Coronavirus, l’immunità potrebbe essere superiore a quanto rilevato con i test sierologici


Lo studio svedese

L’articolo, ancora non pubblicato su una rivista scientifica, è stato reso disponibile online.

I linfociti T sono un tipo di globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infette da virus e sono una parte essenziale del sistema immunitario, i risultati indicano che circa il doppio delle persone ha sviluppato l’immunità delle cellule T rispetto a quelle in cui siamo in grado di rilevare gli anticorpi. Lo studio ha incluso pazienti ricoverati presso l’ospedale universitario Karolinska e i loro familiari asintomatici esposti. Sono stati inclusi anche donatori di sangue sani che hanno donato il sangue nel 2019-2020 (il gruppo di controllo). I ricercatori hanno osservato che non erano solo le persone con Covid-19 verificato a mostrare l’immunità delle cellule T, ma anche molti dei loro familiari asintomatici esposti. Inoltre, circa il 30% dei donatori di sangue attivi nel maggio 2020 aveva cellule T specifiche per Covid-19, una cifra molto più elevata rispetto a quella rilevata con i test sugli anticorpi. «I nostri risultati indicano che nella popolazione l’immunità è probabilmente significativamente più elevata di quanto suggerito dai test anticorpali», afferma il professor Hans-Gustaf Ljunggren del Center for Infectious Medicine al Karolinska Institutet.

Abbiamo chiesto una valutazione dello studio svedese al Professor Alberto Mantovani, Direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas e Professore Emerito di Humanitas University.
«È uno studio molto importante a mio giudizio. Ci ricorda che gli anticorpi sono solo una manifestazione della risposta immunitaria, ma il cuore della risposta adattativa, quella che viene dopo la “prima linea” di difesa, sono le cellule T. Questo studio suggerisce che, se si misura la risposta mediata dalle cellule T, si trova che soggetti che, sulla base degli anticorpi non hanno avuto una risposta, in realtà la risposta l’hanno avuta. Quindi mette in evidenza come in alcuni casi (come quelli descritti dallo studio) un paziente ha avuto il virus, laddove il test sierologico magari non lo ha rilevato. Gli anticorpi sono solo una spia di una risposta immunitaria e questo studio suggerisce che possano non essere la spia migliore».

Quali sono le prospettive di queste ricerche?
«Humanitas ha fatto il più grande studio di sierologia nella popolazione medico-sanitaria (io parlo solo di dati resi pubblici e condivisi con la comunità scientifica) e anche in quel caso abbiamo avuto la sensazione di vedere solo un pezzo della risposta immunitaria, tanto è vero che adesso la Professoressa Maria Rescigno sta studiando da noi la risposta T: è anche un progetto in corso ora approvato dal ministero della Salute che io coordino e che coinvolge l’Istituto nazionale di Genetica Molecolare al Policlinico e l’ospedale Papa Giovanni XXIII. E non siamo i soli al mondo a percorrere questa strada. Sappiamo molto poco di come questo virus aggira le difese immunitarie e di quali sono le risposte immunitarie del corpo nei suoi confronti. Non siamo nemmeno sicuri che gli anticorpi siano protettivi, nonostante quello che viene detto, e nemmeno che la terapia con il plasma funzioni. Per fare solo un esempio, quando ci domandiamo se un paziente abbia avuto la tubercolosi, noi non andiamo a cercare gli anticorpi, ma misuriamo la risposta delle cellule T con un test che si chiama Quantiferon».

Che cosa sono le cellule T?
«Il sistema immunitario usa diverse armi per affrontare i suoi nemici e gli anticorpi non sono che una delle armi del sistema immunitario. È una regola generale: c’è una “prima linea” di difesa che gestisce l’attacco dei virus ed è questa che determina in buona parte l’esito di quelle persone che vanno incontro all’infezione e non si ammalano. Probabilmente funziona così anche nel caso del Covid-19. Superata la prima linea di difesa, ci sono dei “direttori d’orchestra” dell’ immunità, le cellule T, che dicono ad altre popolazioni cellulari, le cellule B, di fare da anticorpi oltre che dirigere l’insieme dell’ esercito immunologico».

Quali sono le differenze tra cellule T e gli anticorpi?
«In generale l’eliminazione di un virus al primo incontro viene fatta non dagli anticorpi, ma proprio dalle cellule T. Le cellule T riconoscono pezzi diversi del virus rispetto agli anticorpi e sono fondamentali per la memoria dell’infezione. Ci sono tantissimi tipi di cellule T, di solito di solito alcune di loro, killer di professione, risolvono il problema uccidendo la cellula infettata. A questo punto il virus smette di espandersi».

Le cellule T sono neutralizzanti? E quando dura la protezione che conferiscono?
«Alcune di queste cellule uccidono e fermano il virus, ed è ragionevole pensare siano fondamentali per la difesa contro il coronavirus. Per quanto riguarda gli anticorpi possiamo misurare se in vitro neutralizzano il virus, ma non siano affatto sicuri che siano gli anticorpi a mediare la resistenza al Covid-19. Probabilmente è la prima linea di difesa quella più importante nelle fasi iniziali, poi intervengono le cellule T e infine gli anticorpi. In generale, non sappiamo quanto dura la memoria immunologica dell’infezione e quindi per quanto tempo saremo protetti».

Si potrebbero mettere a punto dei test per la comunità basati sulle cellule T come si è fatto per i sierologici?
«Sono test più complicati e sofisticati che richiedono una tecnologia complessa, ma si può fare. Il precedente di uso routinario è questo test per la tubercolosi che utilizza in parte anche tecnologia italiana. Se si dimostrasse che questa tecnologia dà uno sguardo più accurato sulla memoria immunitaria e sulla protezione del sistema immunitario, si possono mettere a punto sistemi industriali per sviluppare test ad hoc».

La medicina digitale alla prova I pazienti valutano quanto è «umana»

S i è aperto il 30 giugno il bando per la terza edizione del Patients’ Digital Health Award, un premio che Associazioni di pazienti di diverse aree terapeutiche assegnano valutando proposte o progetti di innovazione digitale in ambito sanitario in base alla loro capacità di venire incontro ai reali bisogni dei malati. Il premio, sostenuto da Fondazione Msd in collaborazione con Digital Health Academy, è nato due anni fa e ha coinvolto complessivamente 50 Associazioni, le quali in questo arco di tempo, attraverso due indagini presso i propri iscritti e il confronto con attori del settore tecnologico, hanno individuato le caratteristiche che, dal loro punto di vista, dovrebbe avere un’innovazione digitale nel campo della salute.

Requisiti essenziali

Tali prerogative sono state declinate nel documento «Digital Health H.U.M.A.N Guidelines», dove Human è l’acronico delle cinque qualità più importanti.«H» sta per Health Literacy, ovvero alfabetizzazione sanitaria digitale e si riferisce alla capacità di ottenere, leggere, comprendere e utilizzare le informazioni relative alle tecnologie digitali. L’obiettio è semplificare: le informazioni sulle tecnologie e sul loro valore devono essere chiare e sintetiche.«U» sta per Uncomplicated: a rendere una tecnologia di semplice utilizzo è l’intuitività, l’immediatezza, la rapidità nel processo di iscrizione, un’interfaccia grafica user-friendly. Però i pazienti chiedono che non tutto sia affidato al dispositivo digitale e che si possano prevedere forme di assistenza con persone pronte a intervenire per un aiuto da remoto.«M» sta per Meaningful: una tecnologia è utile nella misura in cui può facilitare la gestione della malattia, snellire le procedure burocratiche, le attese per le visite e le prenotazioni, gli accessi in ospedale. Ma deve anche favorire la relazione con i curanti e con gli altri pazienti e poter ridurre gli errori umani. Infine, dovrebbe risolvere problemi ancora senza soluzione o almeno trovare risposte più efficaci. «A» sta per Authentic: una soluzione digitale è «autentica» se analizza il problema «mettendosi nei panni» del malato.«N» sta per Natural: le tecnologie digitali possono inserirsi in modo più naturale nel percorso di vita se sono facilmente fruibili. Per ciascuna lettera nel documento vengono specificate poi dieci indicazioni su come rendere la salute digitale più «umana».

Le Associazioni in giuria

Queste le Associazioni di pazienti che hanno partecipato alla stesura delle linee guida e che proclameranno il vincitore del concorso.
Active Citizenship Network – Acn; A.I.N.E.T. – Vivere la speranza; A.M.I.C.I. Lazio Ass.ne Onlus; aBRCAdabra Onlus; Acto alleanza contro il tumore ovarico; Adgi; Aimar; Associazione Italiana Malformazioni Ano Rettali; A.I.Ma.Me; Ail; Aism; Aip; AI Vi.P.S. Onlus; Alama Aps – Associazione Liberi dall’Asma, dalle Malattie Allergiche, Atopiche, Respiratorie e Rare; Amip (Ipertensione Polmonare); Amrer Ass.ne malati Reumatici Emilia Romagna; Anlaids Lazio; Anmar; Apiafco, Associazione Psoriasici Italiani, Amici della Fondazione Corazza; Apmar Ass.ne persone con malattie reumatiche; Associazione Italiana Bpco; Asa, Associazione solidarietà Aids; Associazioni di Persone con diabete Coordinamento del Lazio Cittadinanzattiva; Comitato Parkinson; Diabete Forum (diabete); Diabete Italia; Epf – European Patients Forum; Epac; Accademia del Paziente Esperto Eupati; Europa Donna; Fais onlus; Fand Associazione Italiana Diabetici; Favo; FederAsma e Allergie Onlus; Federazione Italiana Pazienti Fightthestroke; Fondazione RelaCare- Relazione di Cura; Gemme Dormienti protezione fertilità nei pazienti oncologici; Hera Associazione; Incontradonna; Nadir; Nps; Oocnonauti (Gli Onconauti); PaLiNUro Pazienti Liberi dalle Neoplasie Uroteliali; Parent Project; Pus – Persone Lgbt+ Sieropositive;Salute Donna;Soccorso Clown; Uuniamo; Vivere senza stomaco si può; Walce.

Passi avanti contro i linfomi: innovazioni terapeutiche e migliore qualità di vita dei malati

Ogni anno 32mila italiani devono fare i conti con un tumore del sangue. I linfomi sono, insieme a leucemie e mieloma, fra i tipi più frequenti e da soli costituiscono più di un terzo di tutte le neoplasie del sangue, ma ne esistono molti tipi diversi e la prognosi dei pazienti può variare molto. Le prospettive dei malati negli ultimi anni sono però migliorate molto grazie all’arrivo di terapie sempre più efficaci e mirate, dell’immunoterapia e della tecnologia CAR-T, che negli ultimi anni hanno stravolto positivamente l’ematologia con opzioni terapeutiche in grado di fare la differenza, anche per quanto riguarda la qualità di vita delle persone.Proprio ai successi della ricerca scientifica su questo tipo di tumori del sangue sono stati al centro della quindicesima Giornata nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma, promossa dall’Associazione Italiana contro leucemie, linfomi e il mieloma (Ail) lo scorso 21 giugno 2020. 

In Italia sono 12 i centri autorizzati per l’innovativa CAR-T therapy

«La prospettiva di cura rappresentata dalle CAR–T ha dimostrato di modificare, negli studi effettuati fino a ora, la prognosi di linfomi aggressivi per i quali non erano disponibili alternative concrete – spiega Sergio Amadori, presidente nazionale di Ail -. Oggi questi pazienti hanno una possibilità in più di controllare la malattia e anche la possibilità di guarire. Ma è importante ricordare che non tutti i pazienti possono beneficiare di questa terapia, che prevede il prelievo di linfociti T dal paziente, la loro modificazione genetica per renderli in grado di riconoscere e uccidere in modo selettivo le cellule tumorali e la successiva infusione nel malato. E’ una strategia complessa per cui è decisiva la selezione accurata di centri e malati. Anche per questo è necessario che la ricerca prosegua». Ad oggi in Italia sono 12 i centri autorizzati per la CAR-T, di cui tre pediatrici, alcuni sono già attivati e altri lo saranno a breve non appena conclusa la fase di qualificazione prevista dalle autorità regolatorie.

Intercettare il tumore all’ovaio con il pap test? Si può fare (con sei anni di anticipo)

Se c’è un tumore che, purtroppo, viene diagnosticato in ritardo è quello dell’ovaio. Pochi sono i sintomi che possono far nascere un sospetto della sua presenza e così le terapie arrivano spesso in ritardo, quando la malattia è già in fase avanzata. Ma una ricerca, condotta all’Istituto Mario Negri di Milano e all’Università Milano Bicocca e pubblicata sulla rivista scientifica Jama Network Open (i lavori pubblicati qui sono peer-reviewed, cioè valutati da revisori, ma la pubblicazione prevede un pagamento da parte degli autori), suggerisce una nuova modalità per l’identificazione di questa neoplasia che sfrutta il Pap test. 

Carcinomi sierosi

Potrebbe essere una metodica ideale perché il Pap test è regolarmente praticato da un elevato numero di donne con l’obiettivo primario di individuare tumori del collo dell’utero. I ricercatori sono partiti da un’ipotesi: che dalle tube di Falloppio (condotti che mettono in comunicazione l’ovaio con l’utero), dove nascono la maggior parte dei tumori ovarici, si possono staccare, fin dalla fase precoce, alcune cellule tumorali che finiscono poi nel collo dell’utero, dove, appunto possono essere “intercettate” dal Pap Test (parliamo qui dei cosiddetti carcinomi sierosi che rappresentano l’80 per cento di tutte le neoplasie ovariche maligne). 

Coronavirus Usa, Trump acquista tutte le scorte di remdesivir per 3 mesi

Gli Stati Uniti hanno acquistato praticamente tutte le scorte per i prossimi tre mesi di uno dei due farmaci che hanno dimostrato di funzionare contro il Covid-19, senza lasciarne nessuno per l’Europa o la maggior parte del mondo.

La denuncia

La denuncia viene dal quotidiano britannico The Guardian, secondo il quale la mossa statunitense ha allarmato esperti e associazioni. Il farmaco, che è stato sperimentato nell’epidemia di Ebola senza funzionare come previsto, è un brevetto per Gilead, il che significa che nessun’altra società può produrlo. Il costo è di circa 3.500 euro per un ciclo di trattamento di sei dosi. L’accordo è stato annunciato quando il governo Usa ha dovuto prendere atto che l’epidemia negli Stati Uniti sta sfuggendo al controllo. Remdesivir è il primo farmaco approvato dalle autorità competenti negli Stati Uniti per il trattamento di Covid-19, è prodotto da Gilead e ha dimostrato di aiutare le persone a riprendersi più rapidamente dalla malattia. Le prime 140.000 dosi, fornite alle sperimentazioni farmacologiche in tutto il mondo, sono state esaurite. L’ amministrazione Trump ha ora acquistato più di 500.000 dosi, che è tutta la produzione di Gilead per luglio e il 90% di agosto e settembre. L’altro farmaco che sembra funzionare contro i gravi casi di malattia da Covid-19, il desametasone, è invece economico e facilmente disponibile ovunque. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato di essere a conoscenza del fatto e sta cercando di verificare i dettagli: «Commenteremo quando avremo verificato l’esatta natura dei contratti», ha detto un portavoce.

Cecità della mente, il disturbo di chi non ha la capacità di immaginare

Una delle più spettacolari abilità della mente è la capacità di ricordare o immaginare visivamente scene avvenute in passato o che potrebbero avvenire in futuro, con tanto di dettagli, colori, perfino suoni e sensazioni tattili, come se si trattasse di un film plurisensoriale che si proietta al nostro interno. Ma c’è chi manca di tale capacità, una condizione definita «aphantasia» o «cecità della mente». Ne soffre circa il cinque per cento della popolazione, come indica una ricerca australiana pubblicata sulla rivista Scientific Reports. E dato che i sogni sono principalmente fatti di immagini, chi ne soffre non riesce neppure a sognare con la ricchezza di immagini tipica dell’attività onirica.

Simulatore di realtà

Il disturbo non è solo una bizzarria, ma una condizione che può rendere difficile pianificare adeguatamente azioni future, un’attività nella quale siamo spesso impegnati senza neppure rendercene conto. «La mente umana è come un simulatore di realtà che ci permette di viaggiare virtualmente attraverso il tempo per riuscire a prevedere il futuro e per riconsiderare il passato» dice Alexei Dawes dell’University of New South Wales, che ha condotto lo studio insieme ad alcuni collaboratori. «Per la maggior parte di noi queste simulazioni sono caratterizzate da un contenuto molto ricco e vivido. Il nostro mondo interiore ha colori, forme e luci».

Difficoltà con i numeri

Chi soffre di aphantasia, inoltre, può avere qualche difficoltà con diversi processi cognitivi, ad esempio nello svolgere compiti di matematica, che richiedono la capacità di visualizzare numeri ancora non scritti sulla carta, o nell’impiegare adeguatamente la memoria di lavoro, quella che consente di ricordare (spesso visualizzandoli) numeri di telefono o brevi sequenze di informazioni utili allo svolgimento di un compito. La cecità mentale può estendersi anche ad altri sensi, così che, se si ripensa a eventi passati, la loro ricostruzione mentale è priva di elementi quali i rumori e le esperienze tattili, che di norma rappresentano una parte importante dei ricordi, perché contribuisce alla loro coloritura affettiva.

Lo studio

Lo studio è stato realizzato su 267 persone affette da aphantasia, confrontate con due diversi gruppi di controllo, per un totale di 400 persone. I soggetti sono stati sottoposti a otto diversi questionari che hanno esplorato aree quali la memoria episodica e la capacità di immaginare il futuro, le abilità spaziali e di mind-wandering (lasciare la mente libera di spaziare), la capacità di rispondere a eventi stressanti. Alla fine, gli autori dello studio segnalano la possibilità che la condizione di aphantasia possa in alcuni casi essere acquisita in seguito a fattori psicologici, anche se nel loro campione questo evento sembra essersi verificato raramente, in non più del tre per cento dei casi.

Sul Corriere Salute: zanzare, api, vespe, come evitare che ci rovinino l’estate

Pubblichiamo in anteprima una parte di uno degli articoli del nuovo «Corriere Salute». Potete leggere il testo integrale sul numero in edicola gratis giovedì 2 luglio oppure in Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera».

Le zanzare sono il vero tormento dell’estate. Mentre ci svegliamo per una puntura di notte o cerchiamo di scacciare quella che ci ronza all’orecchio, il nostro maggiore desiderio sarebbe eliminarle dalla faccia della Terra. D’altro canto se questi insetti esistono da milioni di anni ci sarà un motivo. E in effetti è proprio così. Se le zanzare femmina sono insetti ematofagi, ovvero che succhiano il sangue, e rappresentano quindi il nostro vero nemico, i maschi per contro sono del tutto innocui: si nutrono infatti di nettare. Inoltre sono cibo prelibato per moltissimi animali, dagli uccelli ai pipistrelli. Insomma non ci resta che conviverci, adottando però tutte le precauzioni possibili per non farci pungere. «La puntura di zanzara causa un pomfo che, seppur fugace ed effimero, induce un intenso prurito. Il prurito è dovuto al rilascio di istamina nel nostro corpo in risposta alla saliva che la zanzara ci inietta per evitare che il nostro sangue coaguli, mentre se ne nutre. L’istamina, a sua volta, stimola una reazione allergica locale, con la dilatazione dei capillari del derma e quindi la formazione di un’area arrossata e gonfia. La gravità della reazione dipende molto dalla sensibilità individuale, ci sono persone che presentano pomfi enormi dopo una puntura e persone con lesioni appena percettibili» spiega Stefano Veraldi, professore della Clinica Dermatologica dell’Università di Milano presso il Policlinico. Super apparato olfattivo

Sono attratte dall’odore della pelle

Un altro dilemma per cui non c’è ancora una risposta ben definita è perché alcune persone attirino le zanzare come una calamita, mentre altre quasi le respingano. «I motivi sono diversi. Per esempio si è visto che le zanzare, come altri insetti, sono attratte dall’odore, complice un apparato olfattivo ben sviluppato. Amano inoltre chi ha un’epidermide più sottile e una pelle più idratata e morbida» segnala Veraldi Ma anche una temperatura corporea leggermente superiore le attrae, come può accadere mentre si fa attività fisica o se si bevono alcolici. Tra le vittime predilette ci sarebbero poi i diabetici, forse per il sangue «dolce».

Cina, scoperto nuovo virus influenzale potenzialmente pandemico

Sarebbe stato scoperto in Cina un virus simile a quello dell’influenza H1N1 che causò la pandemia del 2009 cosiddetta “suina”.

Sorveglianza Oms

La scoperta rientra in un vasto programma di sorveglianza raccomandato da anni dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per bloccare precocemente il rischio di nuove pandemie o per preparare in tempo le contromisure, dai piani pandemici al vaccino. Descritto sulla rivista dell’Accademia delle Science degli Stati Uniti, il virus è stato individuato dal gruppo coordinato da George Gao e Jinhua Liu, rispettivamente delle Università agrarie di Pechino e Shandong, con la partecipazione dei Centri cinesi per il controllo delle malattie (Cdc China). Il virus scoperto avrebbe, per caratteristiche, la potenzialità per diventare pandemico: è stato trovato nei maiali ma anche nel 10% di un campione di circa 300 persone impiegate negli allevamenti. Questo significa che il virus sa aggredire l’uomo, ma non ha ancora fatto il passo ulteriore, con la capacità di trasmettersi da uomo a uomo. Il nuovo virus identificato nello studio è una ricombinazione della variante H1N1 del 2009 e un ceppo una volta prevalente trovato nei suini.

Sul Corriere Salute: tumore del colon e il sangue occulto che fa chiarezza

Pubblichiamo in anteprima una parte di uno degli articoli del nuovo «Corriere Salute». Potete leggere il testo integrale sul numero in edicola gratis giovedì 2 luglio oppure in Pdf sulla Digital Edition del «Corriere della Sera».

Con 49mila nuovi casi registrati nel 2019 il tumore del colon-retto è il secondo tipo di cancro più frequente nel nostro Paese ed è anche il secondo nella poco ambita classifica dei più letali.Eppure nove casi su dieci potrebbero essere evitati perché c’è un metodo efficace, gratis (in Italia) e del tutto indolore per eliminare le lesioni pre-cancerose prima che si trasformino in una neoplasia vera e propria: il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Ma la metà degli italiani non coglie l’opportunità. L’esame viene offerto dal Servizio sanitario nazionale a tutti i cittadini fra i 50 e i 70 anni che ricevono, ogni due anni, una lettera da parte della propria Asl con l’invito ad andare nella farmacia più vicina a ritirare un piccolo contenitore nel quale raccogliere un campione di feci, per poi restituirlo e ricevere la lettera con il referto a casa nell’arco di un paio di settimane.

Le donne si ammalano di Alzheimer più degli uomini, ma l’età non c’entra

C’è un dato di fatto: le donne si ammalano di Alzheimer più degli uomini. E c’è un’ipotesi per spiegare il perché: gli ormoni femminili estrogeni potrebbero giocare un ruolo fondamentale. Non che non si sapesse, ma l’ultima ricerca, pubblicata sulla rivista Neurology (la rivista della American Academy of Neurology) , porta nuove prove che proprio questo potrebbe essere il motivo. Escludendo che la maggiore incidenza della malattia nel sesso femminile sia dovuta soltanto al fatto che le donne vivono di più.

Cinquecentomila ammalati

La malattia di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa fra le cause più frequenti di demenza senile, che comporta, per prima cosa, una perdita progressiva della memoria, per poi arrivare compromettere la vita delle persone in tutti i suoi aspetti . Colpisce il 5 per cento delle persone con più di 60 anni e in Italia si contano circa 500 mila ammalati. Ma ritorniamo allo studio in questione, che ha coinvolto 85 donne e 36 uomini, con un’età media di 52 anni, senza alterazioni cerebrali, con le stesse capacità ai test di valutazione del pensiero e della memoria, stessi parametri fisiologici, come per esempio la pressione sanguigna, e simile storia familiare per quanto riguarda la presenza di casi di Alzheimer. L’idea era quella di capire se, a quell’età, ci sono già situazioni predittive di sviluppare la malattia. E se la menopausa, per le donne (con le sue variazioni ormonali della produzione di ormoni estrogeni) può giocare un ruolo.

Menopausa

Perciò i ricercatori hanno valutato quattro parametri, sottoponendo i partecipanti allo studio a test come la Pet(la tomografia a emissione di positroni) e la risonanza magnetica nucleare (Mri): due tecniche di imaging che valutano le funzioni del cervello. Ecco i quattro parametri presi in considerazione per valutare il rischio di Alzheimer: la quantità di materia grigia cerebrale, la quantità di materia bianca (per semplificare al massimo: la materia grigia rappresenta la parte più evoluta del cervello, la bianca è più “antica”, ndr), la presenza di placche di beta amiloide (questo è un punto centrale: si ritiene che l’accumulo di questa sostanza, la beta amiloide, sia uno dei fattori predisponenti la malattia, ndr) e il tasso al quale il cervello metabolizza il glucosio (lo zucchero rappresenta il “carburante” per il funzionamento del cervello, ndr).

Placche amiloidi

Risultati (senza entrare in dettagli troppo noiosi che, comunque, sono reperibili nello studio di Neurology): le donne hanno avuto i risultati peggiori. Meno materia grigia e bianca del cervello, più placche amiloidi e meno metabolismo del glucosio. Il tutto, appunto, riconducibile alle variazioni ormonali legate alla menopausa, secondo gli autori dello studio. «I nostri risultati dimostrano che le donne, a partire dalla menopausa, possono essere più a rischio di malattia – ha commentato Lisa Mosconi, della Weill Cornell Medicine di New York, una degli autori dello studio – probabilmente perché il tasso degli ormoni estrogeni si riduce durante e dopo la menopausa».

Le sfide della ricerca

Questo studio apre un mondo di interrogativi. Il primo è: può, allora, una supplementazione di ormoni estrogeni in post menopausa preservare le donne dall’Alzheimer?. Molti tentativi sono stati fatti, ma al momento i risultati degli studi sono inconcludenti. Il secondo è: ma allora gli ormoni maschili sono protettivi, se la mancanza di quelli femminili mette a rischio di sviluppare la malattia? Non si capisce. Terzo: anche la questione delle placche di amiloide non sembra proprio la prima causa di Alzheimer, secondo alcune recenti ricerche. Tant’è vero che certi farmaci anti-beta amiloide non si sono rivelati efficaci. In conclusione: ben vengano tutte le ricerche che vogliono far luce su questa patologia che ha un grandissimo impatto sui malati e sulla vita delle loro famiglie. Ma l’impressione è che la ricerca deve guardare più lontano. E ha molto da lavorare.

« Older Entries