Archive for October 30, 2015

Al polso o in tasca: i tecno-allenatori che ci spronano a vivere meglio






Una leggera, quasi impercettibile, vibrazione sul polso. Tanto basta per indurci a fare attenzione a un parametro o a una misurazione che fino a qualche tempo fa riguardava solo gli sportivi di professione. Ora invece i dispositivi indossabili (smartband o smartwatch), ma anche gli smartphone più avanzati, stanno conquistando un numero sempre maggiore di persone (sono 1,9 miliardi i telefoni cellulari “intelligenti” e 23 milioni gli strumenti da polso in circolazione) e le stanno gradualmente abituando a tenere conto di una serie di nuove variabili nella loro vita quotidiana.

I 10 mila passi

Ad esempio questi strumenti ci possono dire con una vibrazione se è necessario trascorrere almeno un minuto in piedi dopo essere stati troppo tempo seduti, oppure quanti passi si sono fatti nell’arco della giornata. Ed ecco che il traguardo dei 10 mila passi, consacrato come ottimale già dai podometri giapponesi negli anni 60, diventa appetibile anche per chi lo ha sempre ignorato. I piccoli schermi tengono traccia degli spostamenti e li rappresentano con una grafica chiara e impattante. Capita, così, a fine giornata di reagire al mancato completamento del cerchio colorato dell’Apple Watch relativo al tempo trascorso in movimento, facendo una fermata in meno con la metropolitana o evitando di prendere l’ascensore. O, al termine della settimana, di ripensare la propria routine se gli obiettivi non sono stati mai raggiunti o se il braccialetto “intelligente” – ad esempio Fitbit – non ha mai festeggiato con la vibrazione il traguardo dei 10 mila passi. Per sfruttare al meglio le potenzialità di questi strumenti, in grado di incrociare i dati di movimento con l’alimentazione, la qualità del sonno e persino l’attività sessuale, ci vogliono comunque la convinzione e la costanza del salutista. Ma la (buona) abitudine di combattere la sedentarietà sembra davvero a portata di mano. E di polso.

Una sana competizione aiuta a non stancarsi dei nuovi «giocattoli»

Un dato, per quanto accurato e reso comprensibile a chiunque, non è sufficiente per farci cambiare davvero abitudini. Ne sono convinti i ricercatori della Perelman School of Medicine, del Penn Medicine Center for Health Care Innovation e del LDI Center for Health Incentives and Behavioral Economics dell’Università della Pennsylvania, fra i primi a interrogarsi sull’impatto dei “wearable” sulle nostre vite. Secondo gli autori dello studio: «C’è una differenza sostanziale tra l’avere a portata di mano le informazioni e realizzare un vero cambiamento nelle proprie abitudini. E, per quanto la popolarità di questi dispositivi sia in aumento, non c’è evidenza del loro contributo nel colmare il gap tra le buone intenzioni e la realtà». Orologi e braccialetti intelligenti, continua l’analisi, possono essere un punto di partenza per un potenziale cambiamento nella gestione della nostra salute solo se vengono utilizzati nel contesto di una revisione dell’intero stile di vita. Questi strumenti per essere davvero utili dovrebbero poi raggiungere una porzione più vasta di popolazione che vada oltre i cosiddetti “early adopters”, gli affamati di tecnologia, che costituiscono ancora il 75% dei possessori di “indossabili”, e una popolazione più omogenea in termini di possibilità economiche ed età (chi ha meno di 35 anni è ancora il maggior utilizzatore). Servono inoltre garanzie maggiori sull’accuratezza dei dati rilevati, come la misurazione del battito cardiaco o la qualità del sonno. Altro fattore chiave è lo stimolo: confrontarsi con se stessi alla lunga non è sufficiente e più della metà degli acquirenti di questi oggetti li abbandona dopo pochi mesi. Bisognerebbe quindi promuovere sfide e occasioni di confronto collettivo. I ricercatori sottolineano infine come dover ricaricare l’ennesimo dispositivo possa diventare un deterrente: affidarsi anche solo agli smartphone e alle relative app, può essere più efficace.

Iperconnessi per stare meglio, non sarà un controsenso?

Se, da un parte, le tecnologie indossabili si propongono come potenziali alleate per la salvaguardia della nostra salute, dall’altra suscitano gli stessi interrogativi dei telefoni cellulari sui possibili effetti nocivi legati all’eccessivo contatto. A differenza dei telefonini, i dispositivi da polso sono per di più pensati per essere sempre aderenti al corpo, ma i rischi sono inferiori: come ha spiegato al New York Times Joseph Mercola, fra gli esperti più attenti all’impatto del “mobile” sulla nostra salute. «Le radiazioni – ha chiarito Mercola— arrivano dalla connessione 3G dei cellulari, quindi oggetti come Jawbone Up o Apple Watch non dovrebbero dare problemi». Il dispositivo di Cupertino sfrutta il Bluetooth e il wi-fi per condividere i dati con il telefonino e attivare le sue funzioni. Come sottolinea Mercola, nel caso in cui ci si orienti verso un modello con una Sim, sia essa 3G o 4G, integrata bisogna tenere conto del fatto che in sostanza si indossa un (piccolo) telefono cellulare. Senza dimenticare però che le ricerche sulla pericolosità di queste connessioni sono ancora discordanti. È anche vero che per fare breccia su una base consistente di utenti le prossime generazioni di smartwatch dovranno svincolarsi il più possibile dagli smartphone e, con la collaborazione degli operatori di telecomunicazioni, saranno quindi destinate a ospitare una Sim.

Lenti a contatto capaci di misurare il livello di glicemia

Se il presente in via di definizione è caratterizzato da orologi e braccialetti, in futuro l’interazione fra la nostra salute e la tecnologia sarà sempre più spinta. In cima alla lista di chi punta sul settore c’è Google, che con la controllata Calico si è posta addirittura l’obiettivo di combattere l’invecchiamento. Altro progetto di Mountain View, che da qualche mese fa capo alla controllata Alphabet,sono le lenti a contatto in grado di monitorare i livelli di glucosio nel sangue. Il colosso californiano ci sta lavorando con Novartis. I primi test sulle persone dovrebbero iniziare l’anno prossimo. A dimostrazione della validità dell’intuizione, anche Google ha brevettato il 13 ottobre lenti contatto che funzionano a energia solare e sono dotate ti di sensori in grado di raccogliere dati come la temperatura del corpo e il livello dell’alcool nel sangue, o percepire la presenza di allergeni nello spazio circostante.