Archive for May 13, 2020

Coronavirus, vaccino: che cosa succede se non si riesce a sviluppare (e qual è il Piano B)

Tutto il mondo scientifico, le società farmaceutiche, i governi sono impegnati a trovare nel più breve tempo possibile un vaccino efficace contro il coronavirus con investimenti miliardari. Ma c’è una seconda possibilità poco popolare, e cioè che nessun vaccino verrà mai sviluppato. Invece di far sparire il virus dalla faccia della terra con un’iniezione è molto concreta l’ipotesi che dovremo imparare a conviverci se non per sempre, per molto tempo. Oggi (anche per motivi economici) viene dato grande eco alle sperimentazioni in corso. Gli annunci su ogni piccolo passo in avanti per trovare un modo per immunizzare il mondo da Sars-Cov2 si susseguono giorno dopo giorno: al momento le sperimentazioni in corso sono 101. Molti esperti prendono seriamente in considerazione la possibilità che la soluzione potrebbe non arrivare. O più probabilmente arriverà, ma non in tempi così rapidi come ci si potrebbe aspettare. È già successo.

Le difficoltà

Diversamente da Hiv e malaria non subisce grandi mutazioni e questo resta il dettaglio che più fa sperare gli scienziati. Anthony Fauci, l’immunologo della task force della Casa Bianca ha parlato di 18 mesi. Altri scienziati sono più cauti perché in ballo ci sono sistemi biologici, non meccanici e molto dipende da come reagisce l’organismo. Nel processo produttivo la parte più difficile è dimostrare che il vaccino funziona ed è sicuro: non si può correre il rischio di inoculare qualcosa che invece di difendere l’organismo causa effetti collaterali. Le tecniche per produrre vaccini sono varie, hanno tempi differenti nelle varie fasi e di certo portare a termine la ricerca in un anno e mezzo sarebbe un’impresa mai raggiunta prima. «Ci sono un centinaio di progetti allo studio con varie tecniche, ognuna delle quali ha vantaggi e svantaggi. Non sappiamo se e quale candidato arriverà al risultato sperato – commenta Sergio Abrignani, immunologo e ordinario di Patologia Statale di Milano – . Nel mondo normale ci vogliono dai cinque ai dieci anni, con u na media di otto per arrivare in farmacia con un vaccino. Secondo la mia esperienza, pur con tutte le scorciatoie del caso, sarà difficile avere un vaccino prima di due anni se vogliamo essere certi di due cose fondamentali: che sia sicuro e induca una risposta immunitaria protettiva, possibilmente duratura. Quando sento parlare di un vaccino pronto per settembre per me è fantascienza, e vorrei tanto essere smentito». Per questo gli esperti suggeriscono ai governi di ragionare anche su un “piano B”: la lunga convivenza con il virus.

A Milano Ieo «Covid-safe»: tamponi gratuiti per personale e pazienti

Tamponi per tutto il personale e per i pazienti ricoverati: succede all’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano, dopo l’appello lanciato da un gruppo di scienziati a Governo e Regioni per impiegare laboratori e competenze per l’esecuzione dei test. L’appello era stato promosso dall’Imperial College di Londra, dalla rete degli Istituti di ricerca ricovero e cura (Irccs), compreso lo Ieo, e dai principali Istituti di ricerca biomedica italiani. Diagnosi, mappatura della diffusione del contagio e ricerca della possibile immunità: sono i pilastri indicati dagli scienziati per ridurre i rischi di contagio, in attesa di cure e vaccini.

Rischi minimi di infezione

Il Laboratorio di ricerca dello Ieo, che ha ottenuto il via libera dalla Regione Lombardia per processare i tamponi. Sono già in corso i test su pazienti e personale sanitario: l’obiettivo è garantire ai malati oncologici la continuazione delle cure in un ambiente a minimo rischio di infezione. Fondamentale il sostegno della «Fondazione europea Guido Venosta, l’uomo contro il cancro», presieduta da Giuseppe Caprotti, poi affiancata da Francesco Niutta e Nicolò Fontana Rava, che ha donato 400mila euro per coprire il fabbisogno di reagenti per l’esecuzione e l’analisi di una prima tranche di 10mila tamponi. La collaborazione tra Ieo e Fondazione Venosta si estende poi a un progetto di ricerca scientifica: insieme al Mount Sinai di New York e all’Università di Pavia, i ricercatori Ieo hanno messo a punto un test per la ricerca di anticorpi anti Sars-CoV-2, autorizzato dalla Food and drug administration (Fda) per uso interno e sottoposto alle autorità competenti italiane.

Operatori sanitari: 70% a rischio burnout nelle regioni più colpite

La preoccupazione è stata altissima, e non poteva essere diversamente. Ma il timore costante di essere esposti al contagio ha lasciato il segno a livello di stress psico fisico. I professionisti sanitari, a cui nell’ambito di una ricerca promossa dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è stato chiesto di condividere l’entità del rischio percepito, mostrano alti livelli di preoccupazione (circa 8 in una scala da 1 a 10) e di percezione del rischio di essere contagiati (4 in una scala da 1 a 5). «Il personale sanitario si è trovato a dover fronteggiare una situazione estremamente stressante e complessa, dai tratti imprevedibili, mettendo a serio rischio la propria salute non solo fisica, ma anche emotiva e psicologica» ricorda Serena Barello, ricercatore di EngageMinds HUB e responsabile dello studio. Quasi tutti i partecipanti all’indagine ( il 93%) ammettono di aver avvertito nell’ultimo mese almeno un sintomo di stress psico-fisico. In particolare, il 65% dei ha dichiarato di essere sentito più irritabile del normale, il 62% di avere avuto difficoltà nel sonno, poco meno del 50% di aver sofferto di incubi notturni, circa il 45% di aver avuto crisi di pianto e il 35% palpitazioni.

Esaurimento emotivo

Un operatore su tre ha sintomi di alto esaurimento emotivo (la sensazione di essere emotivamente svuotati, logorati ed esausti) e uno su quattro moderati livelli di depersonalizzazione (ovvero, la tendenza ad essere cinici, trattare gli altri in maniera impersonale o come “oggetti”, sentirsi indifferenti rispetto ai pazienti e ai loro familiari). Chi invece si è orientato verso l’engagement e la centralità dei pazienti e dei familiari riporta, in generale, livelli di stress e burnout inferiori. Una situazione simile a quella rilevata da uno studio cinese effettuato su operatori sanitari impegnati in reparti Covid durante l’epidemia del COVID-19 esplosa a Gennaio 2020 (Lai e colleghi, 2020). I risultati hanno mostrato su tutto il campione percentuali importanti di depressione (50%), ansia (44,6%), insonnia (34%) e stress psicologico (71,5%).

Fattori protettivi

La scelta di “mettere al centro” pazienti e familiari nel percorso di cura, in linea con altri studi precedenti (Epperson, 2016), sembra essere un fattore protettivo rispetto al rischio di sviluppare sintomatologie di stress ed esaurimento emotivo. Questo è quanto emerge dalla ricerca promossa dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano* – in collaborazione con la Società Italiana di Management e Leadership in Medicina (SIMM) e con il Segretariato Italiano Giovani Medici (S.I.G.M.) – nell’ambito del progetto “C.O.P.E.” (Covid19-related Outcomes of health Professionals during the Epidemic), nelle prime quattro settimane dell’emergenza sanitaria in Italia. «A leggere questi dati vi è l’impressione che l’impatto sul benessere dei professionisti della salute sarà importante con ripercussioni anche a lungo termine. Tuttavia, sensibilizzare gli operatori sanitari all’importanza dell’engagement dei pazienti e dei loro familiari può essere una strategia per mitigare questi rischi» ha dichiarato Guendalina Graffigna, direttore di EngageMinds HUB.

La ricerca

Lo studio ha coinvolto 1150 operatori sanitari – tra infermieri, medici e altri professionisti – , 575 medici che lavorano nelle regioni più colpite dall’emergenza Covid-19 (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte) hanno risposto a un questionario sul loro stato di salute, riportando la loro esperienza di sintomi psico-fisici (irritabilità, difficoltà ad addormentarsi la notte, tensioni muscolari…) e i loro livelli di burnout (una misura dello stress lavorativo associata anche a minor resa sul lavoro, affaticamento fisico e mentale, cattiva salute) e il loro orientamento all’engagement di pazienti e familiari.
«Il Servizio sanitario nazionale dovrebbe sviluppare strumenti di risk assessment psicologico-emozionale destinati agli operatori: un piano pratico per rafforzare la resilienza degli operatori della salute durante e dopo la pandemia», ha detto Andrea Silenzi, vicepresidente della Società Italiana di Leadership e Management in Medicina (SIMM). «Anche quando saremo nella cosiddetta fase di “convivenza” con il virus , professionisti sanitari dovrebbero ricevere adeguato supporto emotivo», ha aggiunto Claudia Marotta, presidente della Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM).

Sviluppiamo «pillole intelligenti» che miglioreranno la vita dei malati

«Di sicuro i sistemi intelligenti di somministrazione dei farmaci rappresentano una delle frontiere del futuro: credo che siano in grado di offrire a medici e pazienti strumenti oggi non comunemente disponibili, per migliorare la vita quotidiana dei malati stessi e rivoluzionare il modo in cui i farmaci vengono assunti». A parlare è il professor Robert Langer, uno tra i più quotati scienziati a livello internazionale nel settore delle biotecnologie: oltre mille brevetti e altrettanti articoli pubblicati su riviste scientifiche; 220 premi importanti ricevuti, tra cui il Queen Elizabeth Prize for Engineering, considerato il «Premio Nobel» dell’Ingegneria; più di 40 startup fondate; l’ingegnere più citato nella storia; Institute Professor del Mit (Massachusetts institute of technology di Boston, Stati Uniti), la più alta onorificenza assegnata dalla facoltà del MIT, solo per citare i riconoscimenti più importanti.

I campi di studio

La sua attività di ricerca è focalizzata sui farmaci a rilascio controllato oggi impiegati in diverse aree, per esempio per la cura dei tumori, della schizofrenia, della degenerazione maculare e anche dei disturbi cardiaci (inseriti negli stent coronarici). Solo sul fronte dei tumori si stima che 20 milioni di persone nel mondo abbiamo ricevuto trattamenti resi possibili dalle sue invenzioni. Impegnato in un tour europeo, il professor Langer ha accettato un’intervista sul futuro della ricerca in questo settore mentre si trovava in Italia ospite di un meeting organizzato da Stevanato Group (Padova) nell’ambito delle celebrazioni per i 70 anni di attività della società. Professor Langer perché si è concentrato sul settore del rilascio di farmaci? «All’inizio, avevo bisogno di risolvere un problema. Stavo cercando di isolare i primi inibitori dell’angiogenesi (il processo di formazione di nuovi vasi sanguigni che alimentano le forme tumorali, ndr). Ma non avevamo un test adatto per dosarli, perché ne sarebbe servito uno in grado di “funzionare” per nove settimane. Quindi, ho dovuto sviluppare un sistema di rilascio controllato che durasse così a lungo. Ed è per questo che ho iniziato a focalizzare la mia ricerca proprio sul rilascio controllato di farmaci».