Archive for May 18, 2020

Coronavirus: le mascherine riducono i contagi di oltre il 50 per cento

Le mascherine sono davvero efficaci nel ridurre la diffusione del virus. È un tema più volte affrontato, ma mai con la dovuta risolutezza da parte di alcune autorità scientifiche, perché mancavano studi di un certo peso, non tanto sull’efficacia delle mascherine (ci sono quelli che riguardano l’influenza, ad esempio), ma sulla loro “tenuta” rispetto allo specifico SARS-CoV-2. Alcune ricerche sono nel frattempo partite e proprio l’ultima in ordine di tempo sembra dare una salda conferma all’invito a non abbandonare le mascherine, specie nella fase di maggiore libertà di circolazione. Le mascherine infatti – dice un nuovo studio – riducono i contagi da coronavirus fino al 50%.

Criceti infettati dai flussi d’aria

L’esperimento è stato condotto presso l’Università di Hong Kong dal professor Yuen Kwok-yung su 52 criceti. Secondo quanto riferisce il South China Morning Post, gli animali sono stati divisi in due gruppi: sani e contagiati con il SARS-CoV-2. Tra le gabbie dei sani e degli infetti sono state posizionate come barriere delle mascherine chirurgiche e il flusso d’aria è stato diretto dagli animali malati verso i sani. Si è scoperto che i contagi si riducevano di oltre il 50% quando venivano utilizzate le mascherine: due terzi dei criceti sani a cui non era stata fornita la protezione sono stati infettati nel giro di una settimana. Il tasso di infezione è sceso a poco più del 16% quando le maschere chirurgiche sono state messe sulla gabbia degli animali infetti e di circa il 35% quando sono state collocate sulla gabbia con i criceti sani. Gli animali che sono stati infettati “con la protezione” avevano comunque meno virus all’interno del corpo rispetto a quelli infetti senza la barriere di mascherine.

Resistenza, fiducia, resilienza: le parole guida ai tempi del coronavirus

In un’epoca di diffuso garantismo e benessere, come quella attuale, si vive al riparo delle istituzioni, sanitarie e di sicurezza sociale. Rischia quindi di essere un po’ dimenticato il valore del coraggio e della resistenza psicologica. Caratteristiche che sono state poco considerate anche dagli psicologi, tranne quelli che si occupano della cosiddetta psicologia positiva, che invece di focalizzarsi sui disturbi e le difficoltà, come ansia, depressione e dolore di vivere, focalizza il suo interesse su emozioni come benessere e resistenza.

Questione di definizioni

Ai tempi del coronavirus, con qualità come coraggio e fiducia devono fare i conti intere generazioni che tutto sommato non hanno conosciuto eventi spaventosi. «Definirei il coraggio “prendere un rischio per cui valga la pena correrlo” dice Cynthia Pury, psicologa della Clemson University, intervistata da Corriere Salute. Esperta di paura e coraggio e autrice di un articolo sull’argomento pubblicato sul Consulting Psychology Journal – Practice and Researchassieme a Cooper Woodart del Groden Center. Cynthia Pury è anche Associate Editor del Journal of Positive Psychology. «È un comportamento che può essere messo in campo da chiunque, anche se ci sono differenze in ciò che le persone intendono con il termine “ne vale la pena”, ossia l’obiettivo dell’azione intrapresa. Se l’obiettivo è salvare una vita, rischiare la propria sembrerà giustificato sia di fronte a se stessi sia di fronte agli altri. Ma non tutti gli obiettivi sono all’altezza. Lo si è visto recentemente anche negli Usa, quando sono stati intervistati degli studenti universitari che affollavano le spiagge. Alcuni di loro affermavano di voler affrontare il rischio di esporsi al coronavirus pur di divertirsi. Un comportamento da disapprovare, mettendo a confronto un momento di divertimento con la probabilità di contrarre il virus. Un ragionamento simile si può fare confrontando i rischi di incorrere in un danno economico con la necessità di appiattire la curva dei contagi».

Le differenze tra immunoterapia e CAR-T contro i tumori: quali sono?

Qual è la differenza fra i vari tipi di immunoterapia? Oggi guardiamo tutti a queste nuove grandi speranze ma, almeno per quello che ho capito, non tutte le immunoterapie sono uguali e non tutte le immunoterapie funzionano per ogni tipo di neoplasia. Che differenza c’è, allora, fra i farmaci che hanno nomi che finiscono in «mab» e l’’immunoterapia in cui vengono prelevati i linfociti T del paziente e «ingegnerizzati» (se ho compreso bene, perché possano riconoscere ed eliminare le cellule tumorali) e poi iniettati di nuovo.

Risponde Giordano Beretta, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e responsabile dell’Oncologia Medica di Humanitas Gavazzeni Bergamo