Archive for October 29, 2015

Bisogna dare più voce a chi si occupa dei bambini nati nei Paesi poveri

Priorità di intervento sanitario

Durante il congresso 18 tra le più importanti Ong italiane (Coopi, Cuamm, Project For People, Emergency, Medici Senza Frontiere Francia, Fondazione Pro-Africa, Osservatorio Nazionale Specializzandi Pediatria (Onsp), Medicu Mundi, Institute Of Tropical Medicine, Karibu Africa Onlus, Comitato Collaborazione Medica, Progetto Sorriso Nel Mondo, Cesvi, Fondazione Veronesi, Patologi Oltre Frontiera, Amici Del Mondo – World Friends Onlus, Mangiagalli Life) hanno presentato progetti sul campo in altrettanti Paesi del mondo (Mali, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Mozambico, Tanzania, Uganda, Burundi, Togo, Burkina Faso, Sud Africa, Sud Sudan, Sierra Leone, Kenya, India, Bangladesh, Afghanistan, Pakistan, Ecuador). In conclusione, i neonatologi italiani impegnati nella cooperazione allo sviluppo chiedono al segretario generale delle Nazioni Unite di inserire le cure neonatali, comprensive e non solo essenziali, nelle priorità di intervento sanitario a livello ospedaliero nei Paesi in via di sviluppo.

Avis: donatori più attenti alla salute






Come mangiano gli italiani e come si comportano di fronte alle diete per la salute? Un interrogativo che ha segnato per 6 mesi l’Expo che sta per concludersi con risoluzioni che saranno prese a livello internazionale con la “Carta di Milano”. Nel frattempo, Avis, l’Organizzazione che riunisce un milione e 600.000 donatori di sangue, ha lavorato per sondare le abitudini degli italiani, distribuendo circa 17.000 questionari fra i suoi soci (e non) donatori, raccogliendone 16.000, dai quali si evince che le donne sono più attente degli uomini alla corretta alimentazione e agli stili di vita sani. È quanto emerge dalla ricerca “Avis per Expo: nutriamo la vita”, i cui risultati finali sono stati illustrati a Milano in un convegno in piazza Città di Lombardia.

Le risposte

Le risposte sono state raccolte da febbraio a settembre di quest’anno, con l’obiettivo di indagare sulle abitudini alimentari e sul grado di conoscenza dei cittadini su tematiche legate alla nutrizione. I maggiori sostenitori del mangiar sano sono stati i donatori di sangue (la maggioranza degli intervistati), i quali sono consapevoli di fare un grande gesto di solidarietà che allo stesso tempo li aiuta a prendersi cura della propria salute. «I donatori, uomini e donne di tutte le fasce d’età hanno dimostrato di conoscere meglio le giuste abitudini alimentari e di mantenere nella quotidianità scelte a favore del benessere fisico», hanno illustrato Andrea Poli e Franca Marangoni, direttore e ricercatrice di Nutrition Foundation of Italy (NFI) istituto che ha condotto lo studio.

Le donatrici

Ma un punto in più va alle donatrici perché prestano maggiore attenzione all’apporto calorico, con la tendenza a evitare cibi eccessivamente energetici (39% rispetto al 32% dei donatori maschi e al 36% delle non donatrici). Inoltre, dichiarano di avere un occhio di riguardo per il sale aggiunto ai cibi, cercando di utilizzare al suo posto le spezie (23% vs 12% degli uomini, donatori e non donatori) e affermano di consumare regolarmente frutta e verdura (52% rispetto al 48% degli uomini e al 40% dei non donatori di entrambi i sessi). I risultati sono positivi anche per la propensione a praticare attività fisica: i donatori hanno, infatti, affermato di camminare, correre e/o andare in bicicletta e lo fanno più frequentemente dei non donatori.

I benefici di una dieta più equilibrata e attenta

Donare per gli iscritti all’Avis significa avere a cuore la propria salute oltre che quella degli altri. Infatti «i donatori sono testimoni di salute – ha commentato il presidente di Avis nazionale, Vincenzo Saturni -. La nostra ricerca ha dimostrato che chi compie questo gesto di grande generosità conosce meglio le proprietà nutrizionali degli alimenti e conseguentemente adotta una dieta più equilibrata e attenta. A questo si aggiunge l’esercizio fisico, che purtroppo vede il nostro Paese tra i meno “attivi” d’Europa. Secondo uno studio condotto da Eurobarometer, infatti, l’Italia si colloca al quarto posto per sedentarietà nell’Unione Europea. Un triste primato che ci pone di fronte alla necessità di studiare nuove strategie d’intervento, in primis attraverso campagne informative sui rischi per la nostra salute. In tal senso, i risultati di questa ricerca rappresentano un patrimonio che AVIS e Nutrition Foundation of Italy vogliono mettere a disposizione di tutta la comunità scientifica e delle istituzioni per favorire l’individuazione di nuove politiche di prevenzione, pianificazione ed educazione».

Salute e lunga vita

Il sondaggio è anche la fotografia di un esercito attento alle sorti del Paese. «L’esito di tutto il progetto “AVIS per EXPO” – ha detto Domenico Giupponi, presidente di Avis regionale Lombardia – restituisce ai cittadini, donatori e non, una fotografia attenta e dettagliata dei loro comportamenti ed è prova che la promozione della donazione di sangue come atto volontario e responsabile produce benefici che vanno al di là dell’ambito delle trasfusioni, coinvolgendo la difesa della salute come un’attitudine individuale e collettiva. È stata, inoltre, una grande opportunità per far conoscere all’esterno l’impegno della nostra Associazione non solo nella sensibilizzazione alla solidarietà, ma anche nella diffusione di buone prassi che si esprimono nel mangiare sano, vivere in forma e in modo attivo».
La conclusione a questa carrellata di dati che saranno utili per avviare campagne di sensibilizzazione e promozione della salute è stata tenuta dal professor Giuseppe Remuzzi, nefrologo di fama mondiale, il quale ha richiamato l’attenzione sul fatto che «i geni contribuiscono soltanto per il 25% a determinare il nostro stato di salute, grazie alle cellule staminali che nel corso della vita si possono riprodurre, ma anche morire in relazione al nostro stile di vita. In Italia siamo secondi al mondo per longevità, dopo l’Australia, con una aspettativa di vita di 80 anni per i maschi e 85 per le donne, ma l’aspettativa di vita in buona salute scende al 70% per tutti e due i sessi». Per questo, ha sottolineato l’esperto, «dobbiamo tenere conto di tutte quelle condizioni che ci possono far star male, dall’ipertensione al colesterolo, dal diabete alla scarsa funzionalità renale dovuti a troppe calorie ingerite, fumo, alcol, droghe e diete sbagliate. Prendiamo esempio dai cittadini di Ikaria, l’isola greca del primo volo in aeroplano e dove ci si dimentica di morire, perché si conduce una vita sana». Qui i cento anni non sono un’araba fenice.

Test Hiv: la Chiesa può aiutare a controllare l’epidemia in Africa




(Epa)(Epa)
(Epa)

La chiesa è per tutti il luogo in cui pregare. In alcune zone rurali dell’Africa, dove è difficile fare arrivare campagne di informazione e prevenzione nei confronti dell’infezione da virus Hiv, le parrocchie possono rappresentare un formidabile strumento di controllo dell’epidemia e proteggere sia le donne in gravidanza sia i futuri bebè, riducendo il rischio di trasmissione materno-fetale del virus che causa l’Aids.

La chiesa importante veicolo di informazione

A provarlo è una ricerca originale, condotta in Nigeria nelle zone più difficili da raggiungere, da un’equipe coordinata da Echezona Ezeanolue dell’Università del Nevada. Secondo lo studio, pubblicato su Lancet Global Health, il luogo di culto potrebbe rivelarsi una vera e pietra miliare nel tentativo di frenare la diffusione del virus Hiv nelle aree rurali del continente nero. L’obiettivo è ambizioso e, nonostante la disponibilità delle terapie anche a costi ridotti, un terzo delle donne incinte non inizia la terapia antiretrovirale durante la gravidanza, e il risultato di questo mancato trattamento è che ci sono circa 210.000 nuove infezioni pediatriche l’anno. Ovviamente, un accesso complesso al test di sieropositività rappresenta una delle cause di questa situazione, specie in Africa: i dati dell’Unaids, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’infezione dicono che l’87 per cento circa delle donne in gravidanza con Hiv e più del 90 per cento dei bimbi sieropositivi vivono infatti nell’area sub-sahariana. La ricerca ha preso in esame 3000 donne che vivevano in zone difficili da raggiungere della Nigeria del Sud, raccolte in 40 chiese, con un gruppo di controllo che vedeva proposto il test di sieropositività nelle strutture tipicamente dedicate a questa funzione. Al termine dell’indagine, svolta nell’ambito di un’iniziativa che viene svolta propria in Chiesa per favorire la diffusione dell’igiene soprattutto in età pediatrica, i risultati sono stati sicuramente di grande interesse: le gestanti che hanno effettuato il programma di riconoscimento di un’eventuale infezione in chiesa hanno accolto la realizzazione del test undici volte di più rispetto a quanto avviene normalmente nelle strutture dedicate a sensibilizzare sull’importanza dell’esame.

Un risultato importante

«Si tratta di un’iniziativa sicuramente significativa e di un’idea ottima – commenta Claudio Viscoli, Direttore dell’Istituto di Malattie Infettive dell’Università di Genova, che ha coordinato per quattro anni un programma dedicato all’Hiv ed altre malattie a Pointe Noire, in Congo, dove le donne in gravidanza vengono accolte da personale che spiega loro i rischi della patologia e della trasmissione al feto – . La Chiesa, pur considerando le differenze religiose che esistono, può davvero diventare un punto di riferimento anche sotto l’aspetto sanitario per proporre l’esecuzione del test per l’Hiv e frenare la diffusione del virus». Non bisogna però sottovalutare un aspetto: l’esecuzione del test rappresenta solo la prima tappa di un percorso che spesso è difficile per le donne, soprattutto nelle aree rurali. In caso di risultato positivo, tuttavia, occorre fare in modo che le donne riescano a iniziare e soprattutto proseguire la terapia per evitare la trasmissione materno-fetale. «Questo obiettivo è molto difficile da raggiungere, perché dal punto di vista sociale la donna può non accettare l’eventuale sieropositività, condizione che potrebbe creare una sorta di “esclusione” sociale – precisa Viscoli. Superato questo ostacolo, poi, occorre fare in modo che inizi il trattamento e che continui poi a farsi seguire nel monitoraggio delle cure e che prosegua con la regolare assunzione dei farmaci prescritti. Ed è a questo punto che si rischia di perdere ulteriormente il vantaggio dell’esecuzione del test. Occorre fare molto perché lo sforzo iniziale, fondamentale per ridurre il rischio di trasmissione, venga corroborato anche da iniziative e attività di sostegno per far sì che la terapia venga assunta regolarmente, altrimenti la semplice scoperta di un’eventuale sieropositività, di per sé importante, rischia di avere poco impatto sul rischio di contagio del nascituro».

I medici contro Gwyneth Paltrow: «Il reggiseno non provoca il cancro»




Gwyneth Paltrow (Ansa)Gwyneth Paltrow (Ansa)
Gwyneth Paltrow (Ansa)

La differenza è che stavolta non è stata Gwyneth Paltrow a scrivere su Goop una delle sue strampalate teorie di bellezza e salute (vedi i bagni di vapore per le parti intime o la sauna come cura all’influenza), ma tale dottor Habib Sadeghi, guru della medicina olistica nonché collaboratore del sito della 43enne attrice. Peccato che il risultato sia stato ancora una volta deprecabile, perché il post di 2.700 parole dal titolo “Could there possibly be a link between underwire bras and breast cancer?” e finito anche nella newsletter del 15 ottobre scorso, è stato solo l’ennesimo tentativo di resuscitare una teoria già screditata da tempo sul fatto che usare il reggiseno possa causare il cancro al seno. Un legame, quello fra l’indumento intimo e il tumore, sottolineato per la prima volta nel 1995 dalla coppia di medici antropologi Sydney Ross Singer e Soma Grismaijer nel libro “Dressed to Kill: The Link Between Breast Cancer and Bras”, dove si sosteneva (fra le altre cose) che «il rischio di cancro al seno aumenterebbe in maniera significativa nelle donne che indossano il reggiseno per più di 12 ore al giorno».

Radiazioni wireless

Dopo aver citato il controverso volume (criticato dagli esperti proprio per la mancanza di validità scientifica) e aver ricordato i pericoli (anche in questo caso mai dimostrati) dell’assorbimento delle radiazioni wireless da parte degli indumenti intimi (da qui il consiglio di non indossare reggiseni col ferretto e di non mettere il telefonino nelle tasche all’altezza del seno o nel reggiseno stesso), nel suo articolo il guru olistico dà spazio anche alle considerazioni espresse dal dottor Michael Schacter dello Schacter Center for Complimentary Medicine, secondo il quale «i reggiseni e gli indumenti intimi troppo aderenti possono impedire il drenaggio linfatico, intrappolando così le sostanze tossiche nel seno».

Veronesi: nessuna prova

E un invito alle donne a non lasciarsi condizionare da inutili allarmismi arriva anche dal professor Paolo Veronesi, direttore della Senologia all’Istituto Europeo di Oncologia, che sottolinea come «i tumori alla mammella rappresentino un gruppo eterogeneo di malattie, le cui cause sono, in molti casi, ancora oggi sconosciute. Tuttavia, non ci sono evidenze scientifiche chiare circa un possibile coinvolgimento dei reggiseni, quindi raccomando a tutte le donne di non prendere in considerazione allarmismi basati su vecchi studi, non confermati da successive ricerche». Visto il clamore suscitato dal post, il blog della Paltrow ha precisato (tramite dichiarazione al Daily Mail da parte di un portavoce) che in una postilla alla fine dell’articolo viene fatto presente che «le considerazioni espresse non rappresentano necessariamente la visione di Goop e sono condivise solo per stimolare la discussione fra i lettori, ma non vanno intese in alcun modo come una possibile diagnosi medica».

Sesso, maternità, stop alla violenza Il manifesto per la salute della donna





Sessualità, maternità, salute del cuore, depressione, tumori, violenza: sono alcuni dei punti del «Manifesto per la salute della donna» presentato a Expo dall’Osservatorio nazionale Onda e elaborato dal comitato scientifico dell’ente. È prima di tutto un’assunzione di impegno collettivo, con dodici obiettivi concreti da realizzare nel triennio 2016-18: dovrà essere sottoscritto da istituzioni, società scientifiche, associazioni di pazienti e società civile. Dodici punti che coprono tutto l’arco della vita, dalla nascita (con la sicurezza delle sale parto), fino alla terza età (tutela delle donne anziane). Il primo punto riguarda gli ospedali con i “bollini rosa”, ovvero le strutture più attente alle esigenze delle donne, maggiori utilizzatrici dei servizi sanitari (perché vivono più a lungo e si ammalano più degli uomini). «In Italia abbiamo premiato con i bollini rosa 249 ospedali – spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda -, si tratta di riconoscimenti che riguardano i singoli servizi, non l’intera struttura: reparti che curano determinate patologie femminili mettendo la donna al centro del percorso e puntando sull’umanizzazione delle cure. Questi centri, oltre alla capacità clinica, offrono qualcosa in più: campagne informative, esami (per esempio diversi ospedali col bollino rosa offrono fino a fine ottobre una MOC gratuita per valutare l’osteoporosi). Noi verifichiamo la qualità dei servizi offerti alle pazienti e riceviamo un feedback dalle donne stesse, che sul nostro sito commentano la qualità di ciò che hanno ricevuto. Opinioni che poi inoltriamo alle direzioni dei singoli ospedali, insomma facciamo un po’ da mediatori tra pazienti e centri di cura».

Depressione e demenza

Un altro grande tema del Manifesto è la depressione, che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità colpisce le donne due volte più degli uomini, soprattutto nelle fasi cruciali della vita (periodo premestruale, perinatale, periodo pre-menopausa, età avanzata associata a decadimento cognitivo). In Italia ne soffrono 2 milioni di donne. Tra queste l’esordio della depressione avviene più frequentemente tra i 20 e i 30 anni, con un picco fra i 30 e i 40 e pesanti ripercussioni sul piano familiare, sociale, professionale. La proposta di Onda è dunque il potenziamento dei servizi psichiatrici e l’avvicinamento precoce alle cure. Al tema della depressione si lega quello del decadimento cognitivo in età avanzata: in Italia un milione di persone circa soffre di demenza, con lieve prevalenza nelle donne. Ed ecco gli obiettivi proposti da Onda: incentivare la ricerca per individuare misure di prevenzione del decadimento cognitivo e diffondere corretti stili di vita mantenendo vivi i rapporti sociali anche negli anziani. «Quelli della depressione e della demenza sono per noi temi centrali – spiega Francesca Merzagora -. Le donne sono più colpite e più vulnerabili e inoltre si prevede che l’Italia arrivi ad essere il Paese più vecchio d’Europa e il secondo Paese più vecchio del mondo. Questo impegno è per noi importantissimo, riteniamo fondamentale garantire la qualità delle cure a chi soffre di questi disturbi, a qualsiasi età».

Malattie del cuore e tumori

Altri obiettivi del Manifesto riguardano i tumori femminili, le patologie cardiovascolari, obesità e sovrappeso, le patologie reumatiche. «Le malattie del cuore uccidono più dei tumori – puntualizza Francesca Merzagora -, ma su questo tema c’è ancora poca consapevolezza e un grosso ritardo diagnostico e terapeutico. Bisogna sensibilizzare le donne per ridurre i fattori di rischio e perché imparino a fare attenzione ad alcuni sintomi specifici». In effetti le malattie cardiovascolari (in particolare infarto e ictus) rappresentano la prima causa di mortalità in Europa, provocando il 51% dei decessi femminili (contro il 42% dei decessi maschili). Secondo Onda, oltre a una maggiore sensibilizzazione delle pazienti, è anche necessario «promuovere studi farmacologici mirati a individuare le differenze di genere in termini di efficacia, sicurezza e tollerabilità». «Parliamo della medicina di genere – spiega Merzagora -, che esiste ormai da una decina d’anni e riguarda anche gli uomini: non punta solo a percorsi terapeutici differenziati in base al sesso dei pazienti, ma anche per esempio a un maggiore coinvolgimento delle donne nella sperimentazione dei farmaci, dato che il nostro organismo è diverso da quello maschile. A Padova è nata da qualche anno la prima cattedra di medicina di genere: è solo un inizio, rispetto agli Stati Uniti c’è ancora molto da fare». I tumori sono la seconda causa di morte femminile, dopo le malattie cardiovascolari. In Italia una donna ogni 4 ha la probabilità teorica di ammalarsi di tumore nel corso della vita. Quasi il 30% di tutte le diagnosi tumorali sono legate al seno; al secondo posto ci sono i tumori del colon retto, seguiti da quelli del polmone, dello stomaco e del corpo dell’utero. Obiettivi: promuovere programmi di screening e vaccinazione, divulgare le misure preventive (stile di vita, fumo, dieta, esercizio fisico, peso corporeo e controllo dell’obesità) e incentivare la ricerca in campo oncologico.

Obesità e malattie reumatiche

Altro tema importante è quello dell’obesità: secondo l’Oms, la percentuale di donne italiane in sovrappeso passerà dal 39% del 2010 al 50% nel 2030, mentre le donne obese passeranno dal 10 al 15%. L’obiettivo di Onda: diffusione di Linee guida che suggeriscano modelli alimentari adeguati (dalla pianificazione della spesa alla realizzazione dei menù) e indichino strategie pratiche riferibili allo stile di vita nel suo complesso. E veniamo alle malattie reumatiche: «Le patologie infiammatorie croniche legate a malattie su base autoimmune sono causa di disabilità e sono più frequenti nelle donne in età fertile, condizionandone sia il ruolo materno in termini di fertilità, fecondità, complicanze gravidiche, sia l’attività lavorativa causando assenze, impossibilità di dedizione al lavoro, aggravamento di comorbilità associate, quali rischio cardio-vascolare e disturbi legati alla menopausa» si legge nel Manifesto. Le proposte: aumentare la consapevolezza di queste patologie e promuovere servizi dedicati all’interno delle strutture sanitarie, quali le Lupus Clinic e le Early Arthritis Clinic. Un altro punto indicato dall’Osservatorio è quello del dolore cronico, che affligge 13 milioni di italiani di cui la maggior parte sono donne.

Sessualità e stop alla violenza

E veniamo infine alle tematiche più tipicamente femminili: sessualità, maternità, stop alla violenza sulle donne. Onda chiede di garantire la sicurezza di tutti i punti nascita in Italia (ancora oggi un parto su dieci avviene in strutture non sicure). Per quanto riguarda la sessualità, la proposta è di potenziare l’educazione e i servizi per permettere a tutte le donne di vivere una vita sessuale sana e soddisfacente (oggi solo il 16% delle ragazze ha rapporti sessuali protetti). L’ultimo punto del Manifesto chiede di «fermare la violenza sulle donne»: «In Italia si stima che 6.743.000 donne tra i 16 e i 70 anni siano vittime di abusi fisici o sessuali e circa un milione abbia subito stupri o tentati stupri – si legge -. La violenza domestica, inoltre, è la seconda causa di morte per le donne in gravidanza». La proposta è quella di attivare il codice rosa in tutti i Pronto Soccorso italiani con l’obbligo di una formazione specifica sulla violenza domestica di tutti gli operatori, medici e infermieri. «La violenza ha un fortissimo impatto psichico e fisico sulle donne – spiega Merzagora -, il codice rosa permette di avere al Pronto Soccorso un accesso riservato e la possibilità di un confronto con le forze dell’ordine. La Toscana in questo è all’avanguardia: dal 2014 tutte le Asl hanno attivato il codice rosa. A Milano abbiamo l’esempio luminoso dell’ospedale Mangiagalli».

Maschi e femmine sono biologicamente diversi

«Tutte le iniziative che sottolineano la necessità di approcciare in modo diverso la salute maschile e femminile sono contributi preziosi alla costruzione di una medicina moderna, che progetta una sanità che tiene conto delle differenze tra uomini e donne e promuove la qualità della vita – aggiunge Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del comitato scientifico di Onda -: un obiettivo che non può essere disgiunto dagli interventi terapeutici. Maschi e femmine sono biologicamente diversi, portatori di culture e sensibilità differenti, che necessariamente si riflettono nell’approccio, nell’evoluzione e nella cura delle malattie. Le diversità sono una ricchezza: se anche la medicina se ne accorge, riesce a realizzare pienamente il significato più autentico della cura».

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