Dov’è il defibrillatore più vicino? E come si fa a trovarlo?

Gli elenchi nelle centrali di soccorso non sono accessibili a tutti

Che cosa si può fare, allora, se una persona cade a terra davanti a noi? Potrebbero essere d’aiuto app che segnalano la presenza dei defibrillatori? Esiste una mappatura dei DAE? È disponibile a tutti? Procediamo con ordine. In primo luogo, per legge, i Sistemi di emergenza territoriale 112/118 sono tenuti ad avere l’elenco dei DAE presenti nella loro zona, sia pubblici, sia privati. Quindi gli operatori delle centrali sanno dove si trovano i defibrillatori. Mentre però i primi sono direttamente gestiti dai 112/118 stessi, che risponde anche della manutenzione, non sempre quelli privati vengono segnalati e neppure è detto che funzionino. Una mappatura nazionale accessibile al pubblico però ancora manca: nel 2015 il ministero della Salute aveva avviato un progetto, ma non se ne è saputo più nulla. Lo stesso vale per le regioni, con le uniche eccezioni di Lombardia , Piemonte e Liguria. Sul sito dell’Azienda regionale di emergenza e urgenza (www.areu. lombardia.it), il più completo, sono visibili 6.793 DAE. La Liguria ne ha mappati 599 (www.progettodaeliguria.it). Il servizio 118 del Piemonte invece ha iniziato il censimento ad aprile ed è arrivato a inserirne online oltre 1.500 (www.portaledae.sanita.regione.piemonte.it). Anche la

Diventare padri? Ma gli uomini fuggono davanti all’andrologo

La Pma come scorciatoia

«Si tratta di un totale di ben 18mila coppie che arrivano alla fecondazione artificiale e di altre 40mila che non vi ricorrono ma faticano ad avere un bebè – spiega Alessandro Palmieri, presidente Sia -. Casi in cui si “dimentica” la diagnosi e la cura di problemi maschili di fertilità, che spesso invece potrebbero essere trattati e risolti con interventi meno complicati e costosi di una Pma: abbiamo stimato che un iter che preveda da subito il ginecologo per lei e l’andrologo per lui consentirebbe risparmi per oltre 150 milioni di euro l’anno, evitando circa 8mila interventi di Pma». «Purtroppo la fecondazione assistita – continua Palmieri -, che dovrebbe essere l’ultima spiaggia quando si cerca un figlio, viene utilizzata quasi come fosse una “scorciatoia”, nonostante le procedure siano spesso pesanti: l’80 per cento delle coppie viene sottoposto a terapie di secondo o terzo livello come la Fivet (fertilizzazione in vitro con trasferimento dell’embrione, ndr)». È come se nella ricerca di un bimbo si partisse dal fondo, nell’errata convinzione che la Pma sia il mezzo più veloce per arrivare allo scopo: se non si è seguito il percorso corretto di diagnosi e cura, però, è vero il contrario, così una procedura su due fallisce.

Il futuro della lotta ai tumori in 5 domande a Fortunato Ciardiello presidente degli oncologi europei

Facendo un bilancio della sua presidenza, quali crede siano i vantaggi e quali i difetti del sistema sanitario italiano rispetto al resto d’Europa?
«Il nostro Servizio sanitario è ottimo, ma bisogna lavorare di più sull’applicazione a livello regionale. Certo, non è per niente facile considerando che ogni Regione ha problemi diversi organizzativi ed economici. Il risultato è ben noto a tutti, con un gap tra Nord e Sud che non è certo migliorato negli ultimi dieci anni. Qualcosa però si potrebbe fare per invertire questo aspetto negativo. Basterebbe che tutte le Regioni attuassero i Piani oncologici, sulla scia di quanto già effettuato molto bene da Regioni come l’Emilia Romagna, il Veneto, la Lombardia, la Toscana. Di sicuro, avere tanti modelli regionali diversi non aiuta e questo è lo stesso problema che ha la Spagna, dove il Servizio sanitario è simile al nostro per quanto riguarda la frammentazione regionale».

Tumori al seno, anche quelli molto piccoli possono essere aggressivi

Rischio metastasi per una donna su 4

«Circa una donna su quattro con un piccolo carcinoma mammario si è rivelata a rischio di metastasi – dice Fatima Cardoso, tra gli autori principali dello studio e direttore della Breast Unit al Champalimaud Clinical Centre di Lisbona -. Da un punto di vista clinico queste neoplasie verrebbero giudicate non aggressive, invece in un quarto dei casi bisognerebbe fare chemioterapia perché sono tumori che hanno caratteristiche biologiche di aggressività. Insomma, non tutti i piccoli tumori sono uguali». Ne deriva quindi la necessità di fare analisi specifiche, per valutare sempre che tipo di malattia si ha difronte. «I tumori mammari piccoli e senza metastasi linfonodali ( quelli classificati come pT1abN0) possono, in presenza di caratteristiche biologiche particolari, avere un rischio di ripresa di malattia tale da suggerire l’effettuazione di terapie sistemiche adiuvanti – conclude Stefania Gori, che è anche direttore dell’Oncologia medica dell’Ospedale Don Calabria di Negrar a Verona -. Questo messaggio viene diffuso da vari anni dalle Linea Guida AIOM sui tumori della mammella. Inoltre, la decisione di effettuare o meno terapie adiuvanti farmacologiche dipende anche da ulteriori valutazioni: condizioni generali della paziente, presenza di altre patologie, età e sue preferenze».

Bronchite cronica, dire stop al fumo è l’unica strategia davvero vincente

Basta una spirometria

Il sintomo tipico è, dunque, la difficoltà di respiro dovuta all’ostruzione bronchiale, cioè una riduzione del calibro dei bronchi conseguente all’infiammazione che il fumo provoca e, in altri casi, all’enfisema. La presenza di ostruzione bronchiale è la condizione necessaria perché venga posta diagnosi di Bpco. «Per la rilevazione del broncospasmo basta una spirometria – dice Fabbri – che consiste in una misurazione del respiro tramite un apposito strumento (in cui viene chiesto al paziente di soffiare, ndr)». Ma limitarsi a valutare le condizioni di bronchi e polmoni non è sufficiente, secondo le più recenti acquisizioni scientifiche sulla malattia. «La Bpco non è una patologia a sé stante, ma va considerata una malattia sistemica – continua Fabbri -. Chi ne è affetto soffre in genere di altri disturbi, di tipo cardiovascolare per esempio, o renale, anche questi attribuibili al fumo. E in alcuni casi sintomi come la dispnea possono essere dovuti, per esempio, anche alla presenza di uno scompenso cardiaco». Curare un paziente con Bpco significa controllare i sintomi con le terapie che abbiamo oggi a disposizione, ma in contemporanea ricercare e curare eventuali patologie concomitanti. Le terapie anti Bpco oggi disponibili sono solo sintomatiche».

Usa, via libera a prima terapiaanti-cancro con «cellule T»

Via libera negli Stati Uniti alla prima terapia che trasforma i linfociti T, cellule fondamentali della risposta immunitaria del paziente, in killer del cancro. Messa a punto da Novartis e denominata Kymriah, si tratta di una sola somministrazione endovenosa in grado di curare la leucemia linfatica acuta, molto diffusa tra i bambini. Il prezzo è di 475.000 dollari. Gli attuali trattamenti portano a una remissione nell’85% dei casi nei bambini, secondo l’American Cancer Society. Kymriah verrebbe utilizzato per i pazienti che non rispondono positivamente alle cure standard, pari probabilmente a poche centinaia di bambini e giovani adulti all’anno. «Questo è un modo completamente nuovo di curare il cancro», ha detto durante una conference call il dottor Stephan Grupp del Children’s Hospital di Filadelfia, che ha guidato lo studio di Novartis.

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