Archive for May 15, 2020

Coronavirus e tamponi: molti falsi negativi nei giorni «più contagiosi»

In un articolo appena pubblicato sulla rivista scientifica Annals of Internal Medicine si vede come nei primi 3 giorni dopo l’esposizione a SARS-CoV-2, c’è un’alta probabilità che un test-tampone sia negativo. Peccato che il periodo pre-sintomatico, che in media dura 5 giorni, è anche quello cruciale: non solo perché gli asintomatici possono trasmettere la malattia, ma anche perché nei giorni immediatamente precedenti i sintomi, le persone sono molto contagiose.

Falsi negativi al 38%

Facendo una revisione di sette studi precedenti, gli autori, della Johns Hopkins School of Public Health, hanno scoperto che il tasso medio di falsi negativi era del 38% nel quinto giorno dall’infezione, quello dell’esordio dei sintomi, i falsi negativi diminuivano al 20% l’ottavo giorno e poi risalivano al 66% nel 21mo giorno. «I tamponi vengono sempre più utilizzati per “escludere” l’infezione – scrivono i ricercatori -. Quando gli operatori sanitari esposti risultano negativi, possono essere autorizzati a tornare al lavoro; allo stesso modo, quando i pazienti esposti risultano negativi, possono essere tolte le precauzioni. È fondamentale comprendere in che modo il valore predittivo del test varia con il tempo, per non essere falsamente rassicurati dai risultati negativi dei test effettuati nelle prime fasi dell’infezione».

I fumatori sono protetti da Covid-19 o più a rischio? Cosa dice la scienza

È stato detto molto, negli ultimi giorni, sul legame tra tabacco e infezione da SARS-CoV-2. Mentre la maggior parte dei medici ripeteva, dati alla mano, che i polmoni dei tabagisti sono già «indeboliti» dalle sigarette e quindi più sensibili a contrarre il virus e a svilupparlo in forme gravi, alcuni ricercatori hanno sostenuto l’ipotesi contraria. Ovvero che, attraverso complicati meccanismi chimici, assumere nicotina, tramite sigarette tradizionali o elettroniche, garantirebbe persino protezione contro Covid-19. Per fare chiarezza abbiamo chiesto l’aiuto di Roberto Boffi, responsabile della Pneumologia e del Centro Antifumo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

Quanto sono numerosi, fra i malati di Covid, i fumatori?
«È troppo presto per avere statistiche affidabili — risponde Boffi —. Ma da una prima analisi sistematica, che colleghi australiani hanno condotto su un totale di 1.027 pazienti positivi a Covid-19, è risultato non esserci alcuna differenza nel rischio di ricovero in ospedale tra fumatori ed ex-fumatori rispetto a chi non ha mai fumato». Già in una nota del 24 marzo l’Organizzazione mondiale della sanità spiegava a grandi linee le ragioni per cui il fumo non può proteggere contro Covid-19. Tra le varie motivazioni ci sono quelle igieniche (ovvero: «l’atto del fumo implica che le dita e sigarette magari contaminate siano a contatto con le labbra, aumentando la possibilità di trasmissione del virus dalla mano alla bocca»), oltre al ben noto fatto che il tabacco comporta «una ridotta capacità polmonare che aumenterebbe notevolmente il rischio di malattie gravi».

Quali segni lascerà la quarantena sulla mente dei bambini?

Irritabilità, ansia, calo del tono dell’umore, paura del futuro, depressione. Sono i segni rilevati su un campione di oltre duemila studenti della scuola primaria nella regione dell’Hubei, Cina. L’indagine, condotta dagli specialisti del Tongji Medical College dell’Università di Huazhong e pubblicata sulla rivista Jama Pediatrics, si è concentrata su bambini delle zone più colpite dall’epidemia da Covid-19, che hanno vissuto mesi a casa in isolamento. Il risultato non è inatteso: la mancanza della scuola, dei compagni e delle normali attività influenza il benessere mentale . «Probabilmente anche da noi si potrebbero riscontrare risultati simili dopo le settimane di quarantena» avverte Fabio Celi, psicologo clinico, psicoterapeuta e docente di Psicologia clinica all’Università di Pisa. «La situazione che stiamo vivendo è inedita e i provvedimenti che sono stati adottati necessari, ma è possibile che la mancanza di movimento e della socialità con i coetanei lasci il segno, soprattutto nei più fragili».

Chi ne risente di più?
«Oltre ai bambini con problemi della sfera emozionale messi in luce della ricerca del Tongji Medical College, credo soffriranno anche quelli con un temperamento esternalizzante, che hanno estremo bisogno di movimento e di vita all’aria aperta. Sono per esempio i piccoli iperattivi che presentano un deficit di attenzione (Adhd) o con atteggiamento oppositivo provocatorio (Dop) e che quindi tendono a manifestare il disturbo attraverso la vita esterna. I piccoli con temperamento internalizzante, che manifestano il disagio attraverso pensieri cupi con sintomi ansioso-depressivi, in questa fase mostrano la sofferenza in modo diverso e talvolta meno evidente. Non si deve dimenticare che questi disturbi si presentano con tante sfumature e comorbidità: non è raro vedere nello stesso bambino l’alternanza di periodi in cui prevale l’uno o l’altro aspetto».

Il coronavirus come l’Hiv potrebbe non sparire mai. Ma quali sono le differenze?

Nella storia ci sono virus che hanno fatto la loro comparsa per poi sparire (per esempio la Sars che colpì il mondo nel 2003). Altri invece non se ne sono andati mai via. A che categoria appartiene Sars-CoV 2? È ancora presto per saperlo. «Bisogna mettere sul tavolo tutte le ipotesi. Potrebbe diventare endemico, potrebbe non andarsene mai, come l’Hiv, che però non fa più paura perché abbiamo delle terapie che offrono alle persone una vita lunga e sana» ha commentato Mike Ryan, capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità. Che ha precisato: «Non comparo le due malattie, ma bisogna essere realistici. Nessuno può predirlo». La similitudine evocata dall’Oms fra Sars-Cov 2 (che causa Covid-19) e Hiv (che causa l’Aids) è relativa soprattutto ad alcuni aspetti che riguardano la possibilità di controllare la malattia eventualmente per mezzo di farmaci, come avvenuto per l’Hiv, anche in assenza di un vaccino. L’Aids, malattia a trasmissione sessuale (e non per via respiratoria come Covid-19) , negli anni Ottanta era una condanna a morte. Oggi, grazie alla ricerca di antiretrovirali la malattia è cronicizzata. Di Aids non si muore più.

I tempi della comparsa dei virus

Le due vicende, l’attuale pandemia e la diffusione del virus hanno per la verità caratteristiche per molti versi assai diverse. Vale forse la pena riassumere brevemente le principali tappe della storia dell’Aids-Hiv. L’Hiv, per cominciare sarà identificato dopo diverso tempo aver visto le sue conseguenze e non si insinuò nel mondo, coinvolgendo tutta la popolazione, come uno tsunami, come sta accadendo con Sars-CoV-2 . La vicenda dell’Aids storicamente prese l’avvio nel 1980 (anche se già alla fine degli anni Settanta furono segnalati casi isolati) dall’osservazione di un medico californiano, che notò diversi casi di una polmonite, in genere rara, causata da un protozoo, lo Pneumocystis carinii, che tipicamente colpisce chi ha un sistema immunitario indebolito. I pazienti analizzati da Gottlieb avevano in comune livelli bassissimi di un particolare tipo di globuli banchi, i linfociti T. L’anno successivo i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc di Atlanta) a loro volta rilanciarono la segnalazione di un incremento senza apparenti spiegazioni di casi di polmonite da Pneumocystis carinii, prevalentemente in giovani omosessuali e poi di casi di sarcoma di Kaposi un tumore raro. A fronte di ciò si affermò il caso di avere a che fare con una nuova malattia.