrono rendono la riabilitazione motoria e respiratoria indispensabile. I pazienti più gravi reduci dal Covid-19 sono spesso debilitati, hanno difficoltà nei movimenti, faticano a respirare e devono imparare di nuovo queste abilità. La malattia mette infatti a dura prova la muscolatura respiratoria che diventa meno efficiente. «Dopo le dimissioni questi pazienti raccontano di sentirsi spesso stanchi, di faticare anche solo a farsi la barba o una doccia» racconta Marta Lazzeri, presidente dell’Associazione Riabilitatori dell’Insufficienza Respiratoria (ARIR)». E i problemi potrebbero non fermarsi qui. Secondo uno studio pubblicato su Lancet Psychiatry lunghi periodi trascorsi in terapia intensiva possono aumentare il rischio di delirio, agitazione e confusione e conseguenti problemi di salute mentale, anche se non è chiaro, conclude lo studio se l’attuale pandemia potrà influenzare a lungo termine la salute mentale dei pazienti più gravi.

Si tornerà a una vita normale?

Agli aspetti fisici si aggiungono poi quelli più emotivi come disorientamento e la perdita di gusto e olfatto che possono perdurare. I pazienti più debilitati sono quelli che hanno trascorso più tempo in terapia intensiva, ma anche chi ha è rimasto ricoverato almeno due settimane nei reparti di malattie infettive o pneumologia ha quasi sempre bisogno di un periodo di riabilitazione. Intensità e durata della fisioterapia, in particolare respiratoria, dipendono dall’età e, in linea generale, da quanto è durato il ricovero. «Quello che ci preoccupa – aggiunge Marta Lazzeri, che è anche fisioterapista all’ospedale Niguarda di Milano – sono le conseguenze a lungo termine per i pazienti più gravi, che hanno subito una polmonite importante, perché temiamo ci possa essere un’evoluzione in fibrosi polmonare, con cicatrici permanenti ai polmoni. Questa malattia ha ancora moltissime incognite. Chi è stato gravemente malato tornerà a una normale attività fisica? Recupererà l’attività lavorativa? La qualità della vita sarà influenzata a lungo o per sempre dalla malattia?».

Coronavirus, i guariti che rimangono positivi non contagiano più

Un’importante novità sembrerebbe venire da un comunicato uscito lunedì da parte dei Centri coreani per il controllo e la prevenzione delle malattie (KCDC) che sostiene che i pazienti ancora positivi dopo la guarigione clinica non sono in realtà contagiosi.

Positivi per settimane dopo la guarigione

Lo riporta il sito Bloomberg citando fonti della Corea del Sud. Se confermata, sarebbe una buona notizia per tutti coloro che ci mettono settimane a “negativizzarsi”. Capita anche a moltissimi in Italia: persone guarite e senza sintomi che risultano ancora positive al tampone. Attualmente devono rimanere in isolamento, perché per essere ufficialmente dichiarati “guariti” e quindi liberi di tornare in comunità, servono due tamponi negativi di seguito a distanza di 24 ore l’uno dall’altro (o di una settimana). Se i risultati di questa indagine coreana venissero confermati, chi è guarito perlomeno non dovrà più preoccuparsi di mettere a rischio contagio chi gli sta vicino.

Una survey promossa nell’ambito del progetto «La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere» indaga sul vissuto dei pazienti oncologici e onco-ematologici in tempi di Covid-19 e lockdown. I malati di tumore temono di dover rinunciare a controlli ed esami, si sentono più esposto al rischio di contagio, di non ricevere adeguate protezioni all’interno delle strutture sanitarie. E, oltre alle preoccupazioni vissute da tutti in questa emergenza, provano incertezze più grandi sul proprio futuro, legate soprattutto ai possibili ritardi nelle terapie anticancro e alla complessa situazione economica e lavorativa.«L’idea di promuovere questa ricerca è nata grazie ai tanti pazienti che si sono rivolti a noi durante la prima fase drammatica della pandemia virale, preoccupati e disorientati – dice Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna onlus e Salute Uomo onlus e coordinatrice del progetto –. Paradossalmente i pazienti del nord Italia, maggiormente colpito dal virus, hanno affermato di aver ricevuto più servizi rispetto a quelli del Meridione, dove invece l’epidemia ha colpito molto meno. La criticità più evidente è la mancanza di referenti in grado di gestire dentro i centri di cura oncologici il percorso e l’ascolto dei pazienti. L’indagine vuole aiutare i decisori politici, attraverso l’analisi dei dati raccolti e la definizione di alcuni punti chiave, a elaborare precise raccomandazioni indispensabili per non penalizzare la qualità di vita durante la fase 2 di convivenza con il Coronavirus e migliorare, sulla base dei bisogni, la presa in carico della cronicità».

Visite ed esami posticipati generano ansia

Il sondaggio ha coinvolto 774 pazienti su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo di far emergere il punto di vista, l’esperienza e le esigenze dei pazienti con neoplasie solide o del sangue durante la fase 1 dell’epidemia, in vista di un percorso di tutela concreto e agevole dopo la fase più acuta dell’emergenza. A livello nazionale un terzo dei pazienti ha lamentato la sospensione di esami e visite di controllo, ma solo un tre per cento riferisce lo stop delle cure. «Nessuno ha sospeso gli esami e i controlli ma semplicemente tutte le strutture italiane di oncologia hanno riorganizzato in base a delle priorità la disponibilità verso gli ospedali – spiega Filippo de Braud, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano –. Noi, come oncologi, abbiamo comunicato che tutto quello che non era urgente e poteva essere posticipato, rappresentava una strategia protettiva nei confronti dei nostri malati per ridurre i rischi di contagio e abbiamo fatto il possibile per tenere gli ospedali meno affollati e dovremo continuare a farlo ancora per parecchi mesi. Nel momento acuto abbiamo interrotto temporaneamente e rimandato tutte le prestazioni non urgenti. Ma garantiamo a tutti i malati che queste prestazioni verranno fatte». «Nella fase di emergenza ci sono state numerose difficoltà e criticità nel riorganizzare e garantire i percorsi ai quali erano abituati i pazienti – aggiunge Giorgina Specchia, Professore Ordinario di Ematologia Università degli Studi Aldo Moro di Bari –. Le emergenze assistenziali hanno richiesto in modo repentino una notevole quantità di risorse umane e strumentali per far fronte alla presa in carico dei pazienti sintomatici con infezione da Covid-19. Non è stato semplice per le direzioni degli ospedali organizzare e sostenere il carico assistenziale con i percorsi in sicurezza (cioè non a rischio di contagio per tutti gli altri malati) compresi quelli onco-ematologici. In questa situazione molti pazienti, per lo più anziani e privi di supporto famigliare, si sono sentiti trascurati o abbandonati».

Sul Corriere Salute: autoimmunità, un problema più spesso femminile

Pubblichiamo in anteprima una parte di un articolo del nuovo «Corriere Salute». Potete leggere il testo integrale sul numero in edicola gratis giovedì 21 maggio oppure in Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera».

Più forti, ma anche più fragili. Le donne non sono uguali agli uomini quando si tratta di difendersi dalle infezioni: hanno infatti un sistema immunitario super-efficiente e sono in grado di tenere testa molto meglio agli «intrusi» pericolosi. Difese così agguerrite, però, se vanno fuori controllo possono diventare un problema serio: così le donne hanno anche un maggior rischio di ammalarsi di patologie autoimmuni, quelle in cui il sistema immunitario «impazzisce» e reagisce contro i tessuti dell’organismo. Un equilibrio delicato, spiegato nei dettagli nel libro Fortissime per natura (Piemme) appena pubblicato da Carlo Selmi, responsabile di Reumatologia e Immunologia Clinica dell’Irccs Istituto Humanitas di Rozzano (Milano) e docente di Humanitas University, che fin dal titolo fa intuire come l’esercito che ci difende dai germi abbia una marcia in più nel sesso femminile: una caratteristica che contribuisce a spiegare perché anche il nuovo Sars-CoV-2 sembri a oggi meno aggressivo nelle donne. «