Archive for September 14, 2013

Dormire bene e a sufficienza per un cuore in forma

LO STUDIO

Dormire bene e a sufficienza
per un cuore in forma

Un buon sonno potenzia moltissimo i vantaggi di uno stile di vita salutare sul rischio cardiovascolare

Dormire bene per mantenere il cuore in forma. Si sa che un buon sonno è legato a doppio filo a una miglior salute cardiovascolare, ora una ricerca olandese pubblicata sull’European Journal of Preventive Cardiology dimostra che una bella notte di riposo potenzia gli effetti benefici di uno stile di vita sano: ai quattro “pilastri” del benessere di cuore e vasi, ovvero dieta sana, esercizio fisico, limitazione dell’alcol e addio al fumo, va aggiunto perciò il quinto, dormire abbastanza.

STUDIO – Il Monitoring Project of Risk Factors for Chronic Diseases (MORGEN) è uno studio olandese che ha coinvolto poco meno di 15mila uomini e donne, senza malattie cardiovascolari al momento dell’ingresso nell’indagine, che sono stati seguiti per 12 anni registrando innumerevoli elementi relativi ai loro stili di vita. Come ci si aspettava, aderire a ciascuno dei quattro fattori noti per avere effetti protettivi sul sistema cardiovascolare riduce il pericolo di eventi avversi come infarti e ictus: un’alimentazione sana ad esempio abbassa la probabilità di malattie del 12 per cento, non fumare addirittura del 43 per cento; il rischio di eventi fatali diminuisce del 26 per cento in chi si mantiene fisicamente attivo e di nuovo del 43 per cento in chi non fuma.

SONNO – I dati sottolineano tuttavia l’efficacia di un quinto fattore di protezione per cuore e vasi: infatti i partecipanti allo studio che non si facevano mancare una buona notte di sonno (intesa per gli adulti come almeno sette ore di riposo) hanno mostrato un rischio di malattie cardiovascolari inferiore del 22 per cento rispetto a chi non dormiva abbastanza, oltre a una diminuzione del 43 per cento della probabilità di eventi fatali. In sostanza, dormire proteggerebbe cuore e vasi tanto quanto non fumare. A conferma di ciò, se ai quattro comportamenti corretti per uno stile di vita salutista si aggiunge un buon sonno l’effetto protettivo è ancora più marcato, come spiega la coordinatrice dell’indagine Monique Verschuren del National Institute for Public Health and Environment olandese: «La combinazione di sana alimentazione, esercizio fisico, no al fumo e moderazione con l’alcol abbassa il pericolo di malattia del 57 per cento e di infarti e ictus mortali del 67 per cento. Se oltre a tutto ciò si dorme anche bene e a sufficienza il rischio cala rispettivamente del 65 e dell’83 per cento – sottolinea Verchuren –. Studi precedenti hanno dimostrato che una scarsa quantità di sonno è legata a una maggiore incidenza di sovrappeso e obesità, ipertensione, colesterolo e trigliceridi alti: quindi, il sonno è associato direttamente a fattori connessi al rischio cardiovascolare e dobbiamo inserirlo fra gli elementi dello stile di vita che contribuiscono a mantenere cuore e vasi in salute. Sette ore sembrano la quantità di riposo sufficiente per la maggioranza degli adulti: una nostra ricerca ha mostrato che chi dorme meno di sette ore e si sveglia al mattino non abbastanza riposato ha un rischio di malattie cardiovascolari del 63 per cento più alto rispetto a chi dorme oltre sette ore. Tuttavia, anche un sonno più breve ma profondamente ristoratore non aumenta il rischio: la variabilità fra individui fa sì che non tutti abbiano bisogno per forza di dormire sette ore, l’essenziale è che il riposo sia sufficiente per le proprie necessità».

In Italia meno aborti e più medici obiettori

relazione del ministero della salute

In Italia meno aborti e più medici obiettori

I camini bianchi che non praticano interruzioni di gravidanza sono cresciuti del 17 per cento in trent’anni

MILANO – Aborti diminuiti del 5 per cento in un anno, medici obiettori aumentati del 17% in trent’anni. Sono i numeri forniti al Parlamento dal Ministero della Salute, nella relazione annuale sull’attuazione della legge 194/78 (tutela della maternità e interruzione volontaria di gravidanza, IVG). Per gli aborti l’Italia registra un tasso tra i più bassi nei Paesi industrializzati: nel 2012 sono stati 105.968, con una riduzione del 4,9% rispetto al 2011 (111.415) e del 54,9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto numero di casi (234.801). Cresce poi in modo esponenziale il numero dei medici obiettori: sono aumentati del 17,3% in 30 anni.

I DATI – Il tasso di abortività è diminuito in tutti i gruppi di età, più marcatamente in quelli centrali. Tra le minorenni, nel 2011 è risultato pari a 4,5 per 1000 (stesso valore del 2010), con livelli più elevati nell’Italia settentrionale e centrale. Si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale, così come minore è la percentuale di aborti ripetuti e di quelli dopo novanta giorni di gravidanza.

STRANIERE – Rimane elevato il ricorso all’IVG da parte delle donne straniere, a carico delle quali si registra un terzo degli interventi in Italia: un contributo che è andato crescendo negli anni e che si sta stabilizzando. Anche tra queste donne, comunque, si inizia ad osservare una tendenza alla diminuzione al ricorso all’aborto.

OBIETTORI – Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, ha riguardato un’elevata percentuale di ginecologi fin dall’inizio dell’applicazione della legge 194. Ma non solo: dal 1983 al 2011 gli aborti eseguiti mediamente ogni anno da ciascun medico non obiettore si sono dimezzati, dai 145,6 nel 1983 (pari a 3,3 a settimana) a 73,9 nel 2011 (1,7 a settimana).

CONSULTORI – «Per la prima volta è stato avviato un monitoraggio articolato sul territorio che arriva fino a ogni singola struttura e a ogni singolo consultorio – ha spiegato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin -. I dati della relazione indicano che relativamente all’obiezione di coscienza e all’accesso ai servizi la legge ha avuto complessivamente una applicazione efficace. Stiamo lavorando per verificare, insieme alle Regioni, la presenza di eventuali criticità locali per giungere al più presto al loro superamento».

Stamina, la mamma di Sofia alla Lorenzin «Non spezzi il futuro a mia figlia»

dopo la bocciatura del protocollo da parte del comitato di esperti

Stamina, la mamma di Sofia alla Lorenzin
«Non spezzi il futuro a mia figlia»

Appello dei genitori di bimbi malati. Vannoni: «Commissione farlocca, le terapie continueranno per chi ha vinto il ricorso»

Caterina Ceccuti mamma di Sofia, la bambina malata di leucodistrofia metacromatica (Fotogramma)Caterina Ceccuti mamma di Sofia, la bambina malata di leucodistrofia metacromatica (Fotogramma)

MILANO – «Venga a vedere Sofia, non spezzi il suo futuro». Caterina Ceccuti, mamma della piccola Sofia, bimba fiorentina malata di leucodistrofia metacromatica, diventata un simbolo per i sostenitori del metodo Stamina, si rivolge così al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, in una lettera aperta pubblicata su Quotidiano Nazionale. «Io e mio marito la invitiamo a visitare Sofia di persona. Solo così, a nostro avviso, potrà raccogliere realmente, e non per sentito dire, le informazioni che le sono necessarie a prendere una decisione obiettiva sul futuro, sulla salute e sulla dignità di questi piccoli cittadini e delle loro famiglie malate di negligenza e di abbandono, che ora più che mai sono sotto la sua diretta responsabilità» scrive Ceccuti.

SPERANZA – Perché «quello che forse non sa – aggiunge – è che Sofia, Gioele, Ginevra, Federico e tutti gli altri soldati in miniatura arruolati nell’esercito dei malati senza possibilità di salvezza, ripongono in lei l’ultima speranza per un futuro più dignitoso di quanto la malattia non conceda loro». Mamma Caterina spiega di non essere sorpresa per la bocciatura del protocollo Stamina da parte del Comitato nominato dal Ministero: «Lo sapevamo da parecchio tempo. È curioso, non trova ministro, che a comporre la rosa dei nomi della commissione siano quegli stessi scienziati che per mesi hanno firmato e rilasciato dichiarazioni contro la cura Vannoni». «Quando mio marito mi ha annunciato il no secco degli esperti – scrive ancora nella lettera la mamma di Sofia – ero sdraiata sul lettone con Sofia. Giocavamo ad accarezzare un cane di peluche. Per farlo apriva tre quarti della manina destra che, secondo l’elettromiografia eseguita a novembre 2012 agli Spedali Civili di Brescia, non avrebbe mai più potuto muoversi».

CELESTE E NOEMI – Stessa situazione per Celeste, la bimba veneziana malata di atrofia muscolare spinale, cui erano stati dati pochi mesi di vita: oggi, a tre anni, ha trascorso il suo primo giorno di asilo. «Celeste ha potuto curarsi dopo una lunga battaglia legale – ricorda il padre -, convivendo con un male che, in teoria e per buona parte della comunità medico-scientifica non le dava alcuna speranza. Una cura iniziata e poi interrotta perché non riconosciuta in Italia, ma poi ripresa grazie a una sentenza del Giudice del Tribunale del lavoro di Venezia». In quell’occasione il giudice Margherita Bortolaso diede ragione a Celeste perché le infusioni delle staminali erano «da considerarsi quale cura compassionevole, prevista dal decreto ministeriale Turco-Fazio». Non è andata così per Noemi, 15 mesi, anche lei affetta da Sma1, atrofia muscolare spinale: a lei i giudici, anche dopo il primo ricorso, hanno negato il metodo Stamina. Il padre della bimba ha lanciato un appello alla Lorenzin: «Dia voce ai malati, ai genitori che vivono ogni giorno queste malattie e possono dire se il metodo funziona o no. Nessuno di chi deve decidere ha invece mai voluto vedere un bambino prima e dopo la cura, nessuno ha voluto parlare con un genitore».

Davide Vannoni a una manifestazione pro-Stamina davanti a Montecitorio (Cesareo)Davide Vannoni a una manifestazione pro-Stamina davanti a Montecitorio (Cesareo)

«COMMISSIONE FARLOCCA» – Anche Davide Vannoni, presidente di Stamina, è intervenuto su Facebook per commentare la bocciatura del suo protocollo da parte del Comitato di esperti. E a sua volta ha bocciato senza mezzi termini la “sentenza”, parlando di «commissione farlocca di esperti di parte». Vannoni rassicura i malati che sperano in una cura: «Cari amici posso dirvi che le terapie compassionevoli a Brescia continueranno per tutti i pazienti che hanno vinto il ricorso».

«PARERE AUTOREVOLE» – Parla invece di «autorevolissimo parere» la senatrice Emilia Grazia De Biasi (Pd), presidente della Commissione Sanità del Senato. De Biasi ha riferito che alla base della bocciatura da parte del Comitato ci sono critiche alla mancanza di scientificità, sicurezza ed efficacia della metodica, ma anche al fatto che non sussiste il criterio di riproducibilità del metodo. Il timore, ha aggiunto – è che «ci sia dietro un grande business». Sulla stessa linea una dichiarazione ufficiale dell’International Society for Stem Cell Research, associazione non profit presieduta dal premio Nobel Shinya Yamanaka, secondo cui le istituzioni sanitarie, le associazioni di pazienti e gli stessi medici dovrebbero scoraggiare l’offerta di terapie basate su cellule staminali autologhe non verificate fuori da test clinici controllati. «L’uso di staminali autologhe – si legge – ha un tremendo potenziale per trattare una serie di patologie. Per quelle di cartilagine e pelle, oltre che per alcuni tumori ematologici e solidi, trattamenti specifici sono già stati sviluppati e i rischi sono ben conosciuti. Per tutte le altre malattie i ricercatori non hanno ancora provato la sicurezza e l’efficacia di queste cellule, tuttavia questi cosiddetti “trattamenti” vengono offerti ai pazienti, spesso a costi significativi, su una scala sempre più ampia». Le cellule a cui si riferisce il documento sono le stesse utilizzate nel metodo Stamina, anche se l’associazione fa riferimento anche ad altri casi simili negli Usa.

Redazione Salute Online13 settembre 2013 | 15:40© RIPRODUZIONE RISERVATA

Prostata, un test per capire se il tumore è aggressivo

RICERCA

Prostata, un test per capire
se il tumore è aggressivo

Identificati tre geni che potrebbero aiutare a individuare i pazienti che hanno bisogno di terapie e quelli che possono fare solo controlli (risparmiandosi gli effetti collaterali)

MILANO – Il livello di espressione di tre geni associati con l’invecchiamento potrebbe essere di aiuto per capire quali tumori della prostata apparentemente a basso rischio lo siano davvero. Lo spiegano, in uno studio appena pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine i ricercatori dell’Herbert Irving Comprehensive Cancer Center alla Columbia University, che portano un nuovo contributo a una delle maggiori sfide aperte quando si parla di carcinoma prostatico: cercare di identificare, con parametri più attendibili degli attuali, la minoranza di forme aggressive dalla maggioranza di quelle indolenti. Un passaggio fondamentale per stabilire se e come trattare ogni singolo paziente.

GATTO O PANTERA? - «Sta diventando sempre più evidente che, nonostante sia la neoplasia più frequente nel maschio e costituisca la seconda causa di morte per tumore, non sono ancora del tutto chiari i criteri con i quali identificare l’aggressività biologica di questa malattia – spiega Pierpaolo Graziotti, responsabile dell’urologia all’Istituto Humanitas di Milano e presidente di AURO.it, l’Associazione Urologi Italiani -. Per intenderci, oggi dire a un uomo che ha un cancro della prostata è come dirgli che ha un felino in casa: una cosa è avere un gatto, magari piccolo, un’altra una pantera nera. A noi serve, e ancora non l’abbiamo ma molti sono gli studi in corso, uno strumento che ci aiuti a capire al meglio con che tipo di tumore abbiamo a che fare per decidere se intervenire subito con le terapie efficaci di cui disponiamo o se tenere il paziente semplicemente sotto osservazione, evitandogli così i possibili effetti collaterali delle cure (quali impotenza e incontinenza urinaria)».

LO STUDIO – «La maggior parte dei carcinomi prostatici diagnosticati ogni anno è indolente e resta tale – dice l’autrice dello studio Cory Abate-Shen, docente di urologia oncologica alla Columbia -, ma un biomarker basato sui tre geni che abbiamo identificato potrebbe aiutare a risolvere il dilemma diagnostico e assicurarci che i pazienti non vengano trattati né troppo né troppo poco». Nella loro ricerca gli studiosi si sono focalizzati sui geni relativi all’invecchiamento, in particolare quelli legati alla senescenza cellulare, un fenomeno naturale dell’organismo che è stato associato a lesioni prostatiche benigne. Usando poi un algoritmo a computer hanno individuato tre geni (FGFR1, PMP22 e CDKN1A) che paiono indicare accuratamente la presenza di un tumore a basso rischio. Hanno poi monitorato per 10 anni 43 pazienti con un carcinoma della prostata poco aggressivo (definito tale secondo i parametri attualmente in uso, tra cui il livello di Gleason inferiore a 6, e anche per la presenza dei tre geni marcatori): alla fine dell’osservazione soltanto 14 partecipanti al trial hanno visto progredire la malattia e il nuovo test li ha correttamente individuati. «Nel trial preliminare siamo riusciti a scoprire con precisione quali malati a basso rischio avrebbero poi sviluppato un tumore che progrediva – dice Abate-Shen -, ora procederemo a testare il metodo su un numero più ampio di pazienti».

LA GIUSTA DIREZIONE – Ad oggi, i medici utilizzano diversi test per diagnosticare la presenza e lo stadio di un carcinoma prostatico e poi la sua aggressività. Si inizia con il test del Psa e un esame rettale, si procede poi con biopsia e , se si riscontra la presenza di cellule maligne, si valuta il livello di Gleason. In base ai dati raccolti di decide se intervenire con chirurgia, radioterapia, brachiterapia o se proporre all’interessato il programma di sorveglianza attiva, che prevede soltanto controlli regolari per intervenire con una terapia solo se e quando la malattia evolve. «È evidente – conclude Graziotti – che i risultati di questo nuovo studio sono tutti da confermare, perché i pazienti studiati sono solo 43, ma resta il fatto che questa è la strada giusta da seguire per la ricerca futura: identificare nuovi e accurati valori predittivi allo scopo di selezionare, in modo certo, i pazienti che possono essere soltanto tenuti sotto osservazione rispetto a quelli che vanno trattati».

Latte «off limits» per molti bambini

ALLERGIA AL LATTE VACCINO

Latte «off limits» per molti bambini

Non sempre bisogna eliminare i prodotti che contengono latte: l’importanza della diagnosi e i consigli di prevenzione

MILANO – Si tratta della più comune allergia alimentare in età pediatrica: il 2-2,5 per cento dei bambini non tollera il latte vaccino, un problema che si può risolvere solo eliminando questo prezioso alimento dalla dieta. È essenziale però una diagnosi corretta, perché non tutte le allergie al latte sono uguali e se non se ne identifica il giusto tipo si può finire per sottoporre i bimbi a restrizioni alimentari non necessarie: lo hanno sottolineato i pediatri durante l’ultimo congresso della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), ricordando che oggi, per fortuna, esistono diversi metodi per arrivare a diagnosi precise e affidabili.

DIAGNOSI – «In alcuni casi fa più danni il medico imponendo divieti che l’allergia da sola – osserva Vito Miniello, docente di nutrizione e dietetica infantile all’università di Bari e membro del direttivo SIPPS -. Le allergie alimentari infatti sono molto “pesanti” soprattutto perché costituiscono una limitazione consistente per i piccoli, peggiorandone la qualità di vita: essere allergici al latte può voler dire temere di mangiare un biscotto a una festicciola con gli amici. Per questo è fondamentale capire esattamente a quali proteine del latte si è allergici attraverso i metodi di diagnostica molecolare oggi disponibili: se non si tollera la caseina, la proteina presente anche nei formaggi, si dovranno evitare pure i prodotti dove il latte è cotto perché si tratta di una sostanza resistente al calore; se invece il bimbo è allergico alle sieroproteine è possibile mangiare prodotti da forno senza andare incontro a reazioni allergiche. Peraltro, chi è in questa situazione e introduce latte cotto acquisisce prima la tolleranza alle sieroproteine, crescendo: un’ulteriore conferma che l’esclusione alla cieca del latte in ogni forma fa solo danni».

ALLERGIA – I test per la diagnosi dell’allergia al latte sono numerosi: il classico prick test però, nel quale una goccia di alimento viene messa a contatto con la pelle per vedere se c’è una reazione cutanea, non indica di per sé con certezza l’allergia perché potrebbe essere segno “solo” di un’avvenuta sensibilizzazione. «Perché sia suggestivo di allergia occorre la presenza dei sintomi clinici, prime fra tutte le scariche quando si assume latte – spiega Miniello -. Per fare una buona diagnosi serve quindi anche il RAST test, che valuta la presenza nel sangue delle immunoglobuline tipiche degli allergici, le IgE, e le prove molecolari per distinguere le proteine che realmente non si tollerano». L’allergia al latte è tuttavia un po’ speciale perché oltre alle forme “classiche” immediate (i sintomi compaiono non appena si introduce l’alimento) è possibile avere reazioni ritardate, dovute a meccanismi diversi, non mediati dalle IgE ma dalle cellule. «In questi casi i test allergici risultano negativi, ma la storia clinica indica che qualcosa non va: il bambino cresce male, ha sintomi di reflusso, pare non assorbire bene i nutrienti – sottolinea l’esperto -. In questo caso per la diagnosi serve escludere il latte per 2-3 settimane: se ai controlli si nota che il bambino sta meglio e ha messo su un po’ di peso, è molto probabile che vi sia un’allergia. Da non confondere con l’intolleranza al lattosio, che è tutt’altro problema e non riguarda praticamente mai i bambini: in quel caso infatti manca un enzima, la lattasi, che scinde lo zucchero presente nel latte e talvolta, da adulti, smette di essere prodotto dall’organismo».

PREVENZIONE – La domanda che tutti i genitori si fanno, soprattutto se sono a loro volta allergici, è come prevenire la comparsa di un’allergia al latte nei bambini: la prima regola è non eliminarlo dalla dieta della gestante, a meno che ovviamente non sia essa stessa allergica. «Gli studi hanno mostrato che la dieta di esclusione aumenta addirittura il rischio che il bambino poi sviluppi un’allergia al latte – fa notare Miniello -. Sì quindi a un’alimentazione varia e completa in gravidanza, semmai privilegiando il pesce ricco di omega-3 che sembra avere effetti protettivi contro le allergie. No assoluto, invece, al fumo da parte dei genitori: perfino fumare sul balcone e poi prendere in braccio il bimbo è “rischioso” perché la nicotina si deposita sui vestiti, si trasforma in cotinina e come tale viene respirata dal piccolo, aumentando la probabilità che diventi allergico». Quando introdurre il latte vaccino per minimizzare il pericolo di allergia? «Il latte di mucca non va mai dato prima dell’anno di età, meglio ancora aspettare 24 mesi: nei primi due anni di vita le proteine del latte vaccino tra l’altro favoriscono lo sviluppo dell’obesità perché stimolano fattori di crescita che inducono la formazione di cellule adipose in eccesso – dice il pediatra -. Quelle cellule resteranno per tutta la vita e sarà per colpa loro se poi non si riuscirà a dimagrire oltre una certa soglia, da adulti. Se il latte materno non è sufficiente si può ricorrere al latte formula, studiato per soddisfare le esigenze dei bambini entro l’anno, e fino ai tre anni si possono scegliere i cosiddetti latti di crescita: derivano da quello vaccino ma hanno un carico proteico inferiore e sono perciò ottimi per prevenire obesità e allergie».